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Dissoluti e arroganti....

Di Maurizio Blondet


TORINO
- Non è tanto la mistura di eroina, cocaina ed alcol; né tanto il fatto che Lapo Elkann, l'indecoroso rampollo, se ne sia riempito fino a ridursi in coma.
Il vero punto è che il giovane, ultimo dissoluto Agnelli, si è ridotto all'incoscienza nel losco quartierino di un travestito pugliese cinquantenne, con i labbroni e le tettone gonfiati di silicone, in compagnia di due altri transessuali: evidentemente il coktail di droghe gli serviva, al Lapo, per mantenere l'eccitazione sessuale oltre ogni sazietà, oltre ogni abisso di schifo.
Alcuni lettori mi chiedono di dire la mia.
Ma che dire?
Molti Agnelli sono così.


Il nonno, stimatissimo dai suoi maggiordomi della stampa, era così.
E anche peggio, se a Torino corrono voci di oscurissimi satanismi e malvagità nefande e gratuite attorno e dentro la «famiglia».
Il tutto circondato dal silenzio servile di una città, Torino, i cui abitanti si considerano da sempre - sindacati compresi, CGIL e Partito Comunista inclusi - vassalli della famiglia feudataria e fannullona.
Quando Edoardo Agnelli si gettò da un ponte dell'autostrada qualche anno fa, anche lui travolto da droghe e da altre paturnie a sfondo mistico (suo padre l' «avvocato» pare commentasse, tenero come sempre: «beh, ha avuto un bel coraggio a gettarsi. Non lo credevo»), visitai Villar Perosa, sede della «famiglia»: gli abitanti del luogo parevano i villici de «Il castello» di Kafka,  tutti rispettosamente omertosi, a proteggere gli intoccabili nella loro villona; si sarebbero messi in costume se solo  l'«avvocato» lo avesse loro ordinato.


E gli Agnelli, nella loro perenne bolla di adulazione, si sono infatti considerati nobili.
Basta vedere come hanno chiamato i figli: Lapo, Yaki, Ginevra.
Nomi d'alto lignaggio, una ridicola mascherata.
Ma quali nobili: sono per lo più ebrei imparentati con ebrei, ma del raro genere dei giudei incapaci; i Nasi (turchi d'origine, forse sabbatei: «nasi» è nome ebraico - turco che significa «principe», ma principe nella sinagoga), gli Elkann.
 
Hanno lavorato raramente.
Sempre staccato dividendi e villeggiato nelle loro varie magioni, Manhattan, Levanto, Portofino, qualche yacht.
Capitalisti senza capitale (glielo abbiamo sempre fornito noi contribuenti italiani, in un modo o nell'altro) ma ben forniti di boria.
Come industriali, hanno distrutto più che creato; hanno fornito all'esercito italiano gli automezzi più tragicamente inadeguati della seconda guerra mondiale, ed hanno continuato anche dopo. 
Bravi a lavorare in regime di monopolio, incapaci di tenere testa a una seria concorrenza.
Micragnosi con la clientela, a cui pareva di regalare qualcosa quando facevano pagare come una vera auto una 500 fabbricata in Polonia del valore, forse, di 300 euro.
Come percettori di cedole, dividendi e coca, insaziabili.
 
Il padre del dissoluto bisessuale, Alain Elkann, scrittore di modesta qualità, ha un vantaggio  come pubblicista: fa interviste importanti.
Non dev'essere difficile intervistare «persone importanti» che sono sul libro paga degli Agnelli.
Alain ha campato decenni intervistando Indro Montanelli, capo dei maggiordomi della «famiglia». 
Alain Elkann ha scritto «Mitzvah», dove si diffonde  superfluamente sul suo orgoglio di essere ebreo, e su come loro ebrei siano migliori dei goym; ha scritto una biografia di Alberto Moravia, giustamente dimenticato dittatore delle lettere italiche per mezzo secolo, in quanto ebreo.


«Moravia» era infatti lo pseudonimo di un Pincherle, della famiglia imparentata coi Rosselli e il resto del giudaismo livornese, i Nathan, i Montefiore; era tanto amato dal nostro Ciampi.
Anche Pincherle detto Moravia amava il sesso estremo, anche se la natura non l'aveva dotato di mezzi biologici; Dacia Maraini, che fu sua amante se così si può dire, raccontò in un poema come il Pincherle - Moravia  le orinasse nelle mani, essendo incapace di fare meglio.
Dev'essere uno stile, una razza.


Ma naturalmente, i libri dell'Elkann padre vengono rispettosamente recensiti, adulati, esaltati dal servidorame mediatico.
In fondo, per matrimonio, è un Agnelli ed ha pure l'erre moscia.
Elkann padre, l'altra sera, mentre certe TV ripugnanti preparavano in fretta un servizio sul figlio debosciato in rianimazione per cretinismo vizioso, è stato invitato da Bruno Vespa.
Lui s'è inalberato: «mi vergogno di essere italiano». 
Sì, anche noi ci vergogniamo che lui sia italiano.
Ma è italiano poi?
 
Nato a New York, vissuto a Parigi, per sua ammissione «furiosamente cosmopolita», è di Villar Perosa dopo aver appeso il cappello sposando una figlia dell' «avvocato».
E Villar Perosa non è Italia, ma «Il castello» di Kafka, o il contado di un Dracula da operetta.
Pensi alle sue qualità di padre e di educatore, l'Alain, piuttosto. 
Com'è che il suo Lapo è così dissoluto a 29 anni?
Così fesso da non saper gestire la coca, cosa che almeno il nonno sapeva fare?
E così «cheap» da finire con tre travestiti di quartiere?
E questa sarebbe la classe dirigente?
Dissoluti, e arroganti.


Maurizio Blondet



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Pubblicato il 12/10/2005 alle 23.12 nella rubrica Augusta Taurianorum.

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