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1)Sono un giustizialista, non un giustiziere, per cui combatto le ingiustizie sociali ovunque e contro chiunque le perpetri(per questo motivo,mi considero un rivoluzionario).

2)Sono della razza mia e ne vado fiero,per questo motivo posso essere considerato razzista, delle altre razze me ne fotto,almeno, fino a quando non interferiscono con la mia libertà o tentano di prevaricarla, in questo caso mi riservo il diritto di difendermi con i mezzi che ritengo più opportuni;

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28 gennaio 2010

MEMORIA

 


























































...Boh!!




8 novembre 2008

Auschwitz, Treblinka....

"Non è detto per niente che sia così"
Intervista a Gilad Atzmon





Traduzione dell'intervista a Gilad Atzmon, a cura di Mary Rizzo, pubblicata su Peacepalestine.

Gilad Atzmon è un rinomato musicista, direttore dell'Orient House Ensemble, scrittore e commentatore politico. È nato e cresciuto in Israele, ma dal 1994, ha scelto la via dell'"esilio" in Inghilterra. Mary Rizzo di peacepalestine gli ha posto alcune domande in occasione dell'uscita del suo secondo romanzo, My One and Only Love e del suo nono disco, dal titolo MusiK. Il suo precedente album, Exile, vinse il premio di "album jazz dell'anno" della BBC.

Mary Rizzo: Voglio farti qualche domanda a proposito della tua carriera e delle tue attività, e voglio anche parlare di alcune delle tue idee e opinioni, in modo che le persone interessate sappiano dove ti trovi in questo momento della tua vita. Iniziamo con la tua opera più recente, il tuo secondo romanzo, "My One and Only Love". Possiamo dire che inizia dove finisce il tuo primo romanzo?

Gilad Atzmon: Non necessariamente. Credo che sia un libro molto diverso, eppure presenta un'altra forma di decostruzione dell'identità israeliana.

MR: Ritieni che la tua sia una scrittura politica?

GA: Non mi ritengo un essere politico, e quindi non si deve considerare politica né la mia musica né i miei scritti. Sono impegnato nel pensiero critico.

MR: Alcuni criticano quello che scrivi, dicendo che i tuoi personaggi maschili sono sessisti e i tuoi personaggi femminili piuttosto vuoti. Che ne pensi?

GA: Credo che questa affermazione sia fondata, semmai. I miei personaggi maschili mi sembrano individui abbastanza distrutti. Credo che ci sia una grande mancanza di comprensione tra i sessi. La trovo una cosa affascinante e stimolante. Per me, la sessualità femminile è l'ultima, esplosiva dimensione dell'aspirazione umana, è l'ultimo desiderio. Allo stesso tempo, si tratta dell'incarnazione della paura maschile. Sembra che gli uomini preferiscano morire in battaglia piuttosto che non farcela a letto.

MR: Nella tua scrittura, la maggior parte dei tuoi personaggi si impegna massicciamente in confessioni autobiografiche personali. Perché usi questa tecnica?

GA: Soprattutto perché cerco di prendere in giro questo tipo di ricerca. Credo che una grossa parte del potere ebraico si basi sulla trasformazione di una narrazione personale in una narrazione storica. Un giovane sionista di oggi risponderebbe a una sfida umanista raccontando la storia personale di suo nonno (Auschwitz, Treblinka, etc.). Io mi impegno a smascherare il carattere fittizio della narrazione personale. La tua storia è come tu vuoi che sia. Non si tratta di una narrazione storica, e non è nemmeno la tua fiaba. Si tratta di una costruzione pura e semplice.

MR: L'identità e l'identificazione sono temi ricorrenti sia nei tuoi romanzi che nei tuoi saggi. Perché costituiscono un tema così centrale?

GA: L'identità domina il discorso 'intellettuale' del ventesimo secolo dopo la fine dell'ultima guerra. Viene presentata come l'autentica rivelazione del 'vero sé'. Io ridicolizzo questo concetto, e sostengo che la verità sia il contrario. La politica dell'identità semplicemente ci aliena da noi stessi. Dire che io sono un ebreo, un sionista, un gay, una lesbica, vuol dire identificarsi. Si tratta di una forma di autoalienazione. È molto diverso dal dire, io sono 'io', che è probabilmente la forma ultima di autentico autoriferimento. Allo stesso tempo, dire io sono io non è certo molto rivelatore. Si tratta in fondo di una specie di tautologia (è come dire, 'A' è 'A'). In breve, io sostengo che l'essenza della politica identitaria, cioè il presupposto che 'il personale sia politico', è uno scherzo intellettuale. Il personale è personale, qualunque cosa ciò possa significare. Quando il personale diventa politico, non è altro che personale.

MR: A volte dici che i critici dei grandi media tendono a censurare le voci che non diffondono la narrazione sionista accettata. Ma se prendiamo in considerazione il caso della "Passione di Cristo" di Mel Gibson, non è invece che stiano facendo, involontariamente o forse nemmeno involontariamente, una pubblicità gratuita a quel film? Personalmente, non credo che i suoi film avrebbero fatto tanti incassi senza l'aiuto dell'ADL [N.d.T.: la Anti-Defamation League, organizzazione sionista che concesse la sua massima onorificenza a Silvio Berlusconi nel 2003].

GA: Sono d'accordo, senz'altro. Credo che le organizzazioni ebraiche, come il popolo ebraico, siano molto abili nel vincere le piccole battaglie, ma sono ancora più abili nel perdere tutta la guerra. Sono assai abili nelle piccole manovre tattiche, ma perdono sempre la grande battaglia. Lo dimostra oltre ogni dubbio l'olocausto - proprio quando, all'epoca, gli ebrei avevano praticamente il controllo della finanza, della politica e della cultura dell'Europa centrale, la comunità ebraica europea fu sostanzialmente annientata. Ora che Israele minaccia l'intero Medio Oriente con la sua potenza nucleare, la popolazione d'Israele è composta prevalentemente da non ebrei. Detto in altre parole, non lo si può considerare uno stato ebraico. Proprio quando la comunità ebraica organizzata degli Stati Uniti ce l'ha fatta a dominare la politica di destra americana, il loro programma sionista viene smascherato, e sarà solo una questione di tempo prima che il popolo americano si rivolga contro i propri vicini ebrei. Diciamo tra parentesi che questa non è per nulla una buona notizia per i nostri fratelli palestinesi. Come puoi vedere, ci sono manovre tattiche impressionanti, ma una grave mancanza di comprensione del quadro generale.

MR: Esiste il rischio che un artista cerchi lo scandalo a causa della visibilità che gli dà - e tu stesso pensi di correre questo rischio? Insomma, l'opera rischia di essere oscurata dalla personalizzazione dell'artista e delle sue opinioni?

GA: Certamente, ne sono pienamente consapevole. Lascio decidere ai miei ascoltatori/lettori.

MR: Non ci sono molti scrittori-musicisti le cui creazioni abbiano una visione del mondo coerente. I pochissimi che mi vengono in mente sono Leonard Cohen e Nick Cave. Secondo te, è difficile dedicarsi a entrambe queste forme d'arte contemporaneamente, oppure si tratta della paura di fallire o della critica che comporta qualche altro blocco creativo?

GA: Intanto, il lavoro è tutt'altro che coerente, e ne sono felice. Cerco di restare coerente all'interno di uno specifico argomento. Se capisco bene quello che mi chiedi, ti riferisci qui all'attività artistica duale. Credo che ormai la mia scrittura e la mia musica siano complementari. E la cosa mi piace molto. Si stimolano a vicenda, ho due Gilad che crescono indipendentemente su di me, per ora sono amici tra di loro. Quando smetteranno di amarsi, saranno guai seri per me.

MR: Esiste una diffusa tendenza tra gli autori nati in Israele a dedicarsi ai commentari politici, sembra più che tra autori di una diversa origine nazionale. Pensiamo a Yehoshua, aGrossman, a te. Perché pensi che sia così?

GA: Credo che la faccenda sia abbastanza semplice. L'esistenza israeliana è tragicamente intrecciata con una grave colpa. Essere israeliano vuol dire essere un razzista, un nazionalista e un colonialista. Quando sei un intellettuale israeliano, e immagino che Grossman lo sia (Yehoshua è semplicemente uno che pretende di esserlo), sei condannato a cercare di risolvere questa tensione.

MR: Alcuni dei tuoi critici dicono che sei un musicista eccezionale, e che dovresti semplicemente "stare zitto e suonare", come se Gilad Atzmon l'artista e Gilad Atzmon il commentatore fossero categorie distinte o entità separate. Cosa dici a proposito del tuo diritto di esprimere le tue opinioni, e il fatto che le tue opinioni ottengono un'eco particolare perché sei un artista?

GA: Questi critici si fanno sentire soprattutto all'interno di ghetti ebraici molto diversi tra di loro, o in Israele o postati in qualche Judeo-Cyber Shtetl. Queste persone chiaramente non riescono a capire che io sono un musicista jazz. Essendo quello che sono (ebrei segregati) non riescono a capire cosa vuol dire essere un musicista jazz. Essere un musicista jazz vuol dire essere un filosofo nel senso più radicale e tedesco. Vuol dire 'cercare la condizione della possibilità'. Vuol dire chiedersi cosa significhi il jazz, cosa significa l'arte, cosa significhi trovarsi nel mondo e cosa significhi Israele. A volte lo faccio con il saxofono infilato in bocca, altre volte lo faccio con il mio portatile schiacciato sotto le mie grosse dita.

MR: Hai notato se esiste una sovrapposizione tra i tuoi pubblici, cioè se quelli che apprezzano la tua musica sono aperti verso i tuoi altri sbocchi o viceversa? Oppure il genere di musica che componi è dedicato a un pubblico più ristretto?

GA: Non so in realtà, per quanto riguarda la mia musica, mi sembra che noi (l'Orient House Ensemble, OHE) siamo in continua crescita. Per quanto riguarda i miei romanzi, attiro alcuni nuovi lettori. Direi che quando si tratta di documenti scritti, esiste una piccolissima cerchia di lettori devoti. Credo soprattutto nell'impatto della cultura popolare.

MR: Non tanti musicisti hanno scritto a proposito d'Israele, e quando lo fanno il pubblico generale e i critici in genere non se ne accorgono. L'esempio che mi viene in mente è la canzone di Patti Smith su Rachel Corrie, "Peaceable Kingdom". Eppure, in tutte le recensioni che ho letto del tuo ultimo album, mentre non si dice in modo esplicito che le tue canzoni riguardano Israele, i critici sottolineano le tue idee politiche. Pensi che la tua musica renda l'idea da sola, oppure esistono idee preconcette sul tuo messaggio?

GA: In realtà penso che la maggior parte degli europei provi disgusto per i metodi espansionistici e razzisti di Israele, ma trovano difficile parlarne in maniera aperta. Credo che l'OHE, una band multietnica, aiuti ad esprimere questa voce. Facci caso, io utilizzo il palco per dire quello che penso d'Israele e della sua sorella minore (gli Stati Uniti).

MR: Nella brillante canzone, "Re-arranging the 20th Century" ("Risistemare il ventesimo secolo"), troviamo un miscuglio di standard, alcuni effetti sonori davvero sorprendenti e un denso arrangiamento. Cosa significa questa combinazione?

GA: Per me, 'Risistemare il ventesimo secolo' vuol dire, 'non è detto per niente che sia così'. Vuol dire puntare l'indice sulla narrazione dei vincitori angloamericani e chiedere, perché avete assassinato quasi un milione di civili tedeschi innocenti bombardando le città tedesche, mentre avreste chiaramente potuto porre fine alla guerra in due mesi colpendo i centri logistici e industriali della Germania? Perché avete invaso la Normandia nel giugno del 1944, era solo perché Stalin stava vincendo a Oriente? Perché non avete mai trovato il tempo di bombardare Auschwitz? Non è perché non volevate ammettere che sapevate della macchina industriale omicida tedesca, nel caso in cui vi foste trovati a concludere un armistizio con la Germania nazista? Perché avete scagliato una bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki? Aveva per caso qualcosa a che fare con il fatto che Stalin (di nuovo lui) stava per interferire con i vostri progetti nell'area del Pacifico? Per me, "Risistemare il ventesimo secolo" vuol dire ammettere tutte queste domande, ammettere altre narrazioni molto diverse.

MR: Provi affinità per altri artisti, o ogni artista è un'isola a sé?

GA: Innanzitutto, io dirigo un ensemble in cui mi trovo circondato da ottimi musicisti, ma per rispondere alla tua domanda, la risposta è sì. Casomai, traggo una profonda ispirazione dall'età dell'oro del jazz, Parker, Dizzy, Miles, Coltrane. Furono artisti rivoluzionari, e il jazz dovrebbe essere così.

MR: Tu hai collaborato con alcuni musicisti molto importanti. Che tipo di collaborazione vuoi veramente stabilire, se lo vuoi stabilire?

GA: Non sono più un musicista di session. Voglio suonare la mia musica, e voglio contribuire con la mia voce alle persone che apprezzano la mia personale voce. Mi è piaciuto molto lavorare con Robert Wyatt. Un vero spirito artistico, genuinamente naturale, dedicato esclusivamente alla creazione della bellezza!

MR: Le parodie religiose che prendono in giro il cristianesimo sono spesso apprezzate dalle masse, "The Life of Brian" è l'esempio più evidente. Ma per qualche motivo, quando il "bersaglio" è il giudaismo, le si etichetta subito come antisemite. Cosa ne pensi di Dieudonné?

GA: Sai esattamente quello che penso dell'antisemitismo? In ogni caso, è difficile ricordare qualche presa in giro del giudaismo. Casomai, sono gli ebrei a essere ridicolizzati, di solito per la loro avidità e il loro vittimismo. Ma allora ci dovremmo chiedere, perché sono avidi. Io sostengo che la mancanza della nozione dell'Altro è il nucleo di questa identità problematica. È il nucleo della grave mancanza di un pensiero autenticamente etico.

MR: Quali libri hai letto recentemente?

GA: Il guardone - Alberto Moravia. Un autore scandaloso. Il secolo ebraico - Yuri Slezkine. Un libro importantissimo per chiunque voglia saperne di più sull'attuale fase di suprematismo ebraico.

MR: Sai quanto mi piace Mojo, in quel contesto, quali sono i dieci track di altri che metteresti nell'elenco dei più importanti per te?

GA: No, non posso, mi ci vorrebbero giorni, ma ti posso dire che Coltrane sarebbe lì, e anche Piazzola, Bach, Bird, Brahms, Robert Wyatt, forse i Beatles.

MR: La società in cui viviamo dipende in larga misura dai valori consumistici, che hanno aspetti positivi, ad esempio il facile accesso alla cultura per ampi settori della società, ma anche valori negativi, che culminano nella folle distruzione delle risorse del mondo per alimentare la nostra dipendenza dai combustibili. Nel mondo occidentale, sembra che il nostro stile di vita e l'acquisizione dell'ozio non siano negoziabili. Siamo tutti, chi più e chi meno, una parte del meccanismo. Dove dobbiamo segnare il limite? A che cosa dovremmo cominciare a rinunciare?

GA: Come probabilmente sai, ho intitolato il mio album musiK, sottolineando la 'K' maiuscola, per me è la K di musiK piuttosto che la 'c' di musica che sta per lo sforzo verso il bello, il sublime, l'estetico.

Mentre la K sta per la bellezza, la C simboleggia la commercializzazione angloamericana. Questa differenziazione introduce una linea categorica di demarcazione tra la 'Kultura' superiore e la bassa 'cultura' prodotta in serie. Detto questo, io sostengo che la Kultura debba essere distribuita in massa. Io distinguo tra la sublime filosofia di Immanuel Kant e l'inferiore filosofia di mercato presentata da quel c**one di Milton Friedman. Credo che ci stiamo preparando per la rivoluzione del 'no grazie'. Quando la gente dirà semplicemente, no grazie, non mi interessa comprare.

MR: Parliamo di cultura: la cultura e la politica formano una strana coppia, come il realismo sovietico intimamente legato al sistema egemonico al potere; oppure, il patrocinio di un sistema politico può permettere alla cultura di svilupparsi al più alto livello, se prendiamo per esempio Firenze durante il Rinascimento, quando l'arte era al servizio del potere. Funziona solo quando c'è un potere illuminato - e tale potere esiste, o è solo un mito?

GA: Questa è un'ottima domanda, e la risposta non può essere breve. Ho scritto molto in passato su questo argomento. Mentre in passato erano l'aristocrazia e la borghesia che sostenevano l'arte e gli artisti, nella società liberaldemocratica questo ruolo viene assunto dai politici. Quelli che finanziano gli artisti e i progetti artistici. Di conseguenza, gli artisti occidentali sono tutt'altro che una voce critica. L'altra fonte di sostegno è l'industria culturale, e anche qui non ci sono molto opportunità per una rivolta degli artisti. Io penso che il jazz sia l'unica forma possibile di voce critica. Semplicemente, ci serve molto poco per far notare la nostra arte.

MR: Esiste uno stretto rapporto tra religione e cultura, soprattutto nella storia europea e nel periodo classico dell'espansione araba, per citare i due eventi più noti a noi occidentali, e questo rapporto è sempre stato importante nel passato. Si tratta di un concetto superato dalla storia?

GA: Un'altra domanda interessante. Sai, non ci avevo mai passato, ma come sai, sono gli ebrei americani che controllano l'industria culturale occidentale? Mi sembra più che probabile che il motivo stia nel fatto che pochissimo contesto spirituale filtra nella nostra cultura di massa. Però, e ritorniamo al jazz, una gran parte della musica jazz era strettamente intrecciata al pensiero religioso. Oggi non è più così, però.

In fin dei conti, l'industria serve per accumulare denaro, e così l'industria culturale. Devono credere che il sedere di Madonna venda meglio di un'autentica rivelazione spirituale. Io credo che alla fine si vedrà che hanno torto, ma ci vorrà del tempo, fosse solo perché Madonna in effetti ha un sedere glorioso.

MR: Esiste un problema con il livello delle conoscenze nella cultura attuale? Ad esempio, nella maggior parte degli strati sociali, la gente sa chi è Don Chisciotte, ma non credo che molti di noi abbiano avuto occasione di leggere Cervantes. Il motivo è che probabilmente tutte le nazioni condividono un'idea provinciale della diffusione culturale, concentrandosi sui criteri linguistici locali. Come uomo di cultura, vedi una soluzione a questo, oppure ai nostri tempi è inevitabile, o forse addirittura un fatto positivo?

GA: Ancora di più, noi viviamo in un'immaginario di villaggio globale, che serve proprio per impedirci di allargare la nostra visione oltre l'orizzonte. Le nostre capacità critiche si stanno restringendo ogni secondo di più.

MR: Possiamo considerare la cultura una fuga dalla realtà o dagli avvenimenti? Possiamo considerarla in qualche modo come un alibi per l'indifferenza o l'inattività politica?

GA: L'arte, nella misura in cui l'arte è cultura, serve per suggerire una possibile realtà alternativa. Ma non ritengo che l'arte in quanto tale serva come alibi. Credo che la motivazione dietro l'indifferenza politica sia piuttosto evidente. Una volta che mi dici che ho il diritto di votare per il mio futuro, tanto vale smettere di interessarmi al mio futuro. Allo stesso modo, una volta che una donna ti dice che sei libero di sfidare le sue tendenze liberali, puoi perdere interesse nel farlo.

MR: Assieme ad altre cose, sei laureato in filosofia. In base ai tuoi studi, hai qualche opinione sull'assolutismo che va di moda ai nostri tempi, ad esempio la contrapposizione tra estremi quali internazionalismo contro unilateralismo, laicismo contro fondamentalismo, non-violenza contro il ricorso alla violenza nei conflitti internazionali?

GA: Non sono laureato in filosofia. Ho studiato per diventarlo, ma non sono mai arrivato al capolinea, la mia carriera musicale ha preso il primo posto. Per rispondere alla tua domanda, non ho nulla in contrario all'assolutismo o all'estremismo. Ho problemi invece con la modalità poco profonda di pensare. Ho un problema con il colonialismo angloamericano presentato come se avesse come obiettivo la liberazione del mondo arabo. Ho un problema con la certezza di essere nel giusto dei sionisti di sinistra. Ho un problema con il political correctness, con la gente che pretende di sapere cos'è giusto e cos'è sbagliato.

MR: In seguito ai fatti dell'11 settembre negli USA, l'islamofobia, o più in generale una diffidenza verso gli arabi, sembra essersi scatenata in Occidente. C'è una differenza con il modo in cui gli israeliani vedono gli arabi? Esiste un modo per combattere questa tendenza?

GA: Sono d'accordo, ci sono somiglianze sconvolgenti. Direi inoltre che gli americani sono riusciti a copiare ogni errore israeliano. Hanno copiato la strategia della destra israeliana, terrorizzando il proprio popolo con le possibili conseguenze del terrore. Guarda che non mi interessa salvare l'America. Voglio solo dire che l'America è attualmente l'unica superpotenza mondiale. Quindi l'unica forza in grado di abbatterla sono gli americani stessi. Devo dire che Bush e i suoi neocon sono le persone adatte per farlo. Hanno la mia benedizione.

MR: Pensi che il razzismo si fondi sull'ignoranza, che sia la conseguenza di un'attiva adesione a un'ideologia, o che magari si basi anche in parte su elementi oggettivi?

GA: Tanto per cominciare, gli esseri umani sono creature dotate di coscienza razziale, quindi la domanda è, che cosa fanno con questa coscienza. Dobbiamo ammettere che le persone hanno aspetti diversi, e forse hanno alcune qualità fisiche e intellettuali diverse. Il razzismo sorge quando privilegiamo una razza su un'altra. Questo non ha necessariamente a che vedere con l'ignoranza; di solito, è la conseguenza di un punto di vista suprematista. Qualcosa che è stato a lungo covato nel pensiero talmudica. Quindi, quando diventi uno studioso del Talmud, devi essere un razzista. Non ha nulla a che vedere con l'ignoranza, casomai è il contrario. Nel giudaismo, il razzismo è oggetto di educazione.

MR: In Italia, c'è la tendenza nei media a presentare "arabi buoni" come commentatori, che dedicano gran parte del loro tempo a criticare apertamente l'Islam, in genere senza venire contestati, perché li si ritiene dei moderati. Allo stesso tempo, "ebreo buono" è un termine spesso adoperato dai sostenitori d'Israele e significa una persona che critica Israele, ma non tocca il tema del giudaismo, anzi evita a tutti i costi di parlare di religione. Perché pensi che sia così? A che serve?

GA: Credo che sia ovvio, si tratta del lancio di una moderna crociata. Ma per essere più precisi, anch'io cerco di evitare il tema del giudaismo. Per me, la questione è l'identità ebraica, e non il giudaismo. Io conosco molti testi che mettono in discussione codice suprematista giudaico e talmudica, ma per me il male moderno sembra incarnarsi nel sionismo laico.

MR: Tu a volte hai criticato le persone che si definiscono ebrei laici, che in quanto tali criticano il sionismo. Ma mi sembra evidente che sono spesso molto efficaci nel diffondere il messaggio che è possibile per gli ebrei combattere il sionismo, a coloro che ritengono che tutti gli ebrei siano ciecamente fedeli a Israele. Perché trovi questa combinazione problematica, visto che è efficace?

GA: Riassumo quello che ne penso in due frasi: 1. Se il sionismo è disumano, allora l'argomento contro il sionismo dovrebbe stare in piedi da solo, insomma l'appartenenza etnica o sociale, la fede religiosa o le preferenze sessuali di chi scrive sono del tutto irrilevanti. 2. Mettere in discussione il sionismo in quanto ebreo vuol dire cedere all'idea sionista che l'ebraicità sia il predicato più importante associato al popolo ebraico. Quindi, mentre mi rendo conto che alcuni di questi attacchi possono essere efficaci, dall'altra possono essere altrettanto utili alla causa sionista. Presentano il mondo ebraico come una società plurale e polarizzata. Questo si adatta molto bene alla strategia sionista. Casomai, fornisce una corazza intellettuale a Israele e al sionismo. Siccome trovo gli argomenti espressi in nome del laicismo ebraico vuoti, provo un urgente bisogno di decostruirli. Devo anche dire che apprezzo le obiezioni al sionismo in nome del giudaismo. Sostengo autenticamente i Neturei Karta e ogni altra forma di obiezioni religiosa ebraica al sionismo.

MR: Quelli che chiamano se stessi ebrei atei presentano un altro problema, perché se Dio non esiste, allora la premessa dietro uno stato ebraico è nulla. Cos'è allora che porta tanti ebrei atei a sostenere uno stato ebraico, se questo presenta un grosso problema filosofico che è in se stesso un ossimoro?

GA: E' vero, infatti il sionismo alle origini era un marginale movimento laico. Suggeriva l'interpretazione della Bibbia come se fosse un documento legale (un registro catastale) anziché un testo spirituale. In pratica, si tratta di una forma di evangelismo ebraico che è molto più pericoloso di qualunque scuola religiosa.

MR: Perché pensi che gli Stati Uniti diano tanto sostegno a Israele? Andrà avanti per molto?

GA: Il sionismo si è presentato al colonialismo occidentale come un servitore. Prima si trattava dell'impero britannico, ora sono gli Stati Uniti. Ogni volta che ci sono conflitti nella regione, gli americani sono coinvolti. Ma adesso siamo di fronte a un cambiamento di grande portata: non è più Israele che serve all'America, quanto piuttosto il contrario, gli americani stanno combattendo per abbattere le ultime isole di resistenza araba contro il sionismo. Immagino che sia una questione di tempo, prima che il popolo americano si renderà conto di dove lo stanno portando i sionisti.

MR: Il Secolo Americano che stiamo vivendo finirà? Oppure è la stessa natura unilaterale della Pax Americana a impedire che qualunque altra area del pianeta si esprima nel suo pieno sviluppo?

GA: Finirà, probabilmente con la fine dell'America. Pensa che già sotto diversi aspetti, l'America sta attraversando una fase di disintegrazione: sul piano legale, sociale e diplomatico.

MR: Perché i gruppi ebraici moderati non criticano Israele?

GA: Perché non esistono gruppi ebraici moderati. L'ebraicità è un'identità radicale che si basa sull'elezione e sul suprematismo.

MR: Operi una distinzione tra Israele e gli israeliani?

GA: Non proprio, gli israeliani sono persone che colonizzano la Palestina, Israele è il concetto della colonizzazione della Palestina.

MR: Se una persona è malata, occorre somministrarle una medicina perché possa agire con la massima efficienza. Facciamo un'analogia con le società. Che medicina prescriveresti per Israele?

GA: NESSUNA, Israele non ha il diritto di esistere, è la più grande minaccia alla pace mondiale. Israele dovrebbe diventare uno stato dei suoi cittadini, ma quando questo succederà, si chiamerà Palestina.

MR: E per gli USA?

GA: Nessuna medicina, l'America sta facendo tutte le cose si giusta. Si sta distruggendo da sola in modo efficiente. Credo che l'America dovrebbe smetterla di mettere al primo posto gli interessi degli israeliani, una specie di 'Jewnited state of Jewmerica', è meglio iniziare a essere gli Stati Uniti del popolo americano, ma forse ci vorrà del tempo.

MR: Per la Palestina?

GA: La Palestina starà bene, il tempo lavora a favore del popolo palestinese.

MR: Nel prossimo futuro, è possibile che Israele entri nell'Unione Europea, mentre la Russia non viene praticamente presa in considerazione. Questa adesione potrebbe esasperare l'attuale impeto ideologico dell'Alleanza Atlantica, vista la maniera in cui le nuove nazioni hanno ottenuto ingresso automatico nella NATO, oppure potrebbe aprire la strada a un orientamento mediterraneo?

GA: Non sono un esperto delle questioni dell'Unione europea, ma non vedo Israele che entra a far parte dell'UE nel prossimo milione di anni.

MR: Segui la politica israeliana?

GA: Non da vicino, comunque, non più.

MR: Pensi che il sionismo sia un movimento storico che un giorno smetterà di essere significativo, come la maggior parte di altri dinamici movimenti nazionalisti come il garibaldismo, il giacobinismo e il nazismo, che furono legati a uno specifico periodo storico, oppure si tratta di un'ideologia permanente che si sa adattare alle situazioni storiche, e che si può applicare ad altre realtà, oltre al movimento nazionalista israeliano per uno stato ebraico in Palestina?

GA: Domanda interessante. Infatti, il sionismo era già morto tra i tardi anni Settanta e l'inizio della seconda Intifada. Il sionismo è una forma di negazione, e finché gli ebrei possono trovarsi alle prese con un conflitto, si alimenterà il sionismo.

MR: Credi che esistono diversi tipi di sionismo, come il Sionismo culturale di Buber, o il sionismo "leggero" praticato da Peace Now? Esiste qualche tipo con caratteristiche positive?

GA: No, le differenze sono marginali e trascurabili. Il sionismo è la credenza che gli ebrei abbiano diritto a un focolare nazionale in Palestina. Questo concetto è inaccettabile. Primo, perché gli ebrei non sono una nazione. Una nazione è un popolo che già vive in una terra. E secondo, perché la Palestina non è libera.

E poi il sionismo è razzista. È lo stato degli ebrei, ma l'ebraicità è un definizione razziale. È un fondamentalismo religioso, con la trasformazione della Bibbia in un documento legale (vedere sopra). Inoltre è colonialista, è un sistema legale che favorisce gli stranieri rispetto agli indigeni. Tutte le forme di sionismo ricadono in queste categorie. Sono inaccettabili.

MR: Conosco molte persone che ritengono che il tuo atteggiamento verso Israele sia completamente sbagliato, anche se ritengono che i tuoi fini siano accettabili. Insistono che il riconoscimento dei delitti d'Israele costituisce un lungo processo di presa di coscienza, e che tutti i progressi che hanno fatto nell'adottare questo punto di vista, che va contro la maggior parte delle cose che sono state insegnate loro e che credono in buona fede, li hanno fatto assumendo un approccio non accusatorio e non aggressivo. Che ne pensi?

GA: Non mi interessa parlare agli israeliani o agli ebrei. Sto parlando degli israeliani, d'Israele e della 'identità ebraica'. C'è una bella differenza. Inoltre, non sono un politico e non ho scopi politici. Voglio dire quello che ho da dire, e il fatto che le mie opinioni rendano estremamente infelici alcune persone mi fa sentire molto bene.

MR: Che cos'è che temono gli israeliani, e cosa impedisce loro di accettare una coesistenza pacifica con la popolazione indigena? Esiste qualche giustificazione del loro stato mentale?

GA: Certamente, la pacificità è un concetto decisamente non ebraico. Va da sé, la storia lo dimostra oltre ogni dubbio. Guarda la pacifica Europa dopo la Seconda guerra mondiale, guarda invece cos'è successo al Medio Oriente appena i sionisti hanno deciso di emigrarvi in massa, guarda gli Stati Uniti di oggi che servono gli interessi sionisti. Quando i politici sionisti parlano di pace, dicono: "la pace ci piace, ma vogliamo definirne i termini e le condizioni", questo dimostra quanto lontano sia l'israeliano da qualunque concetto di riconciliazione. La pace vuol dire impegnarsi in un rapporto empatico con l'Altro, e questo non potrà mai avvenire finché ci si percepisce come eletti. Per gli israeliani, la pace è una specie di baratto, è la materializzazione dell'empatia, vivere in pace vuol dire godere di diverse forme di sicurezza.

MR: Recentemente, molti hanno cominciato a investigare la questione della Negazione ebraica come parte intrinseca della mancanza di progresso nel riconoscere le sofferenze dei palestinesi. Altri si sono concentrati sulla mentalità vittimistica che si esprime in maniera macroscopica con l'enfasi sull'Olocausto. Nei tuoi romanzi e saggi, tu metti a fuoco entrambi. Si tratta di una situazione che si può modificare in qualche modo, oppure è impossibile intervenire collettivamente su una cultura?

GA: Mi immagino che sia possibile. Io trovo tutt'attorno a me ebrei israeliani che si stanno de-ebraicizzando. Credo che essere un ebreo sia uno stato della mente. Credo che con il giusto aiuto, gli ebrei possano facilmente trovare il loro posto tra gli altri, la domanda è se vogliono stare con gli altri.

MR: Credi che sia possibile una pace sincera tra palestinesi e israeliani? Ritieni che si possa perdonare e superare la reciproca sfiducia?

GA: A me non interessa la pace, mi interessa la riconciliazione. Presumo che quando gli israeliani riconosceranno la sconfitta, si circonderanno le mura di un ghetto. Anzi, a pensarci, il fatto che stanno erigendo quelle mura attorno a loro indica che già riconoscono la loro sconfitta.

MR: Alcuni, come Leah Tzemel e Juliano Mer Khamis, dicono che a volte sentono come se il loro lavoro venisse usato come una foglia di fico, per dimostrare che il dissenso è accettabile in Israele. Ti sembra plausibile, e si tratta di un pericolo che gli attivisti israeliani spesso incontrano?

GA: Certo, ecco perché insisto nel non venire mai presentato come israeliano, ma come uno nato in Israele, ex-israeliano, ex-ebreo, palestinese di lingua ebraica. Quello che volete, ma non come israeliano o ebreo.

MR: Spesso hai scritto che rispetti il giudaismo come religione, ma che lo respingi come alibi per un paradigma politico ("questa terra ci è stata promessa e quindi è nostra di diritto"). Eppure critici certi aspetti della religione ebraica, come ad esempio il concetto di elezione. Credi che questa religione si possa riformare senza metterne in pericolo le fondamenta?

GA: L'elezione non è concetto giudaico; piuttosto si tratta di un chiaro errore di interpretazione ebraico del giudaismo. Nel contesto della religione ebraica, l'elezione costituisce un pesante dovere morale. Gli ebrei sono stati scelti come simbolo di un comportamento etico supremo. Lo dico, mentre sono pienamente a conoscenza di diverse leggi talmudiche scandalosamente razziste e immorali.

MR: Hai ambizioni politiche. Una volta, un po' per scherzo, avevi detto che saresti ritornato in Israele quando sarebbe diventato una Palestina unita, e che saresti stato felice di fare il Ministro della Cultura. Prima o poi, la politica attira molti. Credi che sia possibile partecipare alla vita politica?

GA: Non ci sono ambizioni politiche qui. Quando arriverà il momento, suonerò la mia musica al popolo palestinese.

MR: Recentemente, Jean Daniel ha scritto nel "The Jewish Prison" che Israele ha conservato una mentalità da ghetto, che contrasta con una più moderna idea di cosmopolitismo. Sei d'accordo, e se lo sei, c'è un modo per uscirne, o si tratta di qualcosa di endemico a molti aspetti della cultura ebraica, e quindi di una situazione difficile da cambiare?

GA: Sono d'accordo, e come forse puoi ricordare, ne ho parlato nel mio libro, Guide to the Perplexed. Gunther Wünker fu chiamato in Palestina per tirare fuori gli ebrei dal Ghetto. Il muro dell'apartheid che sta sorgendo dimostra senza dubbio il fallimento categorico del sionismo.

MR: Cosa pensi di Abu Mazen, o hai qualche previsione sulle prossime elezioni palestinesi?

GA: Mi interessa molto vedere il ruolo di Hamas.

MR: Manchi da molto tempo da Israele. I tuoi figli sono ancora piuttosto giovani, ma chiaramente sono coscienti del fatto che Israele svolge un ruolo importante nella vita dei loro genitori, come racconti Israele ai tuoi figli?

GA: Un anno fa, mia figlia, che allora aveva sette anni, dovette parlare in classe dell'origine dei suoi genitori. Quando arrivò a parlare di me, disse, "mio padre è una specie di palestinese". Credo che abbia capito.

MR: Quali sono le parole che pensi che gli israeliani dovrebbero dire ai palestinesi?

GA: Non devono dire proprio niente, hanno avuto tutto il tempo per parlare, comunque consiglierei ai palestinesi di non ascoltarli.

MR: Quali parole pensi che i palestinesi dovrebbero rivolgere agli israeliani?

GA: Devono solo ripetere lo stesso telegrafico messaggio, nessuna soluzione che non affronti la questione dei profughi e di Gerusalemme.

MR: Israele può in qualche modo redimersi? Oppure, la redenzione è un concetto cristiano che non si può trasferire a uno stato fondato su principi ebraici?

GA: Mi sembra che tu ti sia risposta da sola.

MR: Le opinioni contrapposte su come trattare la situazione mediorientale sono state tradizionalmente lette in maniera opposta a sinistra e a destra. Ma recentemente, sembra che entrambi si stiano spostando verso una linea di "moderazione". Anche se non si tratta esattamente di una nuova frontiera, pensi che si debba trovare un nuovo orientamento che non contrapponga destra e sinistra, in modo da rendere il discorso meno sterile e più produttivo?

GA: Io ritengo che destra e sinistra siano concetti superati. Sono interessato a un vero pensiero etico, qualcosa che non si trova tra i politici dei nostri tempi.

MR: Lev Grinberg ha scritto riguardo al "Genocidio culturale" condotto contro il popolo palestinese. Credi che una simile situazione sia possibile, e in tal caso esiste il modo di fermarlo?

GA: Certo che esiste, per farlo bisogna fermare Israele e prosciugare la cultura israeliana, boicottare gli accademici e gli artisti israeliani, trasformare Israele in un deserto culturale. Siamo già vicini.

MR: Sei soddisfatto di quello che hai realizzato?

GA: Vivo in pace.

MR: Che progetti hai per il futuro?

GA: Ogni sera io suono, ogni sera mi devo reinventare. Il mio progetto per il futuro è il mio prossimo concerto.


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17 ottobre 2007

Hollowcaust Hullabaloo

di Gabriel Ash - 21/01/2007 

[ anche lui noto antisemita, come Ariel Toaff  ;-))) ]

Spesso vengo accusato di antisemitismo, forse a torto, forse a ragione, anche se bisogna ammettere che il confine tra la critica aspra a israele e l'antisemitismo visto la normativa vigente è un sottile filo di capello che passa attraverso lo specchio deformante del pregiudizio del lettore e in seguito sotto la lente d'ingrandimento del giudice inquisitore di turno. Non sto qui a dilungarmi oltre per spiegare il mio punto di vista, l'ho già abbondantemente spiegato nei post precedenti questo, chi ha tempo e voglia si sfogli tutto il blog,  e sinceramente non lo ritengo doveroso nei confronti di nessuno.


Geniale questo articolo dello scrittore e saggista israeliano Gabriel Ash,
nato in Romania, cresciuto in Israele, dove ha prestato servizio regolare
nell'esercito. Oggi vive in America, è un attivista per la Pace e scrive
sulla rivista "Yellow Pages". Il suo motto è che scrivere è importante
perchè "talvolta la penna è più efficace della spada, talvolta no"

Questo articolo s'intitola Hollowcaust Hullabaloo ed è stato scritto a
metà dicembre 2006, in occasione della conferenza di Teheran.
L'ho tradotto io :-) e la parola Hollowcaust non può essere tradotta,
in quanto egli la conia come definizione dell'Olocausto come
"strumento efficace nell'arsenale della segregazione globale".
E' geniale, ripeto. E doveroso pubblicarlo in occasione della
giornata della memoria e del fatto che Mastella vuole, anche
da noi, mandare in galera i "negatori" dell'Olocausto. Anche
la vignetta [sotto] la pubblica lui ed è esplicativa dei concetti
che elabora.
-- Cloro al Clero




Hollowcaust Hullabaloo 


E' una buona settimana x l'Olocausto. E' stato per tutto questo tempo tra le notizie piu' importanti. Sfortunatamente, i media, non eccellono nel fare
collegamenti, cosa che lascia a me il gioioso compito di mettere insieme
tutte le recenti notizie sull'Olocausto.

In Iran, dei pagliacci hanno ospitato una ridicola conferenza sull'Olocausto al ministero degli esteri, allietata dalla presenza di "luminari", quali colui che predica la supremazia dei bianchi, David Duke.

In Francia la speranzosa candidata alle presidenziali, Segolene Royal ha
avuto da dire sulla questione per cui, alla presenza del deputato di
Hezbollah, le è toccato di ascoltare(non si sa se in arabo, o in traduzione)
un paragone tra la resistenza di Hezbollah e la resistenza dei francesi
contro l'occupazione nazista.

Royal ci assicura che ogni paragone che implicasse un associazione tra gli spiacevoli nazisti e Israele sarebbe stato , per cio' che è stato fatto dai
nazisti, "inammissibile, odioso ed abominevole"(Loubnan Ya Loubnan, December 2006)

Per finire: prima di di partire per una visita in Germania, il premier Ehud
Olmert, è intervenuto al museo nazionale dell'Olocausto (di Israele), dove
ha paragonato L'Iran ai nazisti e ha spinto affinché la Germania tagliasse i suoi rapporti economici con l'Iran.

Cominciamo con il terzo evento. Con le parole con cui Olmert ha presentato la sua posizione ai tedeschi: "Posso suggerire al popolo tedesco.Voi potete avere interessi economici, potete fare affari, però avete un obbligo morale piu' profondo verso voi stessi, verso la vostra storia e verso il vostro futuro."Israel National News, December 11, 2006. In altri termini, a causa dell'Olocausto, La Germania deve appoggiare l'attacco Israeliano all'Iran.

Cinque secoli fa, un monaco tedesco si mise contro il papa, accusandolo di aver mescolato affari di coscienza con questioni di lucro, per aver venduto il perdono divino ai peccatori impauriti .

Martin Lutero fu fautore dell'idea secondo cui peccato e redenzione sono
questioni che riguardano il rapporto diretto tra l'uomo e Dio. Qualcuno che pretenda di mediare questa relazione per ottenere la redenzione per qualcun altro ed essere pagato per questo, sarebbe stato considerato un ciarlatano (Lutero disse che anticristo era il nome del "capo" dei ciarlatani).

La cosa meno importante che si può dire è che la Germania del secondo
dopoguerra è che ha tradito Lutero. Pentiti del recente passato nazista, i
tedeschi hanno accettato di pagare miliardi di dollari ad Israele. E Israele
neanche esisteva durante l'Olocausto. I nazisti hanno assassinato Ebrei,
omosessuali, zingari, socialisti. Non fecero nulla contro lo stato di
Israele, molti dei fondatori del quale, espressero ammirazione per
l'ideologia nazista e in certi casi vollero combattere a fianco di Hitler
durante la guerra. (Lenni Brenner, 51 Documents: Zionist Collaboration with the nazistis).

Israele non è stata vittima dei nazisti. Ne trasse, anzi, degli indiretti
benefici.

Israele ha offerto ancora ai tedeschi la loro redenzione: pagaci e noi
cancelleremo l'onta del peccato sui vostri discendenti. Pagaci e voi sarete riabilitati. E i tedeschi sono stati felici di pagare. Essendo coscienti del loro vero, specifico, passato e cercando redenzione nella desolazione della loro identità naufragata che si rifletteva in molti tedeschi (e sono pure gentile. Il perché è facile da capire. L'eredità del nazismo non è stata
certo limpida). Essi sono stati felici di pagare e hanno guardato
silenziosamente, acriticamente, a come Israele ha preso i loro insanguinati soldi e li ha usati per costruire esattamente il tipo di stato crudelmente militarizzato che , ai loro tempi, condusse i tedeschi stessi alla perdizione.

L'ironia sta nel fatto che I tedeschi, dopo aver accusato se stessi di
essere stati troppo obbedienti , troppo ligi alla definizione di moralità
presentata dallo stato nazista, abbiano tentato di riscattarsi dando ad un
altro stato, Israele, i diritti di definire i termini della loro moralità a
loro piacimento. Questo però hanno fatto. I politici e gli intellettuali
tedeschi hanno ceduto la loro coscienza ad Israele e agli Stati Uniti.

60 anni piu' tardi essi sono ancora incapaci di criticare le azioni di
costoro. Invece di una vera coscienza, essi hanno adottato l'atteggiamento di una servile santificazione di tutto cio' che Israele fa.

In questo contesto, Olmert, il nuovo papa dell'Olocausto, pretende
obbedienza dai tedeschi per rinnovare un perdono epocale, ricordando loro , come un lucido venditore ambulante di indulgenze quale è, che loro "hanno un obbligo verso se stessi."

Tuttavia, Olmert, l'uomo ricevuto con calore dalla cancelliera Merkel, è un
criminale di guerra. E' notizia recente che egli ha mandato ,ancora una
volta, centinaia di persone al macello. In accordo con le sue parole, la
carneficina non è stata prodotta da un'azione militare (che sarebbe stata
già di per se, sufficiente) ma di una deliberata azione finalizzata ad
esercitare pressioni sui politici libanesi (Gabriel Ash, Dissident Voice,
July 2006).

Olmert è il classico criminale che proviene dalla stanca abitudine storica
del diritto del più forte (ius in bellum) . Chiaramente non c'è paragone tra
cio' che Olmert ha fatto a Gaza e in Libano e cio' che han fatto i nazisti
ad Auschwitz.

C'è paragone, però con cio' che i nazisti han fatto in posti come Lidice.

Contemporaneamente, se davvero i tedeschi hanno un "obbligo verso se stessi" quest' obbligo imporrebbe di arrestarlo e porlo in condizione di non nuocere , nel momento in cui mette piede in Germania. I tedeschi di certo non hanno l'obbligo di stare a sentire un macellaio come lui, pontificare sulla moralità. Nessuno ce l'ha, quest'obbligo.

Passiamo ora all'"affaire Sego". Secondo il guru dei blogger libanesi in
Francia,(Loubnan Ya Loubnan, December 2006)

Segolene Royal sarebbe stata intrappolata da una piccola commedia ordita dal gruppo libanese appartenente al partito "cedar revolution", o dai sostenitori del governo di Jacques Chirac, o da entrambe le parti, le quali hanno interesse a mantenere le assicurazioni e il loro allineamento con Washington e Tel Aviv.

Royal ha astutamente evitato le "mazzate" diplomatiche, cancellando il suo incontro coi rappresentanti di Hamas, sostanzialmente derogando al suo impegno di ascoltare tutte le parti coinvolte nella polveriera del Medio
Oriente.

Ella ha evitato l'imbarazzo che avrebbe suscitato la previsione, più volte
pubblicata, che il paragone che sarebbe stato fatto dai rappresentanti di
Hamas tra i nazisti e Israele, l'avrebbe spinta ad abbandonare l'incontro.
Cio' significa che, effettivamente, ella non potrebbe sostenere incontri con il 90% della popolazione che oggi vive nel medio oriente.

L'Olocausto, (si conclude nel blog) è la più efficace arma nelle mani di
coloro che sono fautori dello scontro di civiltà. Se la memoria del nazismo, in occidente, puo' far sì che un politico francese si astenga
dall'incontrare dei rappresentanti politici palestinesi democraticamente
eletti, significa che l'Olocausto è diventato uno strumento più che efficace
nell'arsenale della segregazione dell'apartheid globale.

Non credo sia più offensive un medico saudita che afferma di "non voler
stare nella stessa stanza con donne" (Arab News, November 22, 2006) o un politico francese che insiste che non vuol stare in una stanza con un
libanese o un palestinese che afferma di vedere se stesso paragonabile a colui che s'insericsce nella tradizione dei francesi che hanno resistito
all'invasione nazisti.

Il paragone è significativo perché l'Olocausto viene inteso in Europa (e,
diversamente, in Israele) come avente le sembianze di un dogma religioso. La "negazione dell'Olocausto" è l'unico atto "discorsivo" che sia legalmente vietato come una blasfemia e che può portare qualcuno in galera.

E i politici europei apparentemente non possono stare nella stessa stanza con degli "infedeli" o con persone che sfidano la credenza secondo cui vi è stato un solo grande olocausto, con Israele come suo profeta.

E come i fondamentalisti sauditi , che ,con strabiliante ipocrisia, lanciano
maledizioni contro una stupida vignetta danese ma cooperano con gli USA e Israele, dietro le quinte del contrasto alla resistenza palestinese, i
fondamentalisti dell'olocausto d'Europa parlano con la lingua biforcuta.

Non appena Segolene Royal aveva finito di dire di non voler ascoltare chi
paragonava Israele al nazismo, il primo ministro israeliano ha usato come
palcoscenico il museo dell'olocausto, per affermare il paragone tra l'Iran e
la Germania nazista.

Avrebbe mai detto, Royal, che avrebbe lasciato la stanza se avesse sentito Olmert fare tale paragone storico? Gli israeliani e gli americani fanno funzionare a loro comodo un'industria dei paragoni tra il nazismo e l'uomo malvagio del giorno.

Cominciarono col paragonare Yasser Arafat a Hitler. Clinton paragono'
Milosevic a Hitler. Sulle colonne del Sun apparvero paragoni tra il
fondamentalismo islamico e il nazismo. Bush paragonò Saddam a Hitler e ora l'Iran è diventato l'ultima incarnazione del nazismo per Israele. Quand'è stata l'ultima volta che un fondamentalista europeo dell'Olocausto ha lasciato la stanza sentendo questi paragoni asinini?

Lasciatemi parlare fuori dai denti di questi piazzisti dell'Olocausto.
L'Occidente ha elevato i crimini dei nazisti come il paradigma del male
assoluto. Paradossalmente, ogni crimine successivo, specialmente se l'autore è Israele, puo' oggi essere giustificato in virtu' dei campi di sterminio. Per contro, le tendenze genocide che segnano la base della vita civile possono essere ignorate, invocando la rituale condanna della "falsa analogia" col nazismo, persino quando la distruzione sistematica è parte integrante della pratica militare degli occidentali e dei suoi moderni ed operativi eserciti, che combattono con la resistenza popolare. Conseguentemente, non si può paragonare la morte di piu' di un milione di irakeni , risultato della politica americana di "sicurezza" dal 1992, all'Olocausto. Oppure non è possibile paragonare la pluridecennale punizione collettiva cui sono sottoposti gli abitanti di Gaza, o la distruzione del sud del Libano, ai metodi di "pacificazione" dei nazisti.

Nessuno chiamerebbe Bush "negatore dell'Olocausto" per aver fatto in modo di negare il valore di studi scientifici a proposito dei morti (in Iraq),
stimati nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Quando gli interessi occidentali ci vanno di mezzo, invece, si opera
diversamente. La lezione dell'Olocausto ( e dei suoi 6 milioni di morti) è
abbastanza buona per giustificare le bombe NATO su obiettivi civili in
Iugoslavia, il massiccio bombardamento israeliano di Beirut, la futura
guerra nucleare all'Iran ecc.L'insignificante tiranno che "uccide il suo
stesso popolo"( e chi non lo fa?) diviene improvvisamente terribile come
Hitler.

Il genocidio degli ebrei europei è stato trasformato nell' Hollowcaust , un
paradigma del male che resta concettualmente indeterminato. Vuoto nel suo senso centrale,sublimemente applicabile a tutto e a nulla, a seconda delle circostanze.

L'Hollowcaust , come una divinità volitiva e capricciosa, rifiuta il
paragone qui, accetta invece un altro paragone, valido o farlocco, là.

E' una divinità partigiana, un dio che sempre benedice "noi" e condanna
"loro" , persino in come essa chiede di essere adorata dall'intera umanità,
in nome di tutta l'umanità. Questo Hollowcaust attrae vittime in un'inutile
competizione, nella quale esse devono adorarlo con un sacrificio rituale dei fatti, delle notizie, delle statistiche, che giustificherebbero la loro
richiesta di essere prese in considerazione, rispetto al destino degli ebrei
europei.

Tuttavia , il successo di questo richiamo,come il successo dell'Olocausto
"originario" di Caino, non dipende da nulla che non sia la volontà divina ,
in questo caso, l'umore dell'occidente. Come ne "i Piccioni" di Skinner, i
devoti sono condotti in modo malato a sconnettere completamente le cause dalle conseguenze. Come Caino essi sono talvolta portati al fratricidio. E' facilmente comprensibile che, date tali circostanze, la tentazione di negare o di sminuire i crimini dei nazisti è quasi irresistibile. La negazione dell'Olocausto è radicata nel desiderio di spingere via l'Hollowcaust.

Ritorniamo ora alla patetica conferenza sull'Olocausto che si è tenuta in
Iran. La cosa più carina che si puo' dire degli organizzatori è che sono
pazzi. Motivati dalla solidarietà con le vittime del terrorismo di stato, si
sono fatti involontariamente vessilli del terrorismo di stato loro stessi.
Discutendo dell'autenticità dell'Olocausto, il presidente iraniano non ha
determinato il ripudio del sionismo, bensì, come argomenta Joseph Massad (Al-Ahram, 2004) un'utile giustificazione del sionismo stesso. Di più: per alleggerire il nazismo si difende il terrorismo di stato,compreso quello di Israele.(Alla conferenza) partecipano anche antimperialisti che rifiutano categoricamente il terrorismo di stato, (ma) d'altra parte, forse, non è sorprendente che il governo iraniano stesso non avversi la tortura e l'omicidio e che trovi gli alti principii di costoro troppo pesanti.

La meschinità del presidente iraniano è stata, come ci si aspettava, manna dal cielo per gli apologeti di Sion.

I media occidentali han colto l'occasione per imbrattare molte pagine con
condanne, esortazioni e diffusione di paure di epiche proporzioni.

Per fare un illuminato esempio, Anne Appelbaum avvisa I lettori che tutto il lavoro fatto per istituzionalizzare la memoria dell'olocausto non è
sufficiente: "la distruzione, vicina nel tempo, degli ebrei europei
perpetrata in modo organizzato e in poco tempo dalla sofisticata nazione
europea, attraverso l'uso della miglior tecnologia disponibile è stata, a
quanto pare, un evento che richiede costante riproposizione."

Il messaggio dei piazzisti dell'Hollowcaust come Appelbaum,viene solo
amplificato dalle idiozie della conferenza iraniana . O ebrei! Essi stanno
cantando all'unisono per questo, dando molti più soldi alle attività del
centro Simon Wiesenthal, così possono blaterare ancora un po'
sull'Hollowcaust, mentre presentano Robert Murdoch come un campione dei diritti umani!(The Forward, February 3, 2003)

Ma fate molta attenzione a cio' che Appelbaum cerca di "spiegare" . Le sue parole sono finalizzate chiaramente a mostrare la traccia del Faustiano affare Hollowcaust,, quell' affare che ha dato agli ebrei il riconoscimento ufficiale per le loro sofferenze in cambio dell'accettazione del "modus vivendi" standard della razza bianca occidentale. Non è l'orrore sofferto dalle vittime, cosi come non è l'omicidio, non è il terrore, che rende unico l'olocausto per Appelbaum. Cio' che dev'essere costantemente spiegato e continuamente immaginato è l'orrore di "una sofisticata nazione europea che ha usato la miglior tecnologia disponibile" per commettere genocidio. Ma non si devono fare sforzi per immaginare che questa è l'ultima cosa che richiederebbe spiegazione. Una nazione avanzata che usi i mezzi tecnologici a sua disposizione per uccidere non risponde forse a criteri pienamente umani? Qual è la questione, veramente? Questa sinossi di un dozzina di capitoli completi di storia moderna non appare valida? Per caso qualcuno si aspettava che la supremazia bianca fosse fatta valere con bastoni e pietre? E' chiaro che una nazione usa la miglior tecnologia , quando vuole sterminare intere popolazioni. Non sa, Appelbaum, quanti miliardi di dollari vengono tutti gli anni spesi per perfezionare le armi di distruzione di massa esistenti e per inventarne di nuove?

Cos'hanno le camere a gas di così sofisticatamente scioccante o di
scioccantemente sofisticato, rispetto alle bombe nucleari, al mustard gas,
al napalm, alle cluster bombs, all'agente orange, ai mitragliatori, ai
Caterpillar D-9s ,ai bombardieri di lunga autonomia, e alle altre migliaia
di piccole e grandi invenzioni, progettate da aziende perfettamente
legittime per accelerare con efficacia il trapasso dei "nemici" alla tomba?

La sofisticazione e la tecnologia non sono cio' che rende il genocidio
nazista diverso.

Questi caratteri, infatti, sono comuni alla maggior parte delle dozzine di
altre guerre dichiarate dagli occidentali contro i gruppi "non bianchi"
della popolazione mondiale.

È singolare che Appelbaum desideri sottolineare come la differenza
principale sia l'elemento (la tecnologia di morte) che è proprio l'ultimo a
distinguere l'Olocausto dagli altri massacri: tale elemento, molto più
probabilmente, è giusto che sia rivendicato dalle vittime dell'imperialismo
e del colonialismo occidentali, poiché è proprio ciò che costituisce il
terreno comune della vittimizzazione di questi diversi popoli.

Gli scopi della "necessità di spiegazione" di Appelbaum non potrebbero
essere più chiari. "Ricordarsi" dell'Olocausto è, soprattutto, escludere
altre vittime.

La rappresentazione dell'omicidio di massa commesso "da una nazione
specializzata con le tecnologie avanzate." è incomprensibile. E la sua
spiegazione non è interessata a raggiungere comprensione. Nella modalità propria della teologia negativa, si "spiega" l'Olocausto conservandone volontariamente la sua incomprensibilità, in modo da rendere costantemente necessaria la sua ri-spiegazione.

Erigere l'Hollowcaust ad unico caso di "nazione dalla tecnologia avanzata" che commette genocidio, non è affermare il passato. E' negare il presente. E' negare le milioni di morti che sono perpetrate, anno dopo anno, da "sofisticate nazioni con avanzate tecnologie" ed è anche erigere una barriera tra le "sofisticate nazioni con avanzata tecnologia" ed il resto
dell'umanità

Da una parte stanno le nazioni "tecnologicamente avanzate" , quelle per cui il genocidio è e resta nell'incomprensibilità e viene, quindi, efficacemente negato. Il genocidio, si pensa, non accadrà più perché sarebbe impensabile pensare che accada di nuovo. Il genocidio commesso da una nazione sofisticata, con armi tecnologicamente avanzate è accaduto sì, ma soltanto una volta. Se si suggerisce che, invece, è accaduto più di una volta, ciò viene a significare il tradimento delle vittime. E' blasfemìa.

La commemorazione e la deificazione di quell'unicità è un'aberrazione
prodotta su commissione ed è il fondamento inesplicabile delle norme
"civilizzate" che in seguito ad esso sono state emanate.

In termini freudiani possiamo dire che l'Hollowcaust sta alla fondazione
della moderna supremazia occidentale allo stesso modo che il tabù
dell'incesto sta alla fondazione della famiglia.

Dall'altro lato (del muro, se lo desiderate) vi sono le nazioni " non
sofisticate", tecnologicamente arretrate.

Implicitamente, l'omicidio di massa, in quelle nazioni viene considerato
"tecnologia arretrata", ma anche per questo poco rilevante, facilmente
comprensibile;essa viene spiegata abbastanza "naturalmente" dalla loro
decisiva mancanza di sofisticazione. In effetti essi sono barbari e come
tali tendono facilmente ad uccidere. Ne consegue che uccidere queste persone non è esattamente commettere grande crimine, si pensa presso di noi, poiché la morte violenta è il loro stesso modus vivendi "Non rispettano la vita come NOI"; essi si offrono come vittime per fare i kamikaze, e così via.

In modo perfettamente circolare, il loro rifiuto irreverente della fede
nell' Hollowcaust (che è stata costruita per escludere da essa proprio
questi "barbari") conferma la loro esclusione dalla Comunità civilizzata che li abbandona senza ripensamenti al loro destino di "carne da macello".

Ecco come l'Hollowcaust è così l'ideologia di segregazione globale (della
quale il muro israeliano è un simbolo)per eccellenza . La vignetta brillante
di Abdullah Derkaoui qui sopra, esprime il senso secondo cui l' Hollowcaust funziona secondo la definizione classica dell'ideologia, come mediazione tra la propaganda e la realtà di segregazione e, come tale, argomento decisivo per costruire la segregazione stessa. Ed ora questi piazzisti di Hollowcaust sono sorpresi e scossi che tanti barbari pisciano sui loro memoriali? Fateci caso, essi stanno ottenendo soltanto la restituzione del messaggio del loro proprio razzismo con scritto" ritorno al mittente" scarabocchiato sopra la busta.

L'autore gradisce commenti e considerazioni
g.a.evildoer@gmail.com.

Versione originale:

Gabriel Ash
Fonte:
http://www.dissidentvoice.org/
Link: http://www.dissidentvoice.org/Dec06/Ash14.htm
14.12.2006

Versione italiana:

Fonte: http://cloroalclero.blogspot.com/
Link:
http://cloroalclero.blogspot.com/2007/01/giornata-della-memoria.html#links




17 settembre 2007

Revisionisti - VS - Olo-storici, olo-propagandisti

RISPOSTA AD ADRIANA CHIAIA SUL "NEGAZIONISMO" OLOCAUSTICO
Di Carlo Mattogno (2007)



In un articolo sul tristemente noto disegno di legge Mastella del gennaio 2007 contro
il "negazionismo" olocaustico, circa le presunte olo-"confutazioni" dei miei argomenti storici, ho rilevato:

«Per quanto mi riguarda, all'inizio c'è stato qualche timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando protervamente che le mie tesi erano "contestabilissime", ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel libro "Olocausto: dilettanti nel web" (Effepi, Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l'elenco dei miei libri e articoli più importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i nomi di coloro che si sono ritirati nell'ombra dopo le mie risposte - 38 autori - e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi "contestabilissime".

Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i sostenitori del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:

- Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996, 322 pagine.

- L' "irritante questione" delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso
ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998, 188
pagine.

- Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, 182
pagine.

- Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.

- Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo". Effepi, Genova, 2006, 80 pagine. [Riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo". Con la replica alla "Risposta a Carlo Mattogno" di Francesco Rotondi, 2007, 103 pagine, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.]

- Negare la storia? Olocausto: la falsa "convergenza delle prove".
Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.

In totale: 1.082 pagine»[1].

Considerata la sfacciata malafede con cui l'articolo in questione è stato "letto" dagli olo-propagandisti, qui la ripetizione non solo iuvat, ma è addirittura necessaria.

Rammento dunque che in esso ho elencato i miei studi revisionistici, i quali, oltre ai libri menzionati sopra, includono:

- su Auschwitz:

8 libri: 1.288 pagine,

25 articoli: 366 pagine, 

1.650 pagine complessivamente;

- su Belzec, Majdanek, Stutthof e Treblinka:
quattro libri (3 in collaborazione con Jürgen Graf): complessivamente 1.033 pagine;

- primi scritti:

11 libri: complessivamente 1.016 pagine.

Indi ho commentato:

«Da queste oltre 4.700 pagine i miei "critici" hanno estratto una frase qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi scritti) e poi hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie presunte metodologie capziose, mie fantasiose intenzioni occulte. Ma neppure questo compito elementare è
riuscito loro, donde l'inevitabile appello alla "giustizia"»[2].

A questi polemisti usa e getta si è aggiunta recentemente Adriana Chiaia, con uno scritto lungo e eterogeneo intitolato "Percorsi e ricorsi storici: il negazionismo"[3]. Dei vari temi trattati dall'autrice mi limiterò ad esaminare quello propriamente storico, non senza aver prima rilevato una palese contraddizione di fondo nella sua impostazione ideologica. Ella pretende incredibilmente che le leggi antirevisioniste in virtù delle quali, ad esempio, in Germania Ernst Zündel è stato condannato a cinque anni di reclusione, Germar Rudolf a due anni e mezzo, e che imperversano non meno
funestamente, oltre che in Francia, in Austria e in Polonia,

«sono, per dirla con Gramsci, "la piccola bandiera" che, in realtà, serve a colpire coloro che si oppongono alla lettura revisionista della storia del XX secolo, coloro che si oppongono alla falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario e comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose ricerche e pochi mezzi - al contrario dei revisionisti, che godono dell'appoggio governativo e delle sovvenzioni dei padroni dei maggiori mezzi di comunicazione - lavorano per ristabilire la verità storica».

Adriana Chiaia illustra la sua singolare tesi con quest'esempio:

«Annie Lacroix-Riz, professoressa di storia contemporanea presso l'Università di Parigi VII e storica di rinomanza internazionale è, da anni, oggetto delle persecuzioni di un'organizzazione di nostalgici dell'Ucraina e della Russia "bianche". Questa organizzazione, che è arrivata al punto di
minacciarla fisicamente, ha esercitato pressioni politiche su deputati francesi, e si è rivolta perfino all'allora Presidente Chirac, affinché Annie Lacroix fosse sanzionata dall'amministrazione dell'Università. Ci sono voluti una vasta mobilitazione democratica di personalità della cultura a
livello internazionale, di associazioni e di militanti antifascisti e l'intervento dei sindacati perché ciò non accadesse. Il 'crimine' di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano - su rigorose basi documentarie - il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato da Stalin durante la carestia che colpì l'URSS negli anni 1932-33. Gli attacchi contro la professoressa Lacroix non sono, tuttavia, terminati. Essi minacciano la sua sicurezza fisica e il suo posto di lavoro e minano la serenità necessaria per le sue ricerche storiche».

Se si sostituisse "Robert Faurisson" a "Annie Lacroix-Riz" si otterrebbe un quadro ancora educorato della realtà, sia perché le persecuzioni e le aggressioni fisiche subìte dallo storico francese sono di gran lunga più gravi, sia perché in veste di persecutore non ha agito una qualunque "organizzazione di nostalgici", ma lo Stato francese.

Mutatis mutandis, le parole di Adriana Chiaia si attagliano perfettamente a Faurisson, il cui "crimine" «consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano - su rigorose basi documentarie - il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ebrei».

Per Adriana Chiaia il "negazionismo" è evidentemente a senso unico: giusto e sacrosanto se si tratta di negare i crimini di Stalin, ignobile e aberrante se entra in gioco il presunto olocausto.

Ciò premesso, vediamo quale sia il valore dei suoi argomenti.

Rilevo anzitutto che lo scritto di Adriana Chiaia è caratterizzato da una profonda ignoranza dei cardini della storiografia olocaustica (per non parlare di quella revisionistica); da una confusione tra la persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei - che nessuno nega - e il preteso sterminio
ebraico; dal conseguente ricorso a fonti non solo di seconda mano, ma oltremodo datate e infine da argomentazioni storiche insulse.

Nelle sue note campeggiano titoli come:

-William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino,
1962;

- Enzo Collotti, La Germania nazista, Giulio Einaudi editore, Torino, 1962;

- Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945, Feltrinelli
editore, Milano,
1964.

Stranamente, ella non menziona le opere olocaustiche di L. Poliakov e di G. Reitlinger, parimenti datate e accessibili in italiano, ma almeno un po' più serie.

Per la verità Adriana Chiaia si appella anche ad un'opera meno vetusta: il "Calendario" di Auschwitz di Danuta Czech, riguardo al quale scrive:

«In un recente articolo apparso su il manifesto, Enzo Collotti, storico che dal dopoguerra si è dedicato allo studio del nazismo e autore di libri fondamentali sul tema, segnala quella che egli chiama "una pietra miliare della storiografia su Auschwitz". Si tratta dell'opera della studiosa
polacca, D. Czech, dal titolo Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, nella quale si ricostruisce con un paziente lavoro di archivio (proveniente in gran parte dai documenti originali tedeschi della gestione del lager, scampati alla distruzione precedente all'arrivo dell'Armata Rossa) il processo con cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager».

L'articolo in questione è datato 9 febbraio 2007, ma l'opera recensita, il "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945", nella sua versione tedesca riveduta e corretta risale al 1989[4], dunque Collotti ha impiegato diciotto anni per accorgersi
dell'esistenza di questa "pietra miliare della storiografia su Auschwitz" - ha dovuto aspettare che l'opera fosse disponibile in italiano!

Il "Calendario" di D. Czech è una cronaca che riporta giorno per giorno gli avvenimenti principali della storia del campo di Auschwitz. Esso è uno strumento storico utile per quanto riguarda i fatti documentati, uno strumento puramente propagandistico per quanto attiene alle asserzioni non
documentate, che sono quelle più importanti, in quanto riguardano le presunte gasazioni omicide. A questo proposito, i riferimenti addotti da D. Czech possono forse impressionare studiosi come Collotti, non certo chi tali riferimenti conosce bene ed è in grado di verificarli. Mi spiego subito con
qualche esempio.

Adriana Chiaia ritiene opportuno soffermarsi su qualche passo dell'articolo di Collotti:

«Riferendosi alla ricostruzione cronologica, che costituisce il criterio dell'opera, Collotti scrive: "Dalle esecuzioni più primitive [cioè le fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri polacchi e russi, il primo trasporto di ebrei di varie nazionalità essendo arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un crescendo alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha luogo il 4 maggio 1942».

Collotti non ha neppure colto la sequenza fondamentale dei presunti eventi che avrebbero condotto allo sterminio sistematico in "camere a gas" omicide installate nei crematori di Birkenau. A tale epilogo le SS - secondo il "Calendario" - sarebbero giunte attraverso tre fasi intermedie:

- la prima gasazione omicida, presuntamente avvenuta nello scantinato del Block 13 di Auschwitz (divenuto poi il Block 11 per un cambiamento della numerazione) il 3-5 settembre 1941;

- l'utilizzazione della camera mortuaria (Leichenhalle) del crematorio I di Auschwitz come camera a gas omicida (a partire dal 16 settembre 1941);

- la trasformazione di due case coloniche preesistenti nell'area di Birkenau in camere a gas omicide (20 marzo e 30 giugno 1942)(i cosiddetti "Bunker" 1 e 2[5]).

A ciascuna di queste fasi ho dedicato uno studio specifico basato su una ricca documentazione di prima mano:

1) Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190 pp.

Traduzione americana: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo accresciuto, riveduto e corretto. 159 pp.

2) Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp.

3) The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp.

Come ho già rilevato altrove[6], lo studio olocaustico più approfondito - o meno superficiale - su questi tre aspetti essenziali della presunta politica di sterminio ebraico ad Auschwitz è costituito dalle 33 pagine che vi ha dedicato Franciszek Piper - direttore della sezione storica del Museo di
Auschwitz[7]; i miei tre studi summenzionati coprono circa 600 pagine e già questo semplice confronto dimostra l'inconsistenza e l'inettitudine della storiografia olocaustica sulla genesi e gli sviluppi del presunto sterminio ebraico ad Auschwitz.

Sto ancora aspettando che qualche olo-storico o olo-propagandista si pronunci su questi studi. Forse Collotti?

Quanto alla «prima selezione con gas» che ebbe presuntamente luogo il 4 maggio 1942, D. Czech non sa fare di meglio che appellarsi a due testimonianze, una del 1947 (processo Höss), l'altra del 1978! (Czeslaw Ostankowicz).

I documenti infatti non confermano affatto questa presunta "selezione", anzi, se mai, la sfatano clamorosamente.

D. Czech non indica il numero dei "selezionati" e si limita a riferire che, dopo la presunta gasazione, «la forza di questa baracca ammonta a 1.200 detenuti»[8].

Una delle sue fonti, Czeslaw Ostankowicz, afferma invece che dalla baracca furono selezionati 20 polacchi, alcuni francesi e 180 Russi abili al lavoro, poco più di 200 persone, mentre «il resto dei 1.200 detenuti politici», dunque poco meno di 1.000 persone, furono gasati il 4 e 5 maggio 1942[9].

Esiste un importante documento che smentisce questo presunto evento. Si tratta dello Stärkebuch, il registro della forza del campo maschile di Auschwitz che va dal 19 gennaio al 19 agosto 1942. Esso registra la forza numerica all'appello del mattino e della sera, i nomi dei detenuti nuovi arrivati e di quelli morti (oltre che di quelli trasferiti e rilasciati).
La presunta "selezione" avrebbe riguardato detenuti immatricolati, perciò le presunte vittime devono figurare in questo registro tra i "Verstorbene Häftlinge" (detenuti morti). Dal 1° al 10 maggio 1942 la mortalità giornaliera nel campo maschile fu la seguente[10]:

data
detenuti
prigionieri di guerra sovietici

1 maggio
134
185

2
53
185

3
64
183

4
89
182

5
87
182

6
144
182

7
89
179

8
135
176

9
61
174

10
49
172




Il tasso di mortalità prima del 4-5 maggio 1942 e dopo non subì variazioni di rilievo, dunque nello Stärkebuch non c'è traccia dei quasi 1.000 presunti gasati.. Le presunte vittime facevano parte della forza del campo dello Stammlager Auschwitz, perciò, oltre che in questo registro, dovrebbero
apparire anche nel Leichenhallenbuch, il registro della camera mortuaria del Block 28, che va dal 7 ottobre 1941al 31 agosto 1943. Per il periodo summenzionato essa riporta infatti i seguenti decessi[11]:



data
detenuti

1 maggio
24

2
15

3
9

4
31

5
45

6
28

7
23

8
25

9
14

10
12


Anche questo documento smentisce la presunta uccisione di poco meno di 1.000 detenuti il 4 o 5 maggio 1942.

E - per favore - non mi si venga a parlare di una fantomatica "doppia contabilità" delle SS, tesi insensata che dimostra soltanto una spaventosa ignoranza della burocrazia di Auschwitz.

Nella stessa pagina in cui menziona la prima "selezione", D. Czech dà un altro saggio della sua professionalità. Ella ci informa che un medico SS ordina nella farmacia del campo 3 kg di fenolo «che viene usato all'ospedale dei detenuti per uccidere detenuti mediante iniezioni di fenolo al cuore»[12]. Ma il riferimento riguarda solo l'ordinazione: da che allora cosa D. Czech desume che questo fenolo serviva a scopo omicida? Dal suo silenzio. Ella tace infatti che ad Auschwitz furono effettuate migliaia di operazioni chirurgiche[13] e, come è noto, il fenolo è un disinfettante energico che era stato introdotto nelle operazioni chirurgiche fin dal 1867[14].

E che dire del fatto che ella ha occultato almeno 97.000 detenuti trasferiti in altri campi nel 1944, creando così altrettanti finti gasati?[15].

In uno dei miei libri citati sopra - Auschwitz: la prima gasazione - ho esposto in uno speciale paragrafo "La metodologia storiografica di Danuta Czech", dimostrando come ella abbia inventato un racconto fittizio e storiograficamente inconsistente sulla base di un mosaico di dichiarazioni
contraddittorie su tutti i punti essenziali: quelle dei testimoni Kula, Krokowski, Koczorowski, Taul, Mylyk, Glinski, Smuzewski, Banach e Kielar.

Riporto i punti salienti di quest'analisi:

«- Danuta Czech trae il numero dei detenuti malati selezionati (250) dalla testimonianza di Kula, quello dei prigionieri russi (600) dalle testimonianze di Krokowski, Koczorowski, Mylyk e Glinski; tuttavia il testimone Krokowski afferma che i detenuti malati selezionati furono 400, il
testimone Smuzewski fornisce un totale di 980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra cui 120 detenuti politici.

- Danuta Czech scrive che la mattina del giorno dopo quello della gasazione (4 settembre), Palitzsch aprì la porta «delle celle» e constatò che «alcuni» prigionieri di guerra russi erano ancora vivi. La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però afferma che ciò accadde il pomeriggio del giorno dopo ("Il 15 agosto[16], verso le 4 di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas..."); egli precisa inoltre che Palitzsch aprì la porta "dei Bunker", ossia dello scantinato, non delle celle, e constatò che "le persone" - evidentemente tutte, non alcune - che vi si trovavano erano ancora vive.

- Danuta Czech asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè ancora il giorno dopo quello della gasazione, Palitzsch adunò «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a e tutti gli infermieri dell'ospedale", più altri due detenuti, i quali cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il testimone Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto, cioè due giorni dopo quello della gasazione [rispetto alla data riferita da questo testimone]; anche il testimone Kielar afferma che l'evacuazione dei cadaveri iniziò due giorni dopo, per l'esattezza la sera del secondo giorno, mentre il testimone Glinski dichiara che essa cominciò tre giorni dopo. Questo stesso testimone afferma inoltre che tale operazione fu eseguita da circa 20 medici e infermieri, che Danuta Czech trasforma in «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a", mentre il testimone Banach dichiara che essa fu eseguita da «alcune decine» di detenuti della compagnia di punizione. Il testimone Glinski, che era infermiere, asserisce che l'operazione fu compiuta soltanto da infermieri e medici, mentre il testimone Banach, che era membro della compagnia di punizione, dichiara che l'operazione fu eseguita soltanto dai detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o detenuti della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione!

- Danuta Czech scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al crematorio e cremati, ma il testimone Kula afferma che essi "non furono cremati nel crematorio, ma furono portati in direzione di Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati".

- Danuta Czech asserisce poi che il trasporto dei cadaveri al crematorio durò due notti e si concluse la notte del 5 settembre. Ma i testimoni Mylyk e Smuzewski affermano che questo lavoro fu eseguito in una sola notte.

Si sarà notato che Höss non rientra nel novero dei testimoni citati da Danuta Czech. La ragione è semplice: la sua testimonianza, alla portata di tutti e controllabile da chiunque, è in contraddizione troppo flagrante con il resoconto di Danuta Czech, perché egli riferisce che lo Zyklon B provocò
la morte immediata delle vittime"»[17], mentre la redattrice del "Calendario", come ho accennato sopra, pretende che la mattina del giorno dopo quello della gasazione alcuni prigionieri diguerra russi erano ancora vivi.

D. Czech menziona la gasazione di centinaia di trasporti ebraici, a partire da quella di un trasporto di Ebrei slovacchi in data 4 luglio 1942, ma senza mai fornire non dico la minima prova, ma neppure il minimo indizio documentario a sostegno della sua pretesa. Ella, come tutti gli storici
olocaustici, presuppone aprioristicamente che tutti i detenuti non immatricolati fossero stati gasati. Nella prima edizione tedesca del suo "Calendario"[18] figurano 91 trasporti di Ebrei provenienti dall'Ungheria tra il 2 maggio e il 18 ottobre 1944, da cui risultano immatricolate complessivamente 29.159 persone. Quanto al destino delle persone non immatricolate, D. Czech sentenziava invariabilmente: «Die Übrigen wurden vergast» (i restanti furono gasati)[19].

Basandosi su questi dati, in un articolo apparso nel 1983, Georges Wellers concluse che nel 1944 erano stati deportati ad Auschwitz 437.402 Ebrei ungheresi in 87 treni, di cui, secondo i suoi calcoli, 27.758 erano stati immatricolati e i restanti 409.644 erano stati gasati immediatamente
all'arrivo[20].

In realtà le deportazioni degli Ebrei ungheresi erano cessate l'8 luglio 1944. D. Czech fu successivamente costretta a riconoscere questo fatto e anche ad ammettere che decine di migliaia di Ebrei ungheresi furono accolti senza immatricolazione nei settori BIIe, BIIc, BIIb e BIII di Birkenau, che nei documenti vengono designati «Durchgangslager (campo di transito) KL Auschwitz II». Fatto notorio, perché già al processo Höss un testimone tenuto in grande considerazione da D. Czech, Otto Wolken, aveva dichiarato che nel 1944 le donne ungheresi erano state accolte inizialmente nel campo BIIc, dove dovevano dormire in due turni, poi nel Bauabschnitt (settore di costruzioni) III, dove furono alloggiate in 50.000[21].

Nella seconda edizione tedesca del "Calendario" sono registrati circa 25.000 detenuti non immatricolati che passarono per il "Durchgangslager", ma il numero effettivo è di almeno 98.600[22].

E che dire dei trasporti ebraici registrati da D. Czech tra il 5 maggio e il 18 agosto 1942 che sarebbero stati gasati interamente? Del loro arrivo ad Auschwitz non esiste neppure il più vago indizio documentario. Con questi finti trasporti la redattrice del "Calendario" lucra oltre 22.200 finti
gasati. In tale contesto, ecco un altro esempio della sua serietà.

In data 8 novembre 1942 ella registra l'arrivo di due trasporti ebraici (uno dal distretto di Zichenau, l'altro da quello di Bialystok) con 1.000 Ebrei ciascuno, che sarebbero stati tutti gasati all'arrivo[23]. Per entrambi i trasporti D. Czech indica come fonte il diario del dott. Kremer (sul quale ritornerò sotto):

«Questa è la dodicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS,op. cit., Diario di Kremer, p. 232)».

«Questa è la tredicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS, op. cit., ., Diario di Kremer, p. 232)»[24].

Questa fonte è smentita dall'opera stessa invocata da D. Czech. Nel libro "Auschwitz in den Augen der SS" (edizione del 1997) si legge infatti il seguente testo del diario del dott. Kremer:

«8 novembre 1942. Stanotte [ho] partecipato a due azioni speciali (Sonderaktionen) con fosco tempo autunnale piovoso (dodicesima e tredicesima)».

Dunque il dott. Kremer non menziona né l'arrivo dei due trasporti, né il numero dei deportati, che sono pertanto semplici invenzioni di D. Czech.

In nota Jadwiga Bezwinska e D. Czech stessa (!) spiegano:

«Quel giorno furono internati Ebrei dal campo di concentramento di Lublino (Majdanek); 25 uomini furono ammessi al campo come detenuti, gli altri (non si sa quanti) furono gasati»[25].

Perciò D. Czech non ha mai avuto la minima prova dell'arrivo ad Auschwitz dei due trasporti summenzionati, che devono dunque essere considerati fittizi.

Spero che queste osservazioni siano sufficienti a dare un'idea di che cosa sia in realtà questa presunta "pietra miliare della storiografia su Auschwitz".

Torniamo ad Adriana Chiaia, che continua così:

«Collotti riporta poi una citazione dal lavoro della Czech, che annota per la data del 2 settembre 1942: "il medico del campo SS Kremer scrive nel suo diario: 'Presente per la prima volta ad un'azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto qui l'Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non per niente Auschwitz è definito campo di sterminio!'".
E Collotti commenta:"potrebbe essere l'epigrafe dell'intero Kalendarium"».

Faurisson si era occupato in modo approfondito del diario del dottor Johann Paul Kremer già nel 1980[26], ma Adriana Chiaia, che pretende di confutarlo sul piano storico, non cita neppure di sfuggita le sue osservazioni al riguardo.

L'interpretazione olocaustica di questo documento presuppone - anche qui aprioristicamente e senza uno straccio di prova - che il termine "Sonderaktion" (azione speciale) che vi appare varie volte sia un "criptonimo" che designava le gasazioni omicide, al pari di altri termini come "Sonderbehandlung" (trattamento speciale), "Sonderbaumassnahme" (misura
speciale), "Sondertransporte" (trasporti speciali), "Sonderkeller" (scantinato
speciale), "Spezialeinrichtung" (installazione speciale).

In riferimento ad Auschwitz - come ho ricordato (invano) più volte -, a questa presunta decifrazione gli olo-storici più preparati hanno dedicato al massimo qualche riga. La spiegazione del nuovo esperto mondiale di Auschwitz (dopo la morte di Jean-Claude Pressac), Robert Jan van Pelt, è veramente prodigiosa, un vero capolavoro di storiografia scientifica:

«Ogni volta che erano designati come installazioni di sterminio, i crematori venivano denominati Spezialeinrichtungen (installationi speciali) per la Sonderbehandlung (trattamento speciale) di detenuti. L'ultimo termine si riferiva all'uccisione»[27].

E questo è tutto in un libro su Auschwitz di oltre 500 pagine!

I numerosi documenti che ho trovato a Mosca mostrano invece che questi termini si riferivano a molti aspetti "normali" della vita del campo di Auschwitz - dalla disinfestazione e immagazzinamento degli effetti personali dei detenuti all'impianto di disinfestazione di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B per la disinfestazione, all'ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett) progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione dei deportati e alla selezione degli abili al lavoro, ma non avevano in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta "decifrazione" proposta dalla storiografia olocaustica è storicamente e documentariamente infondata. Ho presentato la relativa dimostrazione, accompagnata da una selezione di 26 documenti, molti dei quali prima ignoti persino agli specialisti, nel libro "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato[28]. Per fare un solo esempio, un documento del 18 dicembre 1942 menziona una "Sonderaktion" (azione speciale) che consistette
nell'interrogatorio di tutti gli operai civili da parte della Gestapo dopo uno sciopero(!) per le ferie natalizie[29]. All'epoca infatti nel "campo di sterminio" lavoravano 950 operai civili[30].

Perfino il termine "Sonderkommando", comunemente riferito ai detenuti pretesamente addetti alle gasazioni nei crematori, è fasullo, in quanto da un lato ad Auschwitz esistettero documentariamente almeno undici "Sonderkommandos", dall'altro nessuno di questi si riferì mai al personale in questione, che invece veniva chiamato "Krematoriumspersonal" (personale del crematorio) oppure con il relativo numero di "Kommando": ad esempio, "206-B Heizer Krematorium I. u.II. 207-B Heizer Krematorium III. U. IV."[31].

È ben vero che l'annotazione del dott. Kremer summenzionata dice che «in confronto a ciò l'inferno di Dante mi sembra una commedia», tuttavia Faurisson in questo contesto menziona una lettera di Kremer datata 21 ottobre 1942 nella quale egli scrive tra l'altro:

«A dire il vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto di poter essere di nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di volgere così le spalle definitivamente a questo inferno di Auschwitz, dove oltre al tifo petecchiale ecc. ora appare anche il tifo»[32].

L' "Inferno" di Auschwitz aveva dunque una inequivocabile relazione con il tifo e le altre malattie che imperversavano al campo.

Veniamo infine al "campo di sterminio". Rilevo subito che questa traduzione è inesatta. Il testo tedesco è "das Lager der Vernichtung", "il campo dello sterminio"[33]. Il significato reale di questa espressione si desume dal contesto storico.

Kremer ricevette l'ordine di trasferimento ad Auschwitz il 28 agosto 1942 e giunse al campo il giorno 30. La sua prima annotazione dopo l'arrivo riguarda le malattie infettive che vi infuriavano:

«Al campo a causa di numerose malattie infettive (febbre petecchiale, malaria, diarrea)[vige la] quarantena».(Im Lager wegen zahlreicher Infektionskrankenheiten (Fleckfieber, Malaria, Durchfälle) Quarantäne)».

La quarantena era stata ordinata dal comandante Höss il 23 luglio come "chiusura totale del campo" (vollständige Lagersperre). Kremer arrivava nel momento in cui l'epidemia aveva raggiunto la massima intensità.

Nel mese di agosto erano morti 8.600 detenuti. Per due volte, il 19 e il 20, la mortalità aveva superato la soglia dei 500 decessi al giorno. Nella seconda metà del mese, dal 15 al 31, vi furono quasi 5.700 decessi, con una media giornaliera di oltre 330 decessi. All'inizio di settembre la mortalità media aumentò ulteriormente. Il 1° settembre morirono 367 detenuti, il 2 settembre 431.

Il confronto con gli altri campi di concentramento mostra che Auschwitz aveva un tasso di mortalità immensamente superiore. Nel complesso Mauthausen-Gusen nell'agosto 1942 morirono 832 detenuti, a Dachau 454 detenuti, a Buchenwald 335 detenuti, a Stutthof circa 300. Perfino il campo di Lublino-Majdanek, nonostante la sua altissima mortalità di 2.012 detenuti, ebbe appena il 23% dei decessi che vi furono ad Auschwitz. Il 2 settembre 1942, dunque, per la sua altissima mortalità "naturale" (che non include le presunte gasazioni omicide) rispetto agli altri campi, Auschwitz era davvero "das Lager der Vernichtung"[34].

Quanto al significato delle "Sonderaktionen" cui partecipò il dott. Kremer, qui posso soltanto accennare allo scenario generale in cui si collocavano.

Gli Ebrei che venivano deportati ad Auschwitz nel quadro dell'evacuazione nei territori orientali occupati (cioè i cosiddetti trasporti RSHA), arrivati al campo, subivano una selezione: gli abili al lavoro venivano immatricolati, gli inabili proseguivano il loro viaggio verso l'Est. Ciò è detto esplicitamente nel rapporto di Oswald Pohl, capo dell'Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS-WVHA), a Himmler del 16 settembre 1942:

«Gli Ebrei abili al lavoro destinati alla migrazione verso l'Est interromperanno dunque il loro viaggio e dovranno eseguire lavori nell'ambito degli armamenti».

(Die für die Ostwanderung bestimmten arbeitsfähigen Juden werden also ihre
Reise unterbrechen und Rüstungsarbeiten leisten müssen")
[35].

La " Ostwanderung" era appunto la deportazione ebraica all'Est.

Ad Auschwitz avvenivano selezioni anche tra i detenuti immatricolati, ma non certo per le "camere a gas". Ad esempio, il 27 maggio 1943 l'SS-WVHA ordinò al comandante del campo di Auschwitz di trasferire al KL Lublino (Majdanek) «800 detenuti malati di malaria» (800 Malariakranke Häfltinge)[36]. Un documento successivo, il rapporto trimestrale del medico del campo di Auschwitz datato 16 dicembre 1943, spiega che tutti i malati di malaria nel 1943 furono trasferiti al campo di Lublino perché esso si trovava in una zona priva di zanzara anofele[37]. Tra il gennaio e il marzo 1944 al campo di Lublino furono trasferiti circa 20.800 detenuti malati provenienti dai campi di Buchenwald, Flossenbürg, Neuengamme, Ravensbrück e Sachsenhausen, tra i quali circa 2.700 invalidi da Sachsenhausen e 300 ciechi da Flossenbürg[38].

Uno dei significati del termine "Sonderaktion" era l'internamento di un trasporto ebraico e tutte le operazioni di ricezione e di smistamento connesse. In questo contesto generale il dott. Kremer partecipò a varie "azioni speciali", inclusi i due tipi di selezione esposte sopra.

Lublino si trova circa 280 km circa a nord-est di Auschwitz: se le "Sonderaktionen" che vi venivano attuate miravano alla "gasazione" di detenuti malati, perché i malati di malaria del campo furono inviati a Lublino? E perché 20.800 detenuti malati provenienti dai campi del Reich andarono a est di Auschwitz senza subire alcuna "gasazione"?

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi dell'intervista concessa da Faurisson nel 1979 a Storia Illustrata, che ella trae dal sito aaargh[39].

Non c'è proprio dubbio: costei, nel campo storiografico, è rimasta indietro di qualche decennio.

Indi ella espone i suoi nobili intenti:

«Nell'ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche d'indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che, assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente».

Indi cita vari brani dell'intervista in questione - tra i quali questo: «I forni crematori costituivano un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» - e osserva:

«Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a tale inquietudine, i nazisti provvidero alla 'inumazione' di migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate circostanze (quando: "Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa.") e nelle zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev, dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei e di persone di altre nazionalità».

Qui, a quanto pare, Adriana Chiaia vuole opporre la pratica ad Auschwitz (anche) dell'inumazione a quella (soltanto) della cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita "William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-1049". Qui ella
menziona evidentemente di seconda mano, perché prende un grossolano abbaglio. Il testo da lei citato non avvalora affatto la sua tesi:

«Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa secondo la tecnica degli Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente buttati in fosse e bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi gettava sopra della terra»[40].

Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle fantomatiche "fosse di cremazione"[41].

Per quanto riguarda la storiella delle "fucilazioni in massa" quando le presunte camere a gas di Auschwitz "risultarono insufficienti", essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di aver fatto parte del cosiddetto "Sonderkommando") fu sostenuta soltanto da Miklos Nyiszli. Secondo la storiografia olocaustica attuale (non quella di quarant'anni fa), l'eccedente delle presunte vittime che, nell'estate del 1944, non trovava posto nei crematori di Birkenau, fu gasata nel cosiddetto "Bunker 2" e cremata in "fosse di cremazione" vicine, che in realtà non sono mai esistite. Secondo Nyiszli, invece, in riferimento agli stessi luoghi e allo stesso periodo, il "Bunker 2" non era affatto una struttura di gasazione, ma un semplice spogliatoio per le vittime, che venivano uccise ad una ad una con un colpo alla nuca sul ciglio di due inesistenti "fosse di cremazione".

Infine, l'unica prova materiale della fucilazione di "almeno ventimila" vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica che mostra "Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai Tedeschi"![42].

Adriana Chiaia continua poi la sua "confutazione":

«Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.][43]) B
(in quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella costruzione di
forni crematori e delle relative attrezzature (ascensori, carrelli
trasportatori di cadaveri) esiste la documentazione incontrovertibile degli
originali delle relative offerte, ordinazioni e fatture.

Per non parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza
dell'origine degli oggetti di valore sottratti ai deportati (persino le
protesi dentarie d'oro strappate ai cadaveri!), vero e proprio bottino di
guerra che veniva depositato nelle banche, come risultò nel processo di
Norimberga».

Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato altrove[44]. Poiché lo Zyklon
B fu usato notoriamente in tutti i campi di concentramento tedeschi a scopo
di disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle ordinazioni di questo
insetticida che esso fu usato a scopo omicida? Ad esempio, Kurt Gerstein
esibì dodici fatture della Degesch a suo nome relative alla fornitura di
2.370 kg di Zyklon B dal 16 febbraio al 31 maggio 1944, 1.185 kg per
Auschwitz e 1.185 kg per Oranienburg. Da che cosa si può desumere che la
fornitura di Zyklon B ad Auschwitz sia la "prova" di uno sterminio in massa,
dato che a Oranienburg (Sachsenhausen) non fu attuato alcuno sterminio in
massa in camere a gas omicide a Zyklon B? Anche i forni crematori furono
installati e usati in tutti i campi di concentramento, sicché la relativa
"documentazione incontrovertibile" non dimostra nulla circa il presunto
sterminio in massa.

Per il secondo punto Adriana Chiaia (nota 11) rimanda di nuovo al libro di
Shirer menzionato sopra. Qui si tratta di una rapina sistematica e su vasta
scala effettuata su persone vive (all'arrivo di un convoglio ebraico a
Birkenau, i deportati dovevano abbandonare i loro averi sulla cosiddetta
rampa, che essi venissero immatricolati o inviati senza immatricolazione nel
"campo di transito" o gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato
in camere a gas.

Veniamo alla questione delle "protesi dentarie d'oro strappate ai cadaveri".

Nei crematori di Birkenau esisteva una "Häftlingszahnstation des K.L.
Auschwitz" (laboratorio dentistico dei detenuti) la quale provvedeva alla
rimozione dei denti d'oro dalla bocca dei cadaveri prima della cremazione.
Per ogni cadavere veniva redatto un rapporto alla Sezione Politica del campo
nel quale veniva indicato il numero di matricola del detenuto, il numero e
il tipo di metallo dei denti estratti[45]. Negli archivi del Museo di
Auschwitz sono conservati numerosi rapporti dai quali risulta che, dal 16
maggio al 10 dicembre 1942, a 2.904 cadaveri di detenuti immatricolati
furono estratti 16.325 denti d'oro[46], ma non esiste un solo rapporto che
si riferisca all'estrazione di denti d'oro ad un detenuto non immatricolato,
cioè a un presunto gasato.

Dunque neppure l'oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in camere a gas.

Ed ecco l'incredibile commento di Adriana Chiaia:

«Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine e pagine per dimostrare l'impossibilità 'tecnica' dell'uso delle camere a gas».

Le "prove ineccepibili" sarebbero gli argomenti insulsi che ho discusso sopra!

Ella continua:

«Uno dei suoi argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i
guardiani dei campi nell'estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi
della sostanza velenosa. E qui arriva a falsificare la testimonianza di
Höss, uno dei comandanti del campo di Auschwitz, quando sostiene, nella
suddetta intervista, che, secondo le testimonianze dei nazisti, "la squadra
incaricata di ritirare i cadaveri dalle 'camere a gas' penetrava nel locale
sia "immediatamente" sia "poco dopo" la morte delle vittime. "Io dico -
sentenzia Faurisson - che questo punto da solo costituisce la pietra di
paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità fisica".
Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l'abituale cinismo e con
teutonica precisione, che "dopo venti o trenta minuti quando il grande
ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe aspiravano l'aria
avvelenata, la grossa porta veniva aperta e gli uomini del Sonderkommando
intervenivano (si trattava di ebrei ai quali era stata promessa salva la
vita e un vitto adeguato in cambio dei più macabri tra tutti i lavori.
Immancabilmente e regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti
da nuove squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che
sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere antigas
e da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma iniziavano la loro opera.
Reitlinger l'ha così descritta: 'Il loro primo compito era togliere il
sangue e gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i morti
aggrappati gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell'oro, all'estrazione
dei denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati
dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in
ascensore o in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in
cenere fine, l'autocarro che portava queste ceneri nelle acque del fiume
Sola'"».(12)

Qui emerge tutto il dilettantismo di Adriana Chiaia. Procediamo con ordine.

Il testo di Faurisson si riferisce alle testimonianze in generale, non
specificamente alle "testimonianze dei nazisti":

«Terminerò con quello che chiamerei il criterio della falsa testimonianza
per ciò che concerne le "camere a gas". Ho rilevato che tutte queste
testimonianze per vaghe o discordi che siano sul resto, s'accordano almeno
su un punto: la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalla "camera a
gas" penetrava nel locale sia "immediatamente" sia "poco dopo" la morte
delle vittime. Io dico che questo punto da solo costituisce la pietra di
paragone delle false testimonianze, perchè vi è qui un'impossibilità fisica
totale. Se incontrate qualcuno che crede alla realtà delle "camere a gas"
domandategli come, secondo lui, vi si potevano estrarre i cadaveri per far
posto all'infornata successiva»[47].

Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in generale alle "testimonianze dei nazisti" e in particolare alle dichiarazioni di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:

«R. Höss scrive: "Una mezz'ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta
e si metteva in funzione l'apparecchio di ventilazione. Si cominciava
immediatamente a estrarre i cadaveri". Richiamo la vostra attenzione sulla
parola "immediatamente"; in tedesco "sofort". R. Höss aggiunge che la
squadra incaricata di estrarre 2000 cadaveri dalla "camera a gas" e di
manipolarli fino ai forni crematori faceva questo lavoro "mangiando e
fumando". Dunque, se ben comprendo, senza portare maschera antigas. Questa
descrizione è un'offesa al buon senso perchè implica la possibilità di
entrare senza precauzione alcuna in un locale saturo di acido cianidrico per
manipolarvi (a mani nude?) 2000 cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile
vi siano resti del gas letale. Del gas deve indubbiamente restare sui
capelli (che pare venissero rasati dopo l'operazione), nelle mucose e anche
tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel ventilatore superpotente capace di
far sparire istantaneamente una tale quantità di gas fluttuante nell'aria o
sedimentato un po' ovunque? Anche se un tale ventilatore esistesse, sarebbe
comunque necessario un test che, segnalando alla squadra la sparizione
dell'acido cianidrico, la avverta che il ventilatore ha effettivamente
compiuto il suo lavoro e che conseguentemente la via è libera. Ora, è
evidente che nella descrizione di Höss abbiamo a che fare con un ventilatore
magico che agisce istantaneamente e con una tale perfezione da non lasciare
adito né a timori né a verifiche. Ciò che il semplice buon senso ci
suggerisce è pienamente confermato dai documenti tecnici afferenti allo
Zyklon B e al suo impiego»[48].

L'argomento di Faurisson in relazione a Höss è questo, ma Adriana Chiaia non l'ha neppure sfiorato.

L'accusa che qui Faurisson "arriva a falsificare la testimonianza di Höss" è
ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma. In effetti Adriana
Chiaia non conosce affatto "la testimonianza di Höss": ciò che riporta come
tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49] di un riassunto di
Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di Höss![50] Höss infatti ha
scritto:

«Dopo una mezz'ora dal momento dell'immissione del gas, si aprivano le porte
e si azionavano gli apparecchi per la ventilazione. Quindi si cominciava
subito (sofort) a portare fuori i cadaveri»[51].

I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano i
cadaveri, mangiavano o fumavano»[52], esattamente ciò che ha scritto
Faurisson.

Dunque chi "arriva a falsificare" non è Faurisson, ma Adriana Chiaia.

Aggiungo che le parole di Höss summenzionate non furono pronunciate dall'ex
comandante di Auschwitz "davanti ai giudici", ma nel carcere di Cracovia,
nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione del processo (11-29
marzo 1947).

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi di un «tema più generale su cui si
basa la concezione 'teorica' di Faurisson riguardo al 'problema' ebraico»,
che, appunto per questo, ha ben poco a che vedere con la questione concreta
del presunto sterminio ebraico.
Mi limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.

La minaccia dello "sterminio (Vernichtung) della razza ebraica in Europa" da
parte di Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, come scrisse
trent'anni fa lo storico ebreo Joseph Billig, non implicava neppure
l'intenzione deliberata di un atto reale:

«Il termine "Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la volontà
assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto
assoluta, questa volontà si annunciava come pronta, se fosse stato
necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione non significava che
si era già arrivati allo sterminio e neppure l'intenzione deliberata di
arrivarvi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discorso del 30
gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli Esteri della
Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del
governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava,
in particolare, un'azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito,
egli dichiarò a titolo di esempio: "Presso di noi, vengono sterminati» (bei
uns werden vernichtet). Bisogna credere che Hitler, nel corso di una
conversazione diplomatica messa per iscritto negli archivi del Ministero
degli affari esteri abbia fatto la confidenza di un massacro nel III Reich,
il che, per di più, non era esatto a quell'epoca? Due anni dopo, il 30
gennaio 1941, Hitler rievocò la sua "profezia" del 1939. Ma, questa volta,
ne precisò il senso come segue: ". e non voglio dimenticare l'indicazione
che ho già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del
mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà
terminato completamente il suo ruolo in Europa.". Nella sua conversazione
con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò l'Inghilterra e gli Stati Uniti,
che, secondo lui, potevano offrire delle regioni di insediamento agli Ebrei.
Nel gennaio 1941 egli indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà
liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri
popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest'epoca si
credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler era
ammissibile soltanto fuori d'Europa. Abbiamo appena rilevato che il 30
gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del ruolo degli
Ebrei in Europa»[53] e questo è anche il significato del termine "Vernichtung" nel discorso del
30 gennaio 1939.

Sulla conferenza di Wannsee Adriana Chiaia scrive:

«"Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti funzionari delle
SS gli obiettivi della Endlösung nei confronti di 11 milioni di ebrei d'Europa
(.):
ossia il loro trasferimento in massa verso l'oriente russo e il loro impiego
come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che
erano state finalmente scelte le modalità pratiche per l'eliminazione degli
ebrei, ossia l'annientamento mediante il lavoro"».

Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il quale presentava il
"protocollo di Wannsee" come «un altro documento esibito al processo di
Norimberga»[54], mentre esso fu prodotto al processo della Wilhelmstrasse (6
gennaio 1948-11 aprile 1949) come documento NG-2586. Purtroppo la sua fonte,
il libro di Léon Poliakov e Josef Wulf "Das Dritte Reich und die Juden"[55],
non lo aveva specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò
a indovinare. Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana Chiaia
scrive:

«Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l'elenco dettagliato
dei partecipanti alla seduta (resoconto indicato con timbro: 'Affare segreto'
del Reich) rimando alla nota 17».

La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di Walther Hofer citato
sopra. Ma qui c'è soltanto un breve estratto del protocollo in questione,
non già il suo testo "integrale", che Adriana Chiaia non ha mai visto, né in
originale né in traduzione. Per sua informazione, il testo integrale e
originale del documento in questione si trova nel libro du Robert M.W.
Kempner "Eichmann und Komplizen"[56].

Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana Chiaia.
In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia alzate nel
ghetto di Varsavia, ella scrive:


«Secondo Faurisson, non si trattava di deportazione, ma di una semplice
misura di sicurezza "in occasione dell'arrivo a Varsavia di una
importantissima personalità tedesca". E non basta, secondo le assai
discutibili fonti del 'professore dell'Università di Lione' - come indica
rispettosamente la nota redazionale - il ragazzo della foto, portato in un
posto di polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un
ricchissimo banchiere londinese [!]».

Nel 1978 un "London business man" si mise in contatto con la rivista The
Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione era lui e che la
fotografia era stata scattata nel 1941[57]. Faurisson si limitò a riferire
questa notizia.

Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss, scrivendo:

«Bisogna aggiungere che le 'teorie' di Faurisson, di cui abbiamo dato solo
alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da un lato e all'omissione
dall'altro. Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l'inesistenza delle camere a
gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione:
quelle con l'impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di
scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica,
dove venivano ammassate le vittime. Il sadico comandante del campo di
Auschwitz, Höss, ne parlò diffusamente nel corso del processo di Norimberga.
Con cinico orgoglio professionale disse: "La 'soluzione finale' del problema
ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d'Europa. Mi fu
dato l'ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni
per lo sterminio. A quel tempo nel Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek (.). Feci una visita a quello di
Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del
campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un
semestre. (.) Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi
metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i
locali per lo sterminio usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che
veniva fatto cadere nelle camere della morte da una piccola apertura."».

La fonte (nota 18) è il solito Shirer. Adriana Chiaia non è riuscita a
capire neppure il riferimento da lui addotto[58]. Si tratta infatti della
dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946 (documento PS-3868), che non
ha nulla a che fare con le sue succesive dichiarazioni «nel corso del
processo di Norimberga», cioè all'udienza del 15 aprile 1946.

La citazione di questo documento da parte di olo-storici e di
olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all'ignoranza. Come è noto,
nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva nessun presunto
campo di sterminio: Belzec fu aperto nel marzo 1942, Treblinka in luglio e
Wolzek non è mai esistito. E poiché la pretesa attività omicida con Zyklon B
introdotta da Höss nel crematorio I di Auschwitz dopo la sua presunta visita
a Treblinka sarebbe iniziata, secondo D. Czech, il 16 settembre 1941[59], la
visita di Höss a Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa
data. Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare
Treblinka tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei mesi
precedenti, vi sarebbero state gasate 80.000 persone!

Come si vede, l'attendibilità di questa testimonianza è assoluta![60]

Lascio per ultimo il testo che Adriana Chiaia dedica a me personalemnte
(quale onore!):

«Per fare un esempio, restando nell'ambito del nostro argomento, 'navigando'
in quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un certo Carlo
Mattogno, che si autodefinisce 'l'unico negazionista italiano' e, pertanto,
senz'ombra di modestia, sostiene che il disegno di legge Mastella sia stato
fatto appositamente contro di lui. Questo signore, per non essere da meno
dei suoi colleghi stranieri, dei quali peraltro ripete ossessivamente le
note tesi, mette in discussione le finalità e l'esistenza di un forno
crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul
territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo, furono
concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare nei lager
nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico triestino, Elio
Apih, "un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di
repressione e di sterminio.", furono trucidati migliaia di antifascisti
italiani, sloveni, croati e jugoslavi e di ebrei deportati per motivi
razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente
costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione,
per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata
da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e
notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole
motivazioni 'tecniche'. C'è da sottolineare che la maggior parte dei suoi
studi è pubblicata da case editrici e da riviste d'ispirazione fascista e
nazista, come: Sentinella d'Italia, Avanguardia, L'uomo libero e Orion, a
riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e
fascismo».

Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in un mio sito, dato
che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i miei scritti sono
ospitati in vari siti revisionistici.


L'affermazione secondo la quale mi autodefinirei "l'unico negazionista
italiano" - si noti, tra virgolette - è assurda già per il fatto che rifiuto
la sciocca etichetta di "negazionista".

All'inizio ho stigmatizzato la lettura ipocrita - da parte degli olo-propagandisti - del mio articolo sul disegno di legge Mastella. Qui è il caso di approfondire un po' la questione.
In questo scritto ho affermato:

«Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia
sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto contro di
me»[61].


Come ho ricordato sopra, in quest'articolo ho elencato tutti i miei scritti
pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700 pagine. Nessuno storico
revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo attivo una produzione
letteraria simile: è dunque "immodestia" da parte mia pensare che il disegno
di legge Mastella fosse diretto contro di me? E se è così, allora, di
grazia, contro chi era diretto?

La trita accusa di Adriana Chiaia secondo la quale ripeterei
«ossessivamente le note tesi» è fin troppo palesemente falsa. Nell'articolo
in questione ho anche elencato gli archivi tedeschi, polacchi, cechi,
slovacchi, olandesi, bielorussi, russi, lituani, ungheresi, ucraini,
inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi, israeliani, svedesi dai quali
proviene la mia documentezione: che senso avrebbe per me ripetere più o meno
"ossessivamente" tesi altrui? Eventualemente sono gli altri che ripetono le
mie tesi.

Invece la scelta dell'oggetto della sua "confutazione" è frutto di
deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle oltre
4.700 pagine dei miei scritti: una "critica" davvero demolitrice!

E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi revisionistiche
è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza della terra!


Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto riguardo al
presunto "forno crematorio" della Risiera, e potrei anche approfondire
ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece a riportare il testo
del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione supplementare. Rilevo che
Adriana Chiaia non cita né il titolo dell'opuscolo, né il sito in cui esso
appare, sebbene sia lo stesso in cui ha trovato l'intervista a Storia
Illustrata di Faurisson[62].

Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva evitare che
qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in questo scritto e
scoprisse che i miei argomenti non sono propriamente «stravaganti illazioni
e ridicole motivazioni "tecniche"».

Premetto che l'opuscolo in questione è una sorta di recensione del libro di
Ferruccio Fölkel "La Risiera di San Sabba"[63].

Prima di riportare il paragrafo relativo al "forno crematorio", rilevo
ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è veramente insondabile:
il paragrafo precedente del mio opuscolo si occupa infatti della presunta
"camera a gas" della Risiera, che contesto in modo radicale. Ma Adriana
Chiaia si indigna per la mia "negazione" del "forno crematorio": devo
desumere che anche lei "nega" la "camera a gas"?

Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:

«Forno crematorio

Anche riguardo al "forno crematorio" il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.

"Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta
dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è
convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta"
(pp. 26-27).

Esso era attiguo alla "camera a gas":

"Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata
da un vecchio mobile" (p. 26).

Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:

"Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione.
Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli
altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per
l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera già esistente
nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una
vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della
grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva una grande graticola di acciaio.
Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe nel
forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di
ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie
all'alto camino. C'era un forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in
un capannone nella parete di fronte" (p. 29).

Riguardo al crematorio, questo è tutto.

Osservazioni

Anzitutto una precisazione. L'espressione "forno crematorio" non deve trarre
in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e
proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi,
ma un semplice rogo.

Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente
contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 x 15 (= 300 metri
quadrati), l'altro di un forno di metri 2 x 2 (= 4 metri quadrati)!

Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la
dichiarazione del testimone Gley:

"In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè
interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20
metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 x 2" (p.
29, nota 1).

Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si
trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice
fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.

Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come
si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che "il forno era istallato
nel luogo adibito a garage" (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era
invece la "camera a gas"!

Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una baracca:

"All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più
grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno
si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il forno del
crematorio" (p. 177).

Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:

"Poi ho visto una SS - dicevano che fosse un ucraino - che nel reparto più
piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una
mannaia i cadaveri" (p. 177).

C'era dunque un locale, in una "baracca" o in un "capannone", diviso in due
parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più
piccola si trovava il forno.

La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori
testo dal Fölkel genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta
che il "forno crematorio" (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 x 9,5
ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il
locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato
il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente
inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il "forno
crematorio" avesse una superficie di 300 metri quadrati?

Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è
assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale
sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche
fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben
visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel
nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora
persino dove fosse la ciminiera:

"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha
spiegato l'architetto Boico" (p. 143).


Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel
secondo cortile della Risiera tracce evidenti, che i Tedeschi non avrebbero
potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno,
garage e ciminiera (p. 31).

Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa.
Dov'era allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal
fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino
era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti
la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta
richiede 100-150 kg di fascine. Ciò significa che per cremare cinquanta
cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del
calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di
tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri
quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.

Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una
superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo
cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un
cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico
dunque doppiamente ridicola.

Un altro problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla
piantina precedentemente menzionata risulta che il "forno crematorio" era
collegato al "camino" (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo
circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un
potente impianto di tiraggio?

Conclusione

Del crematorio non si sa con certezza neppure dove fosse istallato. Una cosa
sola è certa: esso non poteva avere, se mai è esistito, le dimensioni, la
capacità di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto
Boico»[64].

Ed ecco la "confutazione" di Adriana Chiaia:

«... I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente
costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione,
per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata
da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e
notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole
motivazioni 'tecniche'».

Se qui c'è una "verità incontrovertibile", è proprio l'assoluta
impossibilità di verificare l'ubicazione o la struttura del presunto forno,

perché, come dice Ferruccio Fölkel,

«il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti
saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco
prima di lasciare il campo di San Sabba»[65],

e ancora:

«Oberhauser ha fatto saltare in aria il camino, il garage, il crematorio la
notte fra il 29 e il 30 di aprile. Verso le due, le tre del mattino. Oggi
non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha spiegato
l'architetto Boico»[66].

Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue "mille prove", sono semplici frottole.

La sentenza del processo per la Risiera (29 aprile 1976) recita al riguardo:

«Un dato processualmente certo è l'esistenza del forno crematorio nel lager di San Sabba».

Questa "certezza" si basa però esclusivamente su testimonianze (cinque), la
più importante delle quali è quella del Gley citata sopra[67]: nessun
documento, nessun riscontro materiale. Questo sarà pure un dato certo
processualmente, ma storicamente non vale nulla.

Nella citazione riportata sopra ho parlato di "rogo", ma anche questo
termine è improprio. L'impianto descritto dal Gley è infatti una specie di
barbecue gigante: per trovare un impianto simile nella storia della
cremazione, bisogna risalire al 1873, quando Lodovico Brunetti sperimentò un
apparato di cremazione basato sullo stesso principio (unica differenza: una
lamina di ferro al posto della griglia). La cremazione di un cadavere
richiedeva circa 6 ore[68]. Ma da allora, soprattutto in Germania, la
tecnologia della cremazione qualche passo avanti l'aveva fatto.

Se alla Risiera c'era proprio bisogno di un vero forno crematorio, bastava
inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato con nafta.

Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra
negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.

Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per tutti gli altri
olo-dilettanti.

Egli si chiede:

«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama "senza falsa modestia e
senza presunzione, il revisionismo storico in Italia" si prenda la briga di
pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un altro scritto di 103 pagine
corredato da ben 89 note al solo scopo di rispondere al phamphlet di un
oscuro dilettante»[
69],

come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a tacere
definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz.
Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo".
Con la replica alla "Risposta a Carlo Mattogno" di Francesco Rotondi,

2007[70].

La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di quanto si possa credere, per la verità) con questa gente?

Per il piacere di smascherare le loro imposture. E anche perché non mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine perché, dopo il defilamento degli storici, sono questi olo-dilettanti - i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i Rotondi, le Chiaie ecc. ecc. - che alimentano l'immagine parodistica del "negazionismo", e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro olo-spropositi.

Carlo Mattogno.
Agosto 2007.


Note

[1] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.

[2] Idem.

[3] In: http://www.politicaonline.net/percorsi/negazionismo.htm.

[4] Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989.

[5] Questo termine, insieme alle denominazioni di "casetta bianca" e
"casetta rossa", furono creati durante le indagini del giudice istruttore
Jan Sehn ad Auschwitz.

[6] Auschwitz. 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di
propaganda. Genesi, sviluppo e declino della menzogna propagandistica delle
camere a gas [Testo del 2005 riveduto, corretto e aggiornato], p. 28.

In: http://www.aaargh.com.mx/ital/archimatto/CMausch45.pdf. Gennaio 2007.

[7] F. Piper, Die Vernichtungsmethoden, in: W. Dlugoborski, F. Piper (a cura
di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums
Auschwitz-Birkenau, Oswiecim, 1999, vol. III, pp. 137-169.

[8] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.

[9] Cz. Ostankowicz, Isolierstation - "Letzter" Block, in: Hefte von
Auschwitz. Verlag des Staatliches Auschwitz-Museums, n. 16, 1978, pp.
175-176.

[10] Stärkebuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK (Archivio della
Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco -
memoriale nazionale, Varsavia), NTN, 92, p. 94.

[11] Leichenhallenbuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK, NTN, 92,
p. 140.

[12] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.

[13] In due soli registri appositi che si sono conservati e che coprono il
periodo dal 10 settembre 1942 al 23 febbraio 1944 sono riportate 11.246
operazioni chirurgiche. Henryk Swiebocki, Widerstand, in: Auschwitz
1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz, op. cit., vol. IV, p. 330.

[14] Dott. Prof. Michele Giua e dott. Clara Giua-Lollini, Dizionario di
chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino
1949, vol. II, p. 238.

[15] C. Mattogno, Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I Quaderni di
Auschwitz, 3. Effepi, Genova, 2004, pp. 5-16.

[16] M. Kula, il testimone fondamentale di D. Czech, l'11 giugno 1945
dichiarò al giudice istruttore Jan Sehn: «Secondo le mie informazioni, la
prima gasazione ebbe luogo la notte del 14-15 e il giorno del 15 agosto 1941
nei Bunker del Block 11. Ricordo con esattezza questa data, perché essa
coincise col primo anniversario del mio arrivo al campo, e perché allora
furono gasati i primi prigionieri di guerra russi». (C. Mattogno, Auschwitz:
la prima gasazione, op. cit., p. 84). Incurante di ciò, D. Czech invece fece
risalire il presunto evento al 3 settembre 1941!

[17] Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 143-144.

[18] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau, pubblicato in: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo
Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, n. 2, 1959; 3, 1960; 4, 1961; 6,1962; 7 e
8, 1964.

[19] Hefte von Auschwitz, 7, 1964, p. 91 e seguenti.

[20] G. Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au camp d'Auschwitz,
in: Le Monde Juif, ottobre-dicembre 1983, n.112, p. 147 e 153.

[21] AGK, NTN, 88, p. 46.

[22] C. Mattogno, Il numero dei morti ad Auschwitz. Vecchie e nuove
imposture. I quaderni di Auschwitz, n. 1. Effepi, Genova, 2004, p. 34.

[23] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 335.

[24] Idem, pp. 335-336.

[25] Auschwitz in den Augen der SS. Staatliches Museum Auschwitz-Birkenau,
1997, p. 164.

[26] Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire.
La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e
103-148.

[27] R. J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial.
Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002, p. 209.

[28] Edizioni di Ar, Padova, 2001.

[29] C. Mattogno, "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato,
op. cit., p. 135.

[30] Idem, p. 136.

[31] Idem, pp. 138-141.

[32] Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire,
op. cit., pp. 55-56.

[33] "Campo di sterminio" traduce il termine "Vernichtungslager", che non
appare in nessun documento tedesco, essendo una creazione della letteratura
antifascista tedesca.

[34] C. Mattogno, "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato, op.
cit., pp. 106-107.

[35] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942 con oggetto:"a)
Rüstungsarbeiten. b) Bombenschäden". Archivio Federale di Coblenza, NS
19/14, pp. 131-133.

[36] APMO (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau),
D-AuI-3a/283.

[37] GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca), 7121-108-32,
p. 97.

[38] Zofia Leszczynska, Transporty wiezniów do obozu na Majdanku (Trasporti
di detenuti al campo di Majdanek), in: Zeszyty Majdanka, IV,1969, pp.
206-207. Idem, Transporty i stany liczbowe obozu (Trasporti e forza
numerica), in: Tadeusz Mencel Ed., Majdanek 1941-1944. Wydawnictwo
Lubelskie, Lublin 1991, p. 117.

[39] http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.

[40] W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich. Piccola Biblioteca Einaudi,
Torino, 1969, p. 1475.

[41] Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations.
Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.

[42] Vedi il mio studio Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005,
p. 31 e documento 3 a p. 131.

[43] Adriana Chiaia trae questo termine da Shirer, che, secondo il ben noto
sproposito in auge nel dopoguerra, parla di «cristalli [!] di ciclon B».
W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1475.

[44] Negare la storia? Olocausto: la falsa "convergenza delle prove".
Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, p. 28.

[45] APMO, D-AuI-5/1-1801.

[46] Protocollo di Jan Sehn del 14 agosto 1945. Processo Höss, tomo 3, pp.
84-86.

[47] Camere a gas Verità o Menzogna? Intervista al Prof Faurisson. Storia
Illustrata, Agosto 1979, in:

http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.

[48] Idem.

[49] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1473.

[50] G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli
Ebrei d'Europa. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 183.

[51] Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss.
Einaudi, Torino, 1985, p. 188. Testo tedesco: Kommandant in Auschwitz.
Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. A cura di Martin Broszat.
Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1981, p. 171.

[52] Idem, p. 134. Testo tedesco, p. 130.

[53] Joseph Billig, La solution finale de la question juive. Edité par Serge
et Beate Klarsfeld, Parigi, 1977, p. 51.

Sul reale significato dei termini "Ausrottung" e "Vernichtung" nei discorsi
di Hitler vedi il mio studio già citato Negare la storia? Olocausto: la
falsa "convergenza delle prove", pp. 88-93.

[54] Enzo Collotti, La Germania nazista. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino,
1969, p. 169.

[55] Verlag-GMBH, Berlin-Grunewald, 1955.

[56] Europa-Verlag, Zürich-Stuttgart-Wien, 1961, fuori testo tra le pp. 132
e 148.

[57] A famous Holocaust Photo, in:
http://www.deathcamps.org/occupation/gunpoint.html.

[58] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1507, nota 58.

[59] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 122.

[60] Sui presunti stermini con "esalazioni di monossido di carbonio o dei
gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura
ermetica" rimando ai seguenti studi:

- C. Mattogno, Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini
archeologiche e nella storia. Effepi Edizioni, Genova, 2006. 191 pp., 18
documenti.

- C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?
Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 365 pp., 24 documenti, 11
fotografie.

- Pierre Marais, Les camions à gaz en question. Polémiques, Parigi, 1994.



[61] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.

[62] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.

[63] Mondadori, Milano, 1979.

[64] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.

[65] F. Fölkel, La Risiera di San Sabba, op. cit., p. 31.

[66] Idem, p. 143.

[67] San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera.
ANED-Ricerche. Mondadori, Milano, 1988, vol. II, pp. 307-308.

[68] G.Pini, La crémation en Italie et à l'étranger de 1774 jusqu'à nos
jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire, Milano, 1885, p. 132.

[69] http://www.francorotondi.blogspot.com/

[70] http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.




9 settembre 2007

Mattogno interviene in difesa di Faurisson

 FAURISSON:

"UN VERO E PROPRIO INSULTO ALLA VERITA' STORICA"?

Di Carlo Mattogno (2007)





In uno scritto intitolato "Condanna dell'ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich. Vera e falsa critica del negazionismo"[1], Domenico Losurdo discute la seguente affermazione di Robert Faurisson:

«Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione».

Egli la commenta così:

«Per comprendere l'assurdità della presa di posizione di Faurisson, basta metterla a confronto con la descrizione che della guerra condotta dalla Germania nazista in Europa orientale fa un altro esponente di spicco del revisionismo storico, e cioè David Irving. Nonostante le sue reticenze e le sue piroette, questi non riesce a occultare l'essenziale: accenna ai «barbari massacri di ebrei sovietici» e riconosce che, pur «coperta da eufemismi sottili», l'«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di
età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l'effetto dell'alcool».

Rilevo anzitutto che Irving, nel libro evocato ma non citato da Losurdo, riguardo al presunto sterminio ebraico attuato dalla Germania nazionalsocialista nell'Europa orientale (e non solo orientale) non mostra "reticenze" né fa "piroette", ma dichiara esplicitamente:

«Presto gli ebrei del ghetto di Lodz e dei territori di Greiser vennero deportati ancora più a est, nel campo di Chelmno: fu uno spostamento che interessò 152.000 ebrei, e l'8 dicembre a Chelmno si cominciò a liquidarli»[2].

E ancora:

«A Kovno e a Riga gli ebrei furono fucilati poco dopo il loro arrivo [...]. Ma il programma di sterminio proseguiva ormai autonomamente»[3].

Dunque Irving non "occulta" proprio nulla, anche perché, contrariamente a quanto si pensa, egli non è uno storico revisionista. Nella fattispecie, egli fa infatti delle concessioni non documentate e conseguentemente inaccettabili.

Per quanto riguarda il presunto campo di sterminio di Chelmno (che si trovava a nord-ovest, non a est di Lodz), tutto si riduce a testimonianze contraddittorie (a cominciare dal primo e fondamentale rapporto, quello di una tale "Szlamek" di cui non si conosce con certezza neppure l'identità), senza il minimo documento e la minima prova materiale; anzi, gli scavi archeologici eseguiti dai Polacchi nell'area dell'ex campo alla fine degli anni Ottanta hanno in parte perfino smentito le testimonianze. Neppure la data di apertura del campo (l'8 dicembre 1941) è suffragata da un qualche documento[4].

Per quanto riguarda la fucilazione degli Ebrei occidentali a Riga «poco dopo il loro arrivo», il "Gesamtbericht vom 16. Oktober 1941 bis 31. Januar 1942", in un paragrafo  intitolato "Juden aus dem Reich" (Ebrei dal Reich) dice:

«Dal dicembre 1940 [recte: 1941] arrivarono trasporti ebraici dal Reich a brevi intervalli. 20.000 Ebrei furono diretti a Riga e 7.000 Ebrei a Minsk. I primi 10.000 Ebrei evacuati a Riga furono alloggiati parte in un campo di raccolta provvisorio, parte in un nuovo campo baracche costruito nei pressi di Riga. Gli altri trasporti sono stati insediati principalmente in una parte separata del ghetto di Riga» [5].

E una lettera del Reichskommissar Heinrich Lohse (che era a capo del Reichskommissariat Ostland) all'SS-Standartenführer Siegert del RSHA datata 21 luglio 1942, in relazione a un "campo di lavoro rieducativo" istituito in Lettonia, riferisce:

«Degli Ebrei evacuati dal Reich, attualmente  400 si trovano ancora al campo e vengono impiegati in lavori di trasporto e di sterro. I restanti Ebrei evacuati a Riga sono stati alloggiati altrove»[6].

Dunque Irving non fa altro che avallare la propaganda storiografica olocaustica.

«Tali ammissioni - presegue Losurdo - sono però gravemente indebolite dalla tesi secondo cui Hitler era forse all'oscuro di tutto! Eppure, è lo stesso Irving ad osservare che il Führer considerava «eccellente» e meritevole della più ampia diffusione il proclama con cui il generale W. von Reichenau chiariva ai suoi soldati un punto essenziale: occorreva esigere «un duro ma
giusto tributo dai subumani ebrei». La de-umanizzazione delle vittime, degradate a Untermenschen, apre le porte alla «soluzione finale». Se ridicole sono le contorsioni di Irving, un vero e proprio insulto alla verità storica e alla memoria delle vittime si può leggere nelle parole di
Faurisson».


Da ciò che ho esposto sopra è chiaro che Irving non fa "ammissioni", ma "asserzioni". Circa l'ignoranza di Hitler, che le indebolirebbe gravemente, Irving ha scritto:

«Non esiste alcuna prova documentata che Hitler fosse al corrente di cosa stesse accadendo agli ebrei»[7].

Se Losurdo è in possesso di questa prova documentata, la renda pubblica. Tutti gli storici gliene saranno grati. Egli invece oppone a Irving il fatto che Hitler considerava "eccellente" l'ordine del Generalfeldmarschall von Reichenau del 10 ottobre 1941, che menzionava la «subumanità ebraica» (jüdischen Untermenschentum)[8]. Quest'ordine, in via di principio, avrebbe anche potuto aprire la via ad uno sterminio sistematico (non certo alla "soluzione finale", Endlösung, termine che non si è mai riferito al presunto sterminio ebraico[9] e sul quale ritornerò successivamente), ma il problema è proprio questo: qui non si discute di presupposti ideologici o di intenzioni, ma di realtà.

Nel caso specifico, in riferimento all'attività degli Einsatzgruppen, nessuno nega che degli Ebrei siano stati fucilati all'Est; ciò che è discutibile, è il numero effettivo dei morti[10] e soprattutto la
motivazione delle uccisioni[11]. In altri termini: gli Ebrei orientali furono uccisi in quanto Ebrei? Vi fu un ordine governativo di sterminio degli Ebrei in quanto tali?

Faurisson, col suo motto citato sopra, risponde in generale appunto a questa domanda. Egli asserisce che Hitler non ha mai ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione, ossia un Ebreo in quanto Ebreo, un Russo in quanto Russo, un Polacco in quanto Polacco o un Cattolico in quanto Cattolico. In particolare, il motto in questione  è solo un altro modo di esporre il fatto ormai acclarato che non esiste un ordine di Hitler di sterminio degli Ebrei in quanto tali.

Losurdo gli contesta invece delle uccisioni che non erano evidentemente dettate da motivazioni razziali o religiose e che per di più Faurisson aveva esplicitamente menzionato nella frase immediatamente precedente:

«A volte, gli Ebrei sono stati giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e, soprattutto, per attività di guerriglia a favore degli Alleati, principalmente sul fronte russo, ma non per la semplice ragione che essi erano Ebrei»[12].

Questa precisazione (che è un altro modo di esporre il fatto ormai acclarato che non esiste un ordine di sterminio ebraico di Hitler) dimostra che la critica di Losurdo si rivolge contro un falso obiettivo. Egli infatti continua così:

«Ma perché popoli di antica civiltà possano essere ricondotti alla condizione di pellerossa (da espropriare e decimare) e di neri (da schiavizzare), «tutti i rappresentanti dell'intellettualità polacca» e russa - sottolinea il Führer - «devono essere annientati»; «ciò può suonare duro ma è pur sempre una legge della vita». Si spiega così la sorte riservata in Polonia al clero cattolico, in Urss ai quadri comunisti, in entrambi i casi agli ebrei, ben presenti tra i ceti intellettuali e
sospettati di ispirare e alimentare il bolscevismo. Come si vede, il negazionismo di Faurisson è un insulto alla memoria sì degli ebrei, ma anche dei polacchi, dei russi ecc: siamo in presenza di «razze» a cui la hitleriana «razza dei signori» è chiamata ad imporre, con modalità diverse,
un destino tragico».

È ovvio che «i rappresentanti dell'intellettualità polacca» o i commissari politici sovietici non dovevano essere annientati in quanto Polacchi o Russi, ma in quanto intellettuali e commissari, ossia in una logica di neocolonialismo, piuttosto che in una di sterminio razziale. Ciò risulta
inequivocabilmente dal seguito della citazione del discorso di Hitler del 19 luglio 1940 addotta Losurdo:

«Ancora una volta il Führer deve sottolineare che per i Polacchi ci può essere un solo signore e questo è il Tedesco; due signori uno accanto all'altro non possono e non devono esistere, perciò bisogna uccidere tutti i rappresentanti dell'intellettualità polacca. Ciò può suonare duro ma è pur
sempre una legge della vita.
Il Governatorato generale è una riserva polacca, un grosso campo di lavoro polacco. Anche i Polacchi ne traggono vantaggio, perché noi li manteniamo sani, provvediamo a che non muoiano di fame, ecc.; ma non dobbiamo mai elevarli ad un grado più alto, altrimenti diventerebberosoltanto anarchici e comunisti»[13].

Non si può dunque pretendere seriamente che queste parole possano confutare l'affermazione di Faurisson.

Per quanto riguarda il trattamento dell'intellettualità polacca, già nel 1940 nel Governatorato generale erano subentrate direttive diverse:

«È ovvio che nessun ufficio tedesco favorisce in alcun modo la vita "culturale" polacca. D'altra parte oggi non c'è più motivo di reprimere completamente una certa vita culturale polacca propria»[14].

I Tedeschi in Polonia attuarono una politica di persecuzione, non di sterminio dell'intellettualità locale. Le fucilazioni di 2.000 Polacchi  e alcune centinaia di Polacche eseguite nel marzo 1940 nel quadro della cosiddetta "Azione AB", che vengono presentate come «azione di sterminio contro l'intellettualità polacca»[15], riguardavano invece «funzionari  del movimento di resistenza polacco», come Hans Frank, il capo del Governatorato generale, scrisse nel suo cosiddetto "Diario"[16].

D'altra parte, come ha documentato Otward Müller,

«le cifre di 6 o 3 milioni [di Polacchi morti] sono esagerazioni propagandistiche diffuse in tutto il mondo per "giustificare" la politica di genocidio della Polonia nei confronti del popolo tedesco nel dopoguerra, cioè l'espulsione dei Tedeschi orientali con uccisioni in massa e annessione della Germania orientale. Le perdite effettive sono probabilmente nell'ordine di un decimo delle cifre addotte»[17].

Per quanto riguarda gli Ebrei, la questione è ancora più chiara. Il fatto che le uccisioni degli Einsatzgruppen all'Est non costituissero l'attuazione di un piano di sterminio degli Ebrei in quanto Ebrei risulta già dalla politica praticata dai Tedeschi nello stesso periodo a Ovest.

Come ha scritto Christopher R. Browning, «la politica ebraica dei nazisti nel resto dell'Europa non ne fu immediatamente trasformata. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro»[18].
E c'è bisogno di ricordare, nel quadro di questa politica, che l'emigrazione ebraica fu proibita «per la durata della guerra» il 23 ottobre 1941[19] e che l'ordine fu ripetuto il 3 gennaio 1942 «in considerazione della soluzione finale [Endlösung] della questione ebraica ormai imminente»?[20].

Questa "soluzione finale" e l'ordine summenzionato erano strettamente legati ai nuovi progetti delle SS, che furono riassunti così da Heydrich nel corso della famosa conferenza di Wannsee:

«Frattanto il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca [Himmler], in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell'Est, ha proibito l'emigrazione degli Ebrei. Al posto dell'emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione
(als weitere Lösungsmöglichkeit) con previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l'evacuazione degli Ebrei all'Est.
Tuttavia queste azioni devono essere considerate unicamente delle possibilità di ripiego (Ausweichmöglichkeiten), qui però vengono già raccolte quelle esperienze pratiche che sono di grande importanza in relazione alla futura soluzione finale della questione ebraica (die im
Hinblick auf die kommende Endlösung der Judenfrage von wichtiger Bedeutung sind)»[21].

Le «possibilità di ripiego» (che non potevano certo essere lo sterminio fisico!) e la «futura soluzione finale della questione ebraica» sono a loro volta da mettere in relazione con l'intenzione espressa da Hitler di risolvere la "questione ebraica" dopo la fine della guerra[22]. Al riguardo
nel paragrafo "Richtlinien für die Behandlung der Judenfrage" (Direttive per la trattazione della questione ebraica) della cosiddetta "Braune Mappe" (Cartella Bruna), redatta da Rosenberg il  20 giugno 1941 e successivamente incorporata nella cosiddetta "Grüne Mappe" (Cartella Verde) del settembre 1942, si legge:

«Tutte le misure riguardanti la questione ebraica nei territori orientali occupati saranno prese in base al presupposto che la questione ebraica dopo la guerra troverà una soluzione generale per tutta l'Europa [die Judenfrage nach dem Kriege für ganz Europa generell gelöst werden wird]. Esse devono essere pertanto considerate misure parziali preparatorie e devono essere in accordo con le decisioni  già prese in questo campo. D'altra parte le esperienze fatte nella trattazione della questione ebraica nei territori orientali occupati saranno orientative per la soluzione del problema complessivo, perché gli Ebrei di questi territori, insieme agli Ebrei del
Governatorato generale, costituiscono il contingente più numeroso dell'ebraismo europeo. Sono comunque da evitare misure vessatorie come indegne di un Tedesco»[23].

Nel paragrafo "Stato della popolazione", la "Braune Mappe" distingueva due categorie di Ebrei orientali:

«L'ebraismo nei singoli commissariati del Reich e all'interno di questi nei commissariati generali rappresenta una parte molto numerosa della popolazione totale, ma con grosse differenze. Ad esempio, in Rutenia Bianca e in Ucraina vivono milioni di Ebrei che vi risiedono da generazioni. Nei territori centrali dell'Unione Sovietica invece gli Ebrei sono immigrati in massima parte nell'epoca bolscevica. Un gruppo speciale è costituito dagli Ebrei sovietici (Sowjetjuden) penetrati in Polonia orientale, in Ucraina occidentale, in Rutenia Bianca occidentale, nei Paesi baltici, in Bessarabia e in Bucovina nel 1939-1940 al segueguito dell'Armata Rossa. Nei confronti di questi vari gruppi è in atto un trattamento parzialmente diverso.

Anzitutto bisogna eliminare (auszuscheiden) con duri provvedimenti - per quanto non siano fuggiti - gli Ebrei immigrati negli ultimi due anni nei nuovi territori occupati dai Sovietici. Poiché questo gruppo col suo terrore verso la popolazione ha attirato su di sé un odio intensissimo, alla loro eliminazione ha provveduto im massima parte la popolazione stessa già all'apparire
delle truppe tedesche. Tali misure di rappresaglia non devono essere impedite. La restante popolazione ebraica residente dev'essere anzitutto registrata con l'introduzione del dovere di iscrizione. Tutti gli Ebrei vengono contraddistinti con segni distintivi visibili (stelle ebraiche
gialle)»[24].

I "Sowjetjuden" dovevano essere fucilati o abbandonati alla furia della popolazione locale, mentre la «restante popolazione ebraica residente», nel complesso, doveva essere ghettizzata. Altri Ebrei orientali furono trattati in modo brutale e fucilati per motivi specifici. Ciò risulta esplicitamente fin dai primi rapporti degli Einsatzgruppen. Ecco un esempio:

«[Rutenia Bianca] A Gorodnia sono stati liquidati 165 terroristi ebrei e a Tschernigow 19 comunisti ebrei; altri 8 comunisti ebrei sono stati fucilati a Beresna.
Spesso si è sperimentato che le donne ebree manifestano un comportamento particolarmente ostile. Per questo motivo a Krugloje sono state fucilate 28 Ebree e 337 a Mogilew.

A Borissow sono stati giustiziati 331 sabotatori ebrei e 118 saccheggiatori ebrei. A Bobruisk sono stati fucilati 380 Ebrei che avevano svolto fin dall'inizio propaganda di odio e di atrocità contro le truppe di occupazione tedesche. A Tatarsk gli Ebrei hanno lasciato arbitrariamente il ghetto e sono ritornati nei vecchi quartieri, tentando di cacciare i Russi che nel frattempo vi si erano stati trasferiti. Tutti gli Ebrei maschi e tre donne ebree sono stati fucilati. Nel corso della istituzione di un ghetto a Sandrudubs gli Ebrei hanno opposto una parziale resistenza, perciò si dovettero fucilare  272 Ebrei ed Ebree. Tra di essi c'era un commissario politico. Anche a Mogilew gli Ebrei hanno tentato di sabotare il loro trasferimento nel ghetto. 113 Ebrei sono stati liquidati. Inoltre sono stati fucilati 4 Ebrei per renitenza al lavoro e 2 perché avevano maltrattato dei soldati tedeschi feriti e avevano loro messo addosso il segno distintivo prescritto. A Talka sono stati fucilati 222 Ebrei per propaganda antitedesca e 996 a Marina Gorka perché avevano sabotato le disposizioni emanate dalle autorità di occupazione tedesche. Altri 627 Ebrei sono stati fucilati a Schklow perché avevano partecipato ad atti di sabotaggio. A causa di un altissimo pericolo di epidemie, si è cominciata la liquidazione degli Ebrei alloggiati nel ghetto di Witebsk. Si tratta di circa 3.000 Ebrei»[25].


Questo trattamento diverso per le varie categorie di Ebrei, occidentali e orientali, residenti da generazioni all'Est e Sowietjuden, e in generale le fucilazioni di Ebrei con motivazione specifica (terrorismo, sabotaggio, saccheggio, rappresaglia, attività antitedesche, epidemie, ecc.) dimostrano che neppure all'Est esisteva una direttiva specifica di sterminio degli Ebrei in quanto Ebrei.

Losurdo scrive che le parole di Faurisson sono «un vero e proprio insulto alla verità storica»: prima di parlare di insulto, la verità storica bisognerebbe conoscerla un po' meglio.

Perciò, fino a prova documentata contraria, resta vero che

«giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione».


Agosto 2007
Carlo Mattogno.


NOTE:

[1] In: «L'Ernesto. Rivista comunista», 2007, pp. 82-85; anticipato in:
http://domenicolosurdopolemicalibertaricerca.blogspot.com/2007/05/la-condanna-dellebreicidio-non-pu.html
[2] D. Irving, La guerra di Hitler. Edizioni Settimo Sigillo. Roma, 2001, p.538.[3] Idem, p. 539 e 541.[4] Al riguardo devo rimandare al mio studio ancora inedito Il campo diChelmno tra storia e propaganda.[5] RGVA (Archivio russo di Stato della guerra, Mosca), 500-4-92, p. 64.Testo completo in: C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Vernichtungslager oderDurchganslager? Castle Hill Publishers, Hastings, Inghilterra, 2002, pp.286-287.[6] RGVA, 504-2-8, p. 192.[7] D. Irving, La guerra di Hitler, op. cit., p. 539.[8] Testo originale in:http://www.ns-archiv.de/krieg/untermenschen/faksimile/[9] Ancora il 10 febbraio 1942 il termine "Endlösung" designava sicuramenteil progetto Madagascar, come risulta inequivocabilmente dalla lettera diFranz Rademacher (capo della sezione ebraica del Ministero degli esteri) aldelegato Bielfeld. NG-5770.[10] Su questo punto la storiografia olocaustica ha conoscenze così certeche le sue valutazioni del numero delle vittime ebraiche dell'UnioneSovietica (attribuite in massima parte all'attività degli Einsatzgruppen)oscillano da 700.000 a 2.100.000. W. Benz, Dimension des Völkermords. DieZahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus, R. Oldenbourg Verlag,München, 1991. p. 16.[11] Vedi al riguardo: Treblinka. Vernichtungslager oder Durchganslager?,op. cit., cap. VII, "Die Rolle der Einsatzgruppen in den besetztenOstgebieten" (Il ruolo degli Einsatzgruppen nei territori orientalioccupati), pp. 253-289.[12] R. Faurisson, Vittorie revisioniste. Effepi, Genova, 2007, p. 12.[13] M. Domarus, Hitler. Reden 1932 bis 1945. Kommentiert von einemdeutschen Zeitgenossen. R. Löwit, Wiesbaden, 1973, vol. II, p. 1591.[14] "Direttive politiche" del Generalgouvernement für die besetztenpolnischen Gebiete senza data precisa, in: S. Piotrowski, Proces HansFranka. Wydawnictwo prawnicze, Varsavia, 1970, tomo II, p. 319.[15] Idem, p. 298.[16] Idem, p. 262.[17] O. Müller, Polish Population Losses during World War Two, in: "TheRevisionist", 1, 2005;http://vho.org/tr/2003/2/Mueller151-156.html[18] Christopher R. Browning, La décision concernant la solution finale,in : Colloque de l'École des Hautes Études en sciences sociales, «L'Allemagne nazie et le génocide juif ». Gallimard-Le Seuil, Paris 1985, p.198.[19] T-394 (Processo Eichmann).[20] J. Walk (Hrsg.), Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat. C.F.Müller Juristischer Verlag, Heidelberg-Karlsruhe, 1918, p. 361.[21] NG-2586-G, p. 5 dell'originale.[22] Già nell'agosto del 1940 Hitler aveva manifestato l'intenzione dievacuare tutti gli Ebrei dall'Europa dopo la fine della guerra. Memorandumdi Luther per Rademacher del 15 agosto 1940, in: Documents on German ForeignPolicy 1918-1945. London, Her Majesty's Stationery Office, 1957, Series D,Volume X, p. 484.[23] Richtlinien für die Führung der Wirtschaft in den neubesetztenOstgebieten (Grüne Mappe), Berlin September 1942. EC-347. IMG (Atti delprocesso di Norimberga, ed. tedesca), vol. XXXVI, p. 348.[24]Richtlinien für die Führung der Wirtschaft in den neubesetztenOstgebieten (Grüne Mappe), Berlin September 1942. EC-347 IMG, vol. XXXVI, p.348-349.[25] Tätigkeits- und Lagebericht Nr. 6 der Einsatzgruppen derSicherheitspolizei und des SD in der UdSSR (Berichtszeit vom 1. -31.10.1941). RGVA, 500-1-25/1, pp. 221-222.





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