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Storia tragica dell’irredentismo corso

 

Sessant’anni fa aveva luogo in Bastia, presso la Corte di Giustizia della Corsica (Tribunale per la difesa dello Stato), il processo agli irredentisti corsi che si concluderà con condanne a morte o a dure pene detentive.
Vediamo di ricostruire la vicenda partendo dagli antefatti.
L’occupazione francese della Corsica (1769: battaglia di Pontenuovo, vinta dai francesi contro gli indipendentisti corsi) non troncò al suo inizio né i rapporti commerciali né quelli culturali con la Penisola: nel 1820 su cinquanta navi che arrivavano nei porti dell’isola, trenta provenivano dall’Italia. Gli esuli risorgimentali preferivano come luogo di rifugio la Corsica perché sembrava loro di essere a casa; nel 1831 Mazzini così si esprimeva: “Là mi sentii nuovamente con la gioia di chi rimpatria in terra italiana”.
Il disegno di imporre la conoscenza del francese attraverso l’insegnamento ha inizio con l’arrivo in Corsica dell’ispettore Morre. Il Journal de Département de la Corse del 7 ottobre 1818 informa la popolazione che la «lingua francese, così negletta nelle scuole di questo Dipartimento”, diverrà la base dell’istruzione. Inoltre ricorda che gli studi fatti all’estero non possono servire in Francia per ottenere dei titoli in giurisprudenza o per esercitare la medicina o la chirurgia all’evidente scopo di dissuadere i giovani corsi che vanno ancora a studiare a Roma o a Pisa. Nella realtà, malgrado la diffusione del francese nelle scuole, l’italiano continua ad essere insegnato durante tutta la prima metà del secolo. Nel 1863 non si parla francese in nessun comune di Corsica; solo 68 scuole su 516 usano esclusivamente il francese come lingua d’insegnamento, il 61% degli alunni fra i sette ed i tredici anni non parla e non scrive il francese.
Fu Napoleone III a ribadire l’abolizione dell’uso dell’italiano negli atti pubblici ed a sopprimerne l’insegnamento benché per tutto l’Ottocento sia fiorita una letteratura italiana di Corsica che ebbe soprattutto in Salvatore Viale ed in Pietro Lucciana le due figure preminenti. Agli inizi del Novecento, però, a parte qualche eccezione, l’italiano era praticamente morto come lingua letteraria, anche se i giornali italiani circolavano ancora in tutta la Corsica fin nei comuni più remoti e se viveva in parte come lingua parlata. Dopo la prima guerra mondiale la lingua italiana, comunque, è agonizzante, mentre la situazione economica dell’isola è disastrosa, l’emigrazione incessante ed il governo della cosa pubblica inefficiente. Esistono varie statistiche relative all’emigrazione: dai 275.000 abitanti del 1860 saremmo scesi ai 170.000 del 1962 per risalire ai 228.000 del 1977. Attualmente (2001), gli abitanti della Corsica sono 261.800 su una superficie di 8.680 kmq. Malta con 315,6 kmq ha 378.518 abitanti!

Tale ero lo stato miserando economico, sociale e culturale della Corsica quando l’avvento del fascismo suscitava l’interesse del governo e dell’opinione pubblica italiani per le vicende dell’isola.
Fondamentale fu, al proposito, la creazione dell’Archivio storico di Corsica ad opera di Gioacchino Volpe; a questa rivista, nata il 1° gennaio 1925, collaborarono i migliori studiosi di storia corsa.
Alcuni giovani corsi, stanchi degli scontri fra clan e del vegetare delle conventicole autonomiste (si distingueva però il partito autonomista corso diretto da Petru Rocca), visti inutili i tentativi di rinnovare la situazione dell’isola, ridotta a pensionato di vecchi che nell’amministrazione dell’impero coloniale francese avevano trovato modeste sistemazioni, abbandonarono l’isola per l’Italia con lo scopo di terminare i loro studi presso Università italiane (come era avvenuto del resto in passato) e per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana ai loro problemi. L’Università di Corte, fondata da Pasquale Paoli nel 1765, era stata infatti chiusa dai francesi nel 1768 (sarà riaperta nel 1982!).
Si distinguevano fra i filo-italiani soprattutto Marco Angeli, Bertino Poli, Petru Giovacchini, intellettuali (saranno poeti e scrittori notevoli in lingua italiana ed in corso) ed agitatori politici. Dell’Angeli, laureato poi in medicina all’Università di Pisa, ricordiamo il volume Gigli di Stagnu. Liriche corse (Milano, 1932); del Giovacchini -anch’egli medico- Archiatri pontifici corsi (Roma, 1951), pubblicò inoltre Musa canalnica,Rime notturne, Aurore, Corsica nostra, ecc. Ad essi si deve la fondazione di gruppi organizzati di corsi, esuli dall’isola.
I gruppi d’azione corsa facevano capo all’Angeli ed al Giovacchini: quest’ultimo godeva tuttavia di un maggior favore presso le autorità italiane. Il padre dell’Angeli, rifugiatosi in Francia dalla Corsica, troverà orribile fine: linciato dalla folla in un tumulto. Il Poli, laureato anche lui a Pisa, ma in lettere, partecipava in tono minore all’attività di agitatore, anche se le sue pubblicazioni sono quelle di contenuto più prettamente politico, rispetto a quelle degli altri due, rivolte pure, come si è visto, ad argomenti, diciamo così, “estemporanei”. Si vedano del Poli Il pensiero irredentista corso e le sue polemiche (Firenze, 1940) e A Corsica di dumani (Livorno, 1943).
La loro opera era affiancata da altre iniziative sia pubbliche che private. La più importante fu la fondazione dell’associazione “Gruppi di cultura corsa” eretta poi in ente pubblico. Ricordiamo inoltre che il quotidiano Il Telegrafo di Livorno pubblicava ogni giovedì una pagina Voci dell’isola di Corsica dedicata alle notizie dell’isola; anche il giornale L’isola di Sassari pubblicava una pagina settimanale Corsica nostra. Un posto di rilievo tra i periodici che in quel periodo si occuparono della Corsica spetta alla rivista Mediterranea di Cagliari ed al giornale universitario di Pisa Il Campano. Sempre presso l’Università di Pisa venne fondato nel 1942 l’Istituto nazionale di studi corsi diretto dal prof. Bruno Imbasciati.
Pubblicazione più propriamente degli esuli fu Corsica antica e moderna, rivista mensile, fondata dal primo animatore del movimento culturale corso in Italia, il prof. Francesco Guerri, alias “Minuto Grosso”; sortì a Livorno negli anni Trenta con la collaborazione di Angeli, Q. Giglioli, O.F. Tencajoli, E. Pellegrini, ecc. la rivista curava una collana di volumi “Documenti di storia corsa”. Esisteva un altro giornale irredentista L’idea corsa, diretto da Anton Francesco Filippini, corso d’origine, ma che aveva preso la cittadinanza italiana subito dopo il suo arrivo, per cui non fu poi perseguitato.

Seguirono nel 1938 le rivendicazioni dell’Italia verso la Francia: Nizza, Corsica, Gibuti, Tunisi. La dichiarazione di guerra alla Francia e l’occupazione militare italiana della Corsica aprirono il cuore degli irredentisti alla speranza. Mussolini, tuttavia, non tramutò l’occupazione in annessione rinviando la questione alla fine della guerra.
Interessantissima ed ancora tutta da approfondire, rimane la questione delle intese che sarebbero intervenute fra Esercito italiano ed alcuni militari corsi. Per questi motivi dopo la “liberazione” della Corsica ad opera di truppe coloniali francesi, il colonnello Petru Simon Cristofini fu condannato a morte; la fucilazione ebbe luogo ad Algeri nel novembre 1943. Anche la moglie del Cristofini, Marta Renucci fu condannata a vari anni di carcere che scontò ad Algeri. Marta Renucci, prima donna in Corsica ad esercitare la professione di giornalista, è morta, dopo molte peripezie, qualche anno fa ultra novantenne.
Sempre per i motivi di cui sopra, furono condannati a morte anche il colonnello Pantalacci e suo figlio Antonio, ma riuscirono a riparare in Italia. Sulla vicenda dei militari corsi ci ripromettiamo di tornare in un prossimo articolo.

La vittoria degli Alleati pose fine ad un mondo. La repressione francese fu durissima. Ogni movimento autonomista soppresso. Si voleva distruggere ab imo, una volta per tutte, ogni focolare linguistico, la stessa identità corsa. Il francese imposto ovunque: si pensi che se gli alunni delle scuole erano uditi parlare in corso, venivano espulsi, persino picchiati. La Chiesa -ultima custode della corsicità della Corsica e che aveva adoperato fino ad allora l’italiano nelle omelie, nelle prediche, nei verbali dei fabbricieri- adottava il francese come sua lingua.
Gli irredentisti venivano braccati, mentre le condanne a morte fioccavano e così le dure pene detentive e le deportazioni.
Sul banco degli imputati, nel processo celebrato davanti al Tribunale per la difesa dello Stato, riunito a Bastia nel 1946, sedevano: il prof. Eugenio Grimaldi (cugino di Petru Giovacchini); Angelo Giovacchini (fratello di Petru); Yvia Croce, conservatore degli Archivi di Stato della Corsica; don Domenico Carlotti, monsignore della Cattedrale di Bastia e notissimo scrittore dialettale con lo pseudonimo di “Martinu Appinzapalu” (ricordiamo di lui il volume Racconti e leggende di Cirnu bella, Livorno, 1930); Petru Rocca, animatore del movimento autonomista corso e direttore del giornale A Muvra; Giuseppe Damiani, insegnante; Marco Leca, già sindaco di Pastricciola; Maria Margherita Ambrosi, vedova Piazzoli (il Piazzoli fu delicato poeta dialettale che esaltò l’Italia nelle sue rime); contumace Maria Rosa Alfonsi.
Latitanti erano invece: il Giovacchini, il Poli, l’Angeli, Giovanni Luccarotti e Pietro Luigi Marchetti, giornalista e poeta, rifugiati in Italia.
Tutti, tranne il Grimaldi, erano accusati di reati d’opinione per collaborazioni giornalistiche o per il contenuto dei libri da essi pubblicati in favore dell’Italia.
A morte furono condannati: il Luccarotti, il Poli, l’Angeli, Petru Giovacchini, il Marchetti ed il Grimaldi. Petru Rocca fu condannato a quindici anni di lavori forzati: venne deportato alla Guiana (La Cayenna) e morì pochi anni dopo aver scontato la pena. Il Carlotti fu condannato a dieci anni di reclusione: aveva allora già sessantotto anni e morirà in carcere; il Croce, l’Alfonsi ed il Damiani a cinque anni di lavori forzati (il Croce morirà in miseria dopo aver pubblicato un libro di memorie); l’Ambrosi a cinque anni di reclusione; il Giovacchini Angelo a due. I beni di tutti vennero confiscati ad eccezione di quelli appartenenti ad Angelo Giovacchini ed a Marco Leca, che, solo, venne riconosciuto non colpevole del reato di nocumento alla sicurezza dello Stato, ma condannato alla “degradazione nazionale!”
Quanto ai condannati a morte, gli imputati erano, come si è visto, nascosti in Italia (tranne il Grimaldi) e qui rimasero. Circa il Luccarotti non è stato possibile avere notizie; Petru Giovacchini, Poli ed Angeli sono morti nella successione indicata diversi anni or sono in Italia dove vivevano quasi clandestini. L’Angeli, e fu l’ultimo, decedette il 22 dicembre 1985. Giovacchini morì a Canterano nell’Appennino laziale, Poli ed Angeli dove si erano rifugiati, in Alta Italia. Il Marchetti, alcuni anni dopo la sentenza, chiese la grazia e rientrò in Francia. Il Grimaldi, infine, che era in stato di arresto, inoltrò domanda di grazia, ottenendo la commutazione della condanna a morte in pena detentiva; è morto da vari anni. Il Grimaldi, va detto, non era però corso di nascita, essendo di Termini Imerese.

Giulio Vignoli

 

Pubblicato il 2/6/2006 alle 14.29 nella rubrica Storia.

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