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1)Sono un giustizialista, non un giustiziere, per cui combatto le ingiustizie sociali ovunque e contro chiunque le perpetri(per questo motivo,mi considero un rivoluzionario).

2)Sono della razza mia e ne vado fiero,per questo motivo posso essere considerato razzista, delle altre razze me ne fotto,almeno, fino a quando non interferiscono con la mia libertà o tentano di prevaricarla, in questo caso mi riservo il diritto di difendermi con i mezzi che ritengo più opportuni;

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17 ottobre 2007

Hollowcaust Hullabaloo

di Gabriel Ash - 21/01/2007 

[ anche lui noto antisemita, come Ariel Toaff  ;-))) ]

Spesso vengo accusato di antisemitismo, forse a torto, forse a ragione, anche se bisogna ammettere che il confine tra la critica aspra a israele e l'antisemitismo visto la normativa vigente è un sottile filo di capello che passa attraverso lo specchio deformante del pregiudizio del lettore e in seguito sotto la lente d'ingrandimento del giudice inquisitore di turno. Non sto qui a dilungarmi oltre per spiegare il mio punto di vista, l'ho già abbondantemente spiegato nei post precedenti questo, chi ha tempo e voglia si sfogli tutto il blog,  e sinceramente non lo ritengo doveroso nei confronti di nessuno.


Geniale questo articolo dello scrittore e saggista israeliano Gabriel Ash,
nato in Romania, cresciuto in Israele, dove ha prestato servizio regolare
nell'esercito. Oggi vive in America, è un attivista per la Pace e scrive
sulla rivista "Yellow Pages". Il suo motto è che scrivere è importante
perchè "talvolta la penna è più efficace della spada, talvolta no"

Questo articolo s'intitola Hollowcaust Hullabaloo ed è stato scritto a
metà dicembre 2006, in occasione della conferenza di Teheran.
L'ho tradotto io :-) e la parola Hollowcaust non può essere tradotta,
in quanto egli la conia come definizione dell'Olocausto come
"strumento efficace nell'arsenale della segregazione globale".
E' geniale, ripeto. E doveroso pubblicarlo in occasione della
giornata della memoria e del fatto che Mastella vuole, anche
da noi, mandare in galera i "negatori" dell'Olocausto. Anche
la vignetta [sotto] la pubblica lui ed è esplicativa dei concetti
che elabora.
-- Cloro al Clero




Hollowcaust Hullabaloo 


E' una buona settimana x l'Olocausto. E' stato per tutto questo tempo tra le notizie piu' importanti. Sfortunatamente, i media, non eccellono nel fare
collegamenti, cosa che lascia a me il gioioso compito di mettere insieme
tutte le recenti notizie sull'Olocausto.

In Iran, dei pagliacci hanno ospitato una ridicola conferenza sull'Olocausto al ministero degli esteri, allietata dalla presenza di "luminari", quali colui che predica la supremazia dei bianchi, David Duke.

In Francia la speranzosa candidata alle presidenziali, Segolene Royal ha
avuto da dire sulla questione per cui, alla presenza del deputato di
Hezbollah, le è toccato di ascoltare(non si sa se in arabo, o in traduzione)
un paragone tra la resistenza di Hezbollah e la resistenza dei francesi
contro l'occupazione nazista.

Royal ci assicura che ogni paragone che implicasse un associazione tra gli spiacevoli nazisti e Israele sarebbe stato , per cio' che è stato fatto dai
nazisti, "inammissibile, odioso ed abominevole"(Loubnan Ya Loubnan, December 2006)

Per finire: prima di di partire per una visita in Germania, il premier Ehud
Olmert, è intervenuto al museo nazionale dell'Olocausto (di Israele), dove
ha paragonato L'Iran ai nazisti e ha spinto affinché la Germania tagliasse i suoi rapporti economici con l'Iran.

Cominciamo con il terzo evento. Con le parole con cui Olmert ha presentato la sua posizione ai tedeschi: "Posso suggerire al popolo tedesco.Voi potete avere interessi economici, potete fare affari, però avete un obbligo morale piu' profondo verso voi stessi, verso la vostra storia e verso il vostro futuro."Israel National News, December 11, 2006. In altri termini, a causa dell'Olocausto, La Germania deve appoggiare l'attacco Israeliano all'Iran.

Cinque secoli fa, un monaco tedesco si mise contro il papa, accusandolo di aver mescolato affari di coscienza con questioni di lucro, per aver venduto il perdono divino ai peccatori impauriti .

Martin Lutero fu fautore dell'idea secondo cui peccato e redenzione sono
questioni che riguardano il rapporto diretto tra l'uomo e Dio. Qualcuno che pretenda di mediare questa relazione per ottenere la redenzione per qualcun altro ed essere pagato per questo, sarebbe stato considerato un ciarlatano (Lutero disse che anticristo era il nome del "capo" dei ciarlatani).

La cosa meno importante che si può dire è che la Germania del secondo
dopoguerra è che ha tradito Lutero. Pentiti del recente passato nazista, i
tedeschi hanno accettato di pagare miliardi di dollari ad Israele. E Israele
neanche esisteva durante l'Olocausto. I nazisti hanno assassinato Ebrei,
omosessuali, zingari, socialisti. Non fecero nulla contro lo stato di
Israele, molti dei fondatori del quale, espressero ammirazione per
l'ideologia nazista e in certi casi vollero combattere a fianco di Hitler
durante la guerra. (Lenni Brenner, 51 Documents: Zionist Collaboration with the nazistis).

Israele non è stata vittima dei nazisti. Ne trasse, anzi, degli indiretti
benefici.

Israele ha offerto ancora ai tedeschi la loro redenzione: pagaci e noi
cancelleremo l'onta del peccato sui vostri discendenti. Pagaci e voi sarete riabilitati. E i tedeschi sono stati felici di pagare. Essendo coscienti del loro vero, specifico, passato e cercando redenzione nella desolazione della loro identità naufragata che si rifletteva in molti tedeschi (e sono pure gentile. Il perché è facile da capire. L'eredità del nazismo non è stata
certo limpida). Essi sono stati felici di pagare e hanno guardato
silenziosamente, acriticamente, a come Israele ha preso i loro insanguinati soldi e li ha usati per costruire esattamente il tipo di stato crudelmente militarizzato che , ai loro tempi, condusse i tedeschi stessi alla perdizione.

L'ironia sta nel fatto che I tedeschi, dopo aver accusato se stessi di
essere stati troppo obbedienti , troppo ligi alla definizione di moralità
presentata dallo stato nazista, abbiano tentato di riscattarsi dando ad un
altro stato, Israele, i diritti di definire i termini della loro moralità a
loro piacimento. Questo però hanno fatto. I politici e gli intellettuali
tedeschi hanno ceduto la loro coscienza ad Israele e agli Stati Uniti.

60 anni piu' tardi essi sono ancora incapaci di criticare le azioni di
costoro. Invece di una vera coscienza, essi hanno adottato l'atteggiamento di una servile santificazione di tutto cio' che Israele fa.

In questo contesto, Olmert, il nuovo papa dell'Olocausto, pretende
obbedienza dai tedeschi per rinnovare un perdono epocale, ricordando loro , come un lucido venditore ambulante di indulgenze quale è, che loro "hanno un obbligo verso se stessi."

Tuttavia, Olmert, l'uomo ricevuto con calore dalla cancelliera Merkel, è un
criminale di guerra. E' notizia recente che egli ha mandato ,ancora una
volta, centinaia di persone al macello. In accordo con le sue parole, la
carneficina non è stata prodotta da un'azione militare (che sarebbe stata
già di per se, sufficiente) ma di una deliberata azione finalizzata ad
esercitare pressioni sui politici libanesi (Gabriel Ash, Dissident Voice,
July 2006).

Olmert è il classico criminale che proviene dalla stanca abitudine storica
del diritto del più forte (ius in bellum) . Chiaramente non c'è paragone tra
cio' che Olmert ha fatto a Gaza e in Libano e cio' che han fatto i nazisti
ad Auschwitz.

C'è paragone, però con cio' che i nazisti han fatto in posti come Lidice.

Contemporaneamente, se davvero i tedeschi hanno un "obbligo verso se stessi" quest' obbligo imporrebbe di arrestarlo e porlo in condizione di non nuocere , nel momento in cui mette piede in Germania. I tedeschi di certo non hanno l'obbligo di stare a sentire un macellaio come lui, pontificare sulla moralità. Nessuno ce l'ha, quest'obbligo.

Passiamo ora all'"affaire Sego". Secondo il guru dei blogger libanesi in
Francia,(Loubnan Ya Loubnan, December 2006)

Segolene Royal sarebbe stata intrappolata da una piccola commedia ordita dal gruppo libanese appartenente al partito "cedar revolution", o dai sostenitori del governo di Jacques Chirac, o da entrambe le parti, le quali hanno interesse a mantenere le assicurazioni e il loro allineamento con Washington e Tel Aviv.

Royal ha astutamente evitato le "mazzate" diplomatiche, cancellando il suo incontro coi rappresentanti di Hamas, sostanzialmente derogando al suo impegno di ascoltare tutte le parti coinvolte nella polveriera del Medio
Oriente.

Ella ha evitato l'imbarazzo che avrebbe suscitato la previsione, più volte
pubblicata, che il paragone che sarebbe stato fatto dai rappresentanti di
Hamas tra i nazisti e Israele, l'avrebbe spinta ad abbandonare l'incontro.
Cio' significa che, effettivamente, ella non potrebbe sostenere incontri con il 90% della popolazione che oggi vive nel medio oriente.

L'Olocausto, (si conclude nel blog) è la più efficace arma nelle mani di
coloro che sono fautori dello scontro di civiltà. Se la memoria del nazismo, in occidente, puo' far sì che un politico francese si astenga
dall'incontrare dei rappresentanti politici palestinesi democraticamente
eletti, significa che l'Olocausto è diventato uno strumento più che efficace
nell'arsenale della segregazione dell'apartheid globale.

Non credo sia più offensive un medico saudita che afferma di "non voler
stare nella stessa stanza con donne" (Arab News, November 22, 2006) o un politico francese che insiste che non vuol stare in una stanza con un
libanese o un palestinese che afferma di vedere se stesso paragonabile a colui che s'insericsce nella tradizione dei francesi che hanno resistito
all'invasione nazisti.

Il paragone è significativo perché l'Olocausto viene inteso in Europa (e,
diversamente, in Israele) come avente le sembianze di un dogma religioso. La "negazione dell'Olocausto" è l'unico atto "discorsivo" che sia legalmente vietato come una blasfemia e che può portare qualcuno in galera.

E i politici europei apparentemente non possono stare nella stessa stanza con degli "infedeli" o con persone che sfidano la credenza secondo cui vi è stato un solo grande olocausto, con Israele come suo profeta.

E come i fondamentalisti sauditi , che ,con strabiliante ipocrisia, lanciano
maledizioni contro una stupida vignetta danese ma cooperano con gli USA e Israele, dietro le quinte del contrasto alla resistenza palestinese, i
fondamentalisti dell'olocausto d'Europa parlano con la lingua biforcuta.

Non appena Segolene Royal aveva finito di dire di non voler ascoltare chi
paragonava Israele al nazismo, il primo ministro israeliano ha usato come
palcoscenico il museo dell'olocausto, per affermare il paragone tra l'Iran e
la Germania nazista.

Avrebbe mai detto, Royal, che avrebbe lasciato la stanza se avesse sentito Olmert fare tale paragone storico? Gli israeliani e gli americani fanno funzionare a loro comodo un'industria dei paragoni tra il nazismo e l'uomo malvagio del giorno.

Cominciarono col paragonare Yasser Arafat a Hitler. Clinton paragono'
Milosevic a Hitler. Sulle colonne del Sun apparvero paragoni tra il
fondamentalismo islamico e il nazismo. Bush paragonò Saddam a Hitler e ora l'Iran è diventato l'ultima incarnazione del nazismo per Israele. Quand'è stata l'ultima volta che un fondamentalista europeo dell'Olocausto ha lasciato la stanza sentendo questi paragoni asinini?

Lasciatemi parlare fuori dai denti di questi piazzisti dell'Olocausto.
L'Occidente ha elevato i crimini dei nazisti come il paradigma del male
assoluto. Paradossalmente, ogni crimine successivo, specialmente se l'autore è Israele, puo' oggi essere giustificato in virtu' dei campi di sterminio. Per contro, le tendenze genocide che segnano la base della vita civile possono essere ignorate, invocando la rituale condanna della "falsa analogia" col nazismo, persino quando la distruzione sistematica è parte integrante della pratica militare degli occidentali e dei suoi moderni ed operativi eserciti, che combattono con la resistenza popolare. Conseguentemente, non si può paragonare la morte di piu' di un milione di irakeni , risultato della politica americana di "sicurezza" dal 1992, all'Olocausto. Oppure non è possibile paragonare la pluridecennale punizione collettiva cui sono sottoposti gli abitanti di Gaza, o la distruzione del sud del Libano, ai metodi di "pacificazione" dei nazisti.

Nessuno chiamerebbe Bush "negatore dell'Olocausto" per aver fatto in modo di negare il valore di studi scientifici a proposito dei morti (in Iraq),
stimati nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Quando gli interessi occidentali ci vanno di mezzo, invece, si opera
diversamente. La lezione dell'Olocausto ( e dei suoi 6 milioni di morti) è
abbastanza buona per giustificare le bombe NATO su obiettivi civili in
Iugoslavia, il massiccio bombardamento israeliano di Beirut, la futura
guerra nucleare all'Iran ecc.L'insignificante tiranno che "uccide il suo
stesso popolo"( e chi non lo fa?) diviene improvvisamente terribile come
Hitler.

Il genocidio degli ebrei europei è stato trasformato nell' Hollowcaust , un
paradigma del male che resta concettualmente indeterminato. Vuoto nel suo senso centrale,sublimemente applicabile a tutto e a nulla, a seconda delle circostanze.

L'Hollowcaust , come una divinità volitiva e capricciosa, rifiuta il
paragone qui, accetta invece un altro paragone, valido o farlocco, là.

E' una divinità partigiana, un dio che sempre benedice "noi" e condanna
"loro" , persino in come essa chiede di essere adorata dall'intera umanità,
in nome di tutta l'umanità. Questo Hollowcaust attrae vittime in un'inutile
competizione, nella quale esse devono adorarlo con un sacrificio rituale dei fatti, delle notizie, delle statistiche, che giustificherebbero la loro
richiesta di essere prese in considerazione, rispetto al destino degli ebrei
europei.

Tuttavia , il successo di questo richiamo,come il successo dell'Olocausto
"originario" di Caino, non dipende da nulla che non sia la volontà divina ,
in questo caso, l'umore dell'occidente. Come ne "i Piccioni" di Skinner, i
devoti sono condotti in modo malato a sconnettere completamente le cause dalle conseguenze. Come Caino essi sono talvolta portati al fratricidio. E' facilmente comprensibile che, date tali circostanze, la tentazione di negare o di sminuire i crimini dei nazisti è quasi irresistibile. La negazione dell'Olocausto è radicata nel desiderio di spingere via l'Hollowcaust.

Ritorniamo ora alla patetica conferenza sull'Olocausto che si è tenuta in
Iran. La cosa più carina che si puo' dire degli organizzatori è che sono
pazzi. Motivati dalla solidarietà con le vittime del terrorismo di stato, si
sono fatti involontariamente vessilli del terrorismo di stato loro stessi.
Discutendo dell'autenticità dell'Olocausto, il presidente iraniano non ha
determinato il ripudio del sionismo, bensì, come argomenta Joseph Massad (Al-Ahram, 2004) un'utile giustificazione del sionismo stesso. Di più: per alleggerire il nazismo si difende il terrorismo di stato,compreso quello di Israele.(Alla conferenza) partecipano anche antimperialisti che rifiutano categoricamente il terrorismo di stato, (ma) d'altra parte, forse, non è sorprendente che il governo iraniano stesso non avversi la tortura e l'omicidio e che trovi gli alti principii di costoro troppo pesanti.

La meschinità del presidente iraniano è stata, come ci si aspettava, manna dal cielo per gli apologeti di Sion.

I media occidentali han colto l'occasione per imbrattare molte pagine con
condanne, esortazioni e diffusione di paure di epiche proporzioni.

Per fare un illuminato esempio, Anne Appelbaum avvisa I lettori che tutto il lavoro fatto per istituzionalizzare la memoria dell'olocausto non è
sufficiente: "la distruzione, vicina nel tempo, degli ebrei europei
perpetrata in modo organizzato e in poco tempo dalla sofisticata nazione
europea, attraverso l'uso della miglior tecnologia disponibile è stata, a
quanto pare, un evento che richiede costante riproposizione."

Il messaggio dei piazzisti dell'Hollowcaust come Appelbaum,viene solo
amplificato dalle idiozie della conferenza iraniana . O ebrei! Essi stanno
cantando all'unisono per questo, dando molti più soldi alle attività del
centro Simon Wiesenthal, così possono blaterare ancora un po'
sull'Hollowcaust, mentre presentano Robert Murdoch come un campione dei diritti umani!(The Forward, February 3, 2003)

Ma fate molta attenzione a cio' che Appelbaum cerca di "spiegare" . Le sue parole sono finalizzate chiaramente a mostrare la traccia del Faustiano affare Hollowcaust,, quell' affare che ha dato agli ebrei il riconoscimento ufficiale per le loro sofferenze in cambio dell'accettazione del "modus vivendi" standard della razza bianca occidentale. Non è l'orrore sofferto dalle vittime, cosi come non è l'omicidio, non è il terrore, che rende unico l'olocausto per Appelbaum. Cio' che dev'essere costantemente spiegato e continuamente immaginato è l'orrore di "una sofisticata nazione europea che ha usato la miglior tecnologia disponibile" per commettere genocidio. Ma non si devono fare sforzi per immaginare che questa è l'ultima cosa che richiederebbe spiegazione. Una nazione avanzata che usi i mezzi tecnologici a sua disposizione per uccidere non risponde forse a criteri pienamente umani? Qual è la questione, veramente? Questa sinossi di un dozzina di capitoli completi di storia moderna non appare valida? Per caso qualcuno si aspettava che la supremazia bianca fosse fatta valere con bastoni e pietre? E' chiaro che una nazione usa la miglior tecnologia , quando vuole sterminare intere popolazioni. Non sa, Appelbaum, quanti miliardi di dollari vengono tutti gli anni spesi per perfezionare le armi di distruzione di massa esistenti e per inventarne di nuove?

Cos'hanno le camere a gas di così sofisticatamente scioccante o di
scioccantemente sofisticato, rispetto alle bombe nucleari, al mustard gas,
al napalm, alle cluster bombs, all'agente orange, ai mitragliatori, ai
Caterpillar D-9s ,ai bombardieri di lunga autonomia, e alle altre migliaia
di piccole e grandi invenzioni, progettate da aziende perfettamente
legittime per accelerare con efficacia il trapasso dei "nemici" alla tomba?

La sofisticazione e la tecnologia non sono cio' che rende il genocidio
nazista diverso.

Questi caratteri, infatti, sono comuni alla maggior parte delle dozzine di
altre guerre dichiarate dagli occidentali contro i gruppi "non bianchi"
della popolazione mondiale.

È singolare che Appelbaum desideri sottolineare come la differenza
principale sia l'elemento (la tecnologia di morte) che è proprio l'ultimo a
distinguere l'Olocausto dagli altri massacri: tale elemento, molto più
probabilmente, è giusto che sia rivendicato dalle vittime dell'imperialismo
e del colonialismo occidentali, poiché è proprio ciò che costituisce il
terreno comune della vittimizzazione di questi diversi popoli.

Gli scopi della "necessità di spiegazione" di Appelbaum non potrebbero
essere più chiari. "Ricordarsi" dell'Olocausto è, soprattutto, escludere
altre vittime.

La rappresentazione dell'omicidio di massa commesso "da una nazione
specializzata con le tecnologie avanzate." è incomprensibile. E la sua
spiegazione non è interessata a raggiungere comprensione. Nella modalità propria della teologia negativa, si "spiega" l'Olocausto conservandone volontariamente la sua incomprensibilità, in modo da rendere costantemente necessaria la sua ri-spiegazione.

Erigere l'Hollowcaust ad unico caso di "nazione dalla tecnologia avanzata" che commette genocidio, non è affermare il passato. E' negare il presente. E' negare le milioni di morti che sono perpetrate, anno dopo anno, da "sofisticate nazioni con avanzate tecnologie" ed è anche erigere una barriera tra le "sofisticate nazioni con avanzata tecnologia" ed il resto
dell'umanità

Da una parte stanno le nazioni "tecnologicamente avanzate" , quelle per cui il genocidio è e resta nell'incomprensibilità e viene, quindi, efficacemente negato. Il genocidio, si pensa, non accadrà più perché sarebbe impensabile pensare che accada di nuovo. Il genocidio commesso da una nazione sofisticata, con armi tecnologicamente avanzate è accaduto sì, ma soltanto una volta. Se si suggerisce che, invece, è accaduto più di una volta, ciò viene a significare il tradimento delle vittime. E' blasfemìa.

La commemorazione e la deificazione di quell'unicità è un'aberrazione
prodotta su commissione ed è il fondamento inesplicabile delle norme
"civilizzate" che in seguito ad esso sono state emanate.

In termini freudiani possiamo dire che l'Hollowcaust sta alla fondazione
della moderna supremazia occidentale allo stesso modo che il tabù
dell'incesto sta alla fondazione della famiglia.

Dall'altro lato (del muro, se lo desiderate) vi sono le nazioni " non
sofisticate", tecnologicamente arretrate.

Implicitamente, l'omicidio di massa, in quelle nazioni viene considerato
"tecnologia arretrata", ma anche per questo poco rilevante, facilmente
comprensibile;essa viene spiegata abbastanza "naturalmente" dalla loro
decisiva mancanza di sofisticazione. In effetti essi sono barbari e come
tali tendono facilmente ad uccidere. Ne consegue che uccidere queste persone non è esattamente commettere grande crimine, si pensa presso di noi, poiché la morte violenta è il loro stesso modus vivendi "Non rispettano la vita come NOI"; essi si offrono come vittime per fare i kamikaze, e così via.

In modo perfettamente circolare, il loro rifiuto irreverente della fede
nell' Hollowcaust (che è stata costruita per escludere da essa proprio
questi "barbari") conferma la loro esclusione dalla Comunità civilizzata che li abbandona senza ripensamenti al loro destino di "carne da macello".

Ecco come l'Hollowcaust è così l'ideologia di segregazione globale (della
quale il muro israeliano è un simbolo)per eccellenza . La vignetta brillante
di Abdullah Derkaoui qui sopra, esprime il senso secondo cui l' Hollowcaust funziona secondo la definizione classica dell'ideologia, come mediazione tra la propaganda e la realtà di segregazione e, come tale, argomento decisivo per costruire la segregazione stessa. Ed ora questi piazzisti di Hollowcaust sono sorpresi e scossi che tanti barbari pisciano sui loro memoriali? Fateci caso, essi stanno ottenendo soltanto la restituzione del messaggio del loro proprio razzismo con scritto" ritorno al mittente" scarabocchiato sopra la busta.

L'autore gradisce commenti e considerazioni
g.a.evildoer@gmail.com.

Versione originale:

Gabriel Ash
Fonte:
http://www.dissidentvoice.org/
Link: http://www.dissidentvoice.org/Dec06/Ash14.htm
14.12.2006

Versione italiana:

Fonte: http://cloroalclero.blogspot.com/
Link:
http://cloroalclero.blogspot.com/2007/01/giornata-della-memoria.html#links




17 settembre 2007

Revisionisti - VS - Olo-storici, olo-propagandisti

RISPOSTA AD ADRIANA CHIAIA SUL "NEGAZIONISMO" OLOCAUSTICO
Di Carlo Mattogno (2007)



In un articolo sul tristemente noto disegno di legge Mastella del gennaio 2007 contro
il "negazionismo" olocaustico, circa le presunte olo-"confutazioni" dei miei argomenti storici, ho rilevato:

«Per quanto mi riguarda, all'inizio c'è stato qualche timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando protervamente che le mie tesi erano "contestabilissime", ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel libro "Olocausto: dilettanti nel web" (Effepi, Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l'elenco dei miei libri e articoli più importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i nomi di coloro che si sono ritirati nell'ombra dopo le mie risposte - 38 autori - e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi "contestabilissime".

Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i sostenitori del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:

- Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996, 322 pagine.

- L' "irritante questione" delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso
ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998, 188
pagine.

- Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, 182
pagine.

- Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.

- Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo". Effepi, Genova, 2006, 80 pagine. [Riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo". Con la replica alla "Risposta a Carlo Mattogno" di Francesco Rotondi, 2007, 103 pagine, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.]

- Negare la storia? Olocausto: la falsa "convergenza delle prove".
Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.

In totale: 1.082 pagine»[1].

Considerata la sfacciata malafede con cui l'articolo in questione è stato "letto" dagli olo-propagandisti, qui la ripetizione non solo iuvat, ma è addirittura necessaria.

Rammento dunque che in esso ho elencato i miei studi revisionistici, i quali, oltre ai libri menzionati sopra, includono:

- su Auschwitz:

8 libri: 1.288 pagine,

25 articoli: 366 pagine, 

1.650 pagine complessivamente;

- su Belzec, Majdanek, Stutthof e Treblinka:
quattro libri (3 in collaborazione con Jürgen Graf): complessivamente 1.033 pagine;

- primi scritti:

11 libri: complessivamente 1.016 pagine.

Indi ho commentato:

«Da queste oltre 4.700 pagine i miei "critici" hanno estratto una frase qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi scritti) e poi hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie presunte metodologie capziose, mie fantasiose intenzioni occulte. Ma neppure questo compito elementare è
riuscito loro, donde l'inevitabile appello alla "giustizia"»[2].

A questi polemisti usa e getta si è aggiunta recentemente Adriana Chiaia, con uno scritto lungo e eterogeneo intitolato "Percorsi e ricorsi storici: il negazionismo"[3]. Dei vari temi trattati dall'autrice mi limiterò ad esaminare quello propriamente storico, non senza aver prima rilevato una palese contraddizione di fondo nella sua impostazione ideologica. Ella pretende incredibilmente che le leggi antirevisioniste in virtù delle quali, ad esempio, in Germania Ernst Zündel è stato condannato a cinque anni di reclusione, Germar Rudolf a due anni e mezzo, e che imperversano non meno
funestamente, oltre che in Francia, in Austria e in Polonia,

«sono, per dirla con Gramsci, "la piccola bandiera" che, in realtà, serve a colpire coloro che si oppongono alla lettura revisionista della storia del XX secolo, coloro che si oppongono alla falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario e comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose ricerche e pochi mezzi - al contrario dei revisionisti, che godono dell'appoggio governativo e delle sovvenzioni dei padroni dei maggiori mezzi di comunicazione - lavorano per ristabilire la verità storica».

Adriana Chiaia illustra la sua singolare tesi con quest'esempio:

«Annie Lacroix-Riz, professoressa di storia contemporanea presso l'Università di Parigi VII e storica di rinomanza internazionale è, da anni, oggetto delle persecuzioni di un'organizzazione di nostalgici dell'Ucraina e della Russia "bianche". Questa organizzazione, che è arrivata al punto di
minacciarla fisicamente, ha esercitato pressioni politiche su deputati francesi, e si è rivolta perfino all'allora Presidente Chirac, affinché Annie Lacroix fosse sanzionata dall'amministrazione dell'Università. Ci sono voluti una vasta mobilitazione democratica di personalità della cultura a
livello internazionale, di associazioni e di militanti antifascisti e l'intervento dei sindacati perché ciò non accadesse. Il 'crimine' di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano - su rigorose basi documentarie - il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato da Stalin durante la carestia che colpì l'URSS negli anni 1932-33. Gli attacchi contro la professoressa Lacroix non sono, tuttavia, terminati. Essi minacciano la sua sicurezza fisica e il suo posto di lavoro e minano la serenità necessaria per le sue ricerche storiche».

Se si sostituisse "Robert Faurisson" a "Annie Lacroix-Riz" si otterrebbe un quadro ancora educorato della realtà, sia perché le persecuzioni e le aggressioni fisiche subìte dallo storico francese sono di gran lunga più gravi, sia perché in veste di persecutore non ha agito una qualunque "organizzazione di nostalgici", ma lo Stato francese.

Mutatis mutandis, le parole di Adriana Chiaia si attagliano perfettamente a Faurisson, il cui "crimine" «consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano - su rigorose basi documentarie - il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ebrei».

Per Adriana Chiaia il "negazionismo" è evidentemente a senso unico: giusto e sacrosanto se si tratta di negare i crimini di Stalin, ignobile e aberrante se entra in gioco il presunto olocausto.

Ciò premesso, vediamo quale sia il valore dei suoi argomenti.

Rilevo anzitutto che lo scritto di Adriana Chiaia è caratterizzato da una profonda ignoranza dei cardini della storiografia olocaustica (per non parlare di quella revisionistica); da una confusione tra la persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei - che nessuno nega - e il preteso sterminio
ebraico; dal conseguente ricorso a fonti non solo di seconda mano, ma oltremodo datate e infine da argomentazioni storiche insulse.

Nelle sue note campeggiano titoli come:

-William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino,
1962;

- Enzo Collotti, La Germania nazista, Giulio Einaudi editore, Torino, 1962;

- Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945, Feltrinelli
editore, Milano,
1964.

Stranamente, ella non menziona le opere olocaustiche di L. Poliakov e di G. Reitlinger, parimenti datate e accessibili in italiano, ma almeno un po' più serie.

Per la verità Adriana Chiaia si appella anche ad un'opera meno vetusta: il "Calendario" di Auschwitz di Danuta Czech, riguardo al quale scrive:

«In un recente articolo apparso su il manifesto, Enzo Collotti, storico che dal dopoguerra si è dedicato allo studio del nazismo e autore di libri fondamentali sul tema, segnala quella che egli chiama "una pietra miliare della storiografia su Auschwitz". Si tratta dell'opera della studiosa
polacca, D. Czech, dal titolo Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, nella quale si ricostruisce con un paziente lavoro di archivio (proveniente in gran parte dai documenti originali tedeschi della gestione del lager, scampati alla distruzione precedente all'arrivo dell'Armata Rossa) il processo con cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager».

L'articolo in questione è datato 9 febbraio 2007, ma l'opera recensita, il "Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945", nella sua versione tedesca riveduta e corretta risale al 1989[4], dunque Collotti ha impiegato diciotto anni per accorgersi
dell'esistenza di questa "pietra miliare della storiografia su Auschwitz" - ha dovuto aspettare che l'opera fosse disponibile in italiano!

Il "Calendario" di D. Czech è una cronaca che riporta giorno per giorno gli avvenimenti principali della storia del campo di Auschwitz. Esso è uno strumento storico utile per quanto riguarda i fatti documentati, uno strumento puramente propagandistico per quanto attiene alle asserzioni non
documentate, che sono quelle più importanti, in quanto riguardano le presunte gasazioni omicide. A questo proposito, i riferimenti addotti da D. Czech possono forse impressionare studiosi come Collotti, non certo chi tali riferimenti conosce bene ed è in grado di verificarli. Mi spiego subito con
qualche esempio.

Adriana Chiaia ritiene opportuno soffermarsi su qualche passo dell'articolo di Collotti:

«Riferendosi alla ricostruzione cronologica, che costituisce il criterio dell'opera, Collotti scrive: "Dalle esecuzioni più primitive [cioè le fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri polacchi e russi, il primo trasporto di ebrei di varie nazionalità essendo arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un crescendo alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha luogo il 4 maggio 1942».

Collotti non ha neppure colto la sequenza fondamentale dei presunti eventi che avrebbero condotto allo sterminio sistematico in "camere a gas" omicide installate nei crematori di Birkenau. A tale epilogo le SS - secondo il "Calendario" - sarebbero giunte attraverso tre fasi intermedie:

- la prima gasazione omicida, presuntamente avvenuta nello scantinato del Block 13 di Auschwitz (divenuto poi il Block 11 per un cambiamento della numerazione) il 3-5 settembre 1941;

- l'utilizzazione della camera mortuaria (Leichenhalle) del crematorio I di Auschwitz come camera a gas omicida (a partire dal 16 settembre 1941);

- la trasformazione di due case coloniche preesistenti nell'area di Birkenau in camere a gas omicide (20 marzo e 30 giugno 1942)(i cosiddetti "Bunker" 1 e 2[5]).

A ciascuna di queste fasi ho dedicato uno studio specifico basato su una ricca documentazione di prima mano:

1) Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190 pp.

Traduzione americana: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo accresciuto, riveduto e corretto. 159 pp.

2) Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp.

3) The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp.

Come ho già rilevato altrove[6], lo studio olocaustico più approfondito - o meno superficiale - su questi tre aspetti essenziali della presunta politica di sterminio ebraico ad Auschwitz è costituito dalle 33 pagine che vi ha dedicato Franciszek Piper - direttore della sezione storica del Museo di
Auschwitz[7]; i miei tre studi summenzionati coprono circa 600 pagine e già questo semplice confronto dimostra l'inconsistenza e l'inettitudine della storiografia olocaustica sulla genesi e gli sviluppi del presunto sterminio ebraico ad Auschwitz.

Sto ancora aspettando che qualche olo-storico o olo-propagandista si pronunci su questi studi. Forse Collotti?

Quanto alla «prima selezione con gas» che ebbe presuntamente luogo il 4 maggio 1942, D. Czech non sa fare di meglio che appellarsi a due testimonianze, una del 1947 (processo Höss), l'altra del 1978! (Czeslaw Ostankowicz).

I documenti infatti non confermano affatto questa presunta "selezione", anzi, se mai, la sfatano clamorosamente.

D. Czech non indica il numero dei "selezionati" e si limita a riferire che, dopo la presunta gasazione, «la forza di questa baracca ammonta a 1.200 detenuti»[8].

Una delle sue fonti, Czeslaw Ostankowicz, afferma invece che dalla baracca furono selezionati 20 polacchi, alcuni francesi e 180 Russi abili al lavoro, poco più di 200 persone, mentre «il resto dei 1.200 detenuti politici», dunque poco meno di 1.000 persone, furono gasati il 4 e 5 maggio 1942[9].

Esiste un importante documento che smentisce questo presunto evento. Si tratta dello Stärkebuch, il registro della forza del campo maschile di Auschwitz che va dal 19 gennaio al 19 agosto 1942. Esso registra la forza numerica all'appello del mattino e della sera, i nomi dei detenuti nuovi arrivati e di quelli morti (oltre che di quelli trasferiti e rilasciati).
La presunta "selezione" avrebbe riguardato detenuti immatricolati, perciò le presunte vittime devono figurare in questo registro tra i "Verstorbene Häftlinge" (detenuti morti). Dal 1° al 10 maggio 1942 la mortalità giornaliera nel campo maschile fu la seguente[10]:

data
detenuti
prigionieri di guerra sovietici

1 maggio
134
185

2
53
185

3
64
183

4
89
182

5
87
182

6
144
182

7
89
179

8
135
176

9
61
174

10
49
172




Il tasso di mortalità prima del 4-5 maggio 1942 e dopo non subì variazioni di rilievo, dunque nello Stärkebuch non c'è traccia dei quasi 1.000 presunti gasati.. Le presunte vittime facevano parte della forza del campo dello Stammlager Auschwitz, perciò, oltre che in questo registro, dovrebbero
apparire anche nel Leichenhallenbuch, il registro della camera mortuaria del Block 28, che va dal 7 ottobre 1941al 31 agosto 1943. Per il periodo summenzionato essa riporta infatti i seguenti decessi[11]:



data
detenuti

1 maggio
24

2
15

3
9

4
31

5
45

6
28

7
23

8
25

9
14

10
12


Anche questo documento smentisce la presunta uccisione di poco meno di 1.000 detenuti il 4 o 5 maggio 1942.

E - per favore - non mi si venga a parlare di una fantomatica "doppia contabilità" delle SS, tesi insensata che dimostra soltanto una spaventosa ignoranza della burocrazia di Auschwitz.

Nella stessa pagina in cui menziona la prima "selezione", D. Czech dà un altro saggio della sua professionalità. Ella ci informa che un medico SS ordina nella farmacia del campo 3 kg di fenolo «che viene usato all'ospedale dei detenuti per uccidere detenuti mediante iniezioni di fenolo al cuore»[12]. Ma il riferimento riguarda solo l'ordinazione: da che allora cosa D. Czech desume che questo fenolo serviva a scopo omicida? Dal suo silenzio. Ella tace infatti che ad Auschwitz furono effettuate migliaia di operazioni chirurgiche[13] e, come è noto, il fenolo è un disinfettante energico che era stato introdotto nelle operazioni chirurgiche fin dal 1867[14].

E che dire del fatto che ella ha occultato almeno 97.000 detenuti trasferiti in altri campi nel 1944, creando così altrettanti finti gasati?[15].

In uno dei miei libri citati sopra - Auschwitz: la prima gasazione - ho esposto in uno speciale paragrafo "La metodologia storiografica di Danuta Czech", dimostrando come ella abbia inventato un racconto fittizio e storiograficamente inconsistente sulla base di un mosaico di dichiarazioni
contraddittorie su tutti i punti essenziali: quelle dei testimoni Kula, Krokowski, Koczorowski, Taul, Mylyk, Glinski, Smuzewski, Banach e Kielar.

Riporto i punti salienti di quest'analisi:

«- Danuta Czech trae il numero dei detenuti malati selezionati (250) dalla testimonianza di Kula, quello dei prigionieri russi (600) dalle testimonianze di Krokowski, Koczorowski, Mylyk e Glinski; tuttavia il testimone Krokowski afferma che i detenuti malati selezionati furono 400, il
testimone Smuzewski fornisce un totale di 980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra cui 120 detenuti politici.

- Danuta Czech scrive che la mattina del giorno dopo quello della gasazione (4 settembre), Palitzsch aprì la porta «delle celle» e constatò che «alcuni» prigionieri di guerra russi erano ancora vivi. La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però afferma che ciò accadde il pomeriggio del giorno dopo ("Il 15 agosto[16], verso le 4 di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas..."); egli precisa inoltre che Palitzsch aprì la porta "dei Bunker", ossia dello scantinato, non delle celle, e constatò che "le persone" - evidentemente tutte, non alcune - che vi si trovavano erano ancora vive.

- Danuta Czech asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè ancora il giorno dopo quello della gasazione, Palitzsch adunò «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a e tutti gli infermieri dell'ospedale", più altri due detenuti, i quali cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il testimone Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto, cioè due giorni dopo quello della gasazione [rispetto alla data riferita da questo testimone]; anche il testimone Kielar afferma che l'evacuazione dei cadaveri iniziò due giorni dopo, per l'esattezza la sera del secondo giorno, mentre il testimone Glinski dichiara che essa cominciò tre giorni dopo. Questo stesso testimone afferma inoltre che tale operazione fu eseguita da circa 20 medici e infermieri, che Danuta Czech trasforma in «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a", mentre il testimone Banach dichiara che essa fu eseguita da «alcune decine» di detenuti della compagnia di punizione. Il testimone Glinski, che era infermiere, asserisce che l'operazione fu compiuta soltanto da infermieri e medici, mentre il testimone Banach, che era membro della compagnia di punizione, dichiara che l'operazione fu eseguita soltanto dai detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o detenuti della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione!

- Danuta Czech scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al crematorio e cremati, ma il testimone Kula afferma che essi "non furono cremati nel crematorio, ma furono portati in direzione di Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati".

- Danuta Czech asserisce poi che il trasporto dei cadaveri al crematorio durò due notti e si concluse la notte del 5 settembre. Ma i testimoni Mylyk e Smuzewski affermano che questo lavoro fu eseguito in una sola notte.

Si sarà notato che Höss non rientra nel novero dei testimoni citati da Danuta Czech. La ragione è semplice: la sua testimonianza, alla portata di tutti e controllabile da chiunque, è in contraddizione troppo flagrante con il resoconto di Danuta Czech, perché egli riferisce che lo Zyklon B provocò
la morte immediata delle vittime"»[17], mentre la redattrice del "Calendario", come ho accennato sopra, pretende che la mattina del giorno dopo quello della gasazione alcuni prigionieri diguerra russi erano ancora vivi.

D. Czech menziona la gasazione di centinaia di trasporti ebraici, a partire da quella di un trasporto di Ebrei slovacchi in data 4 luglio 1942, ma senza mai fornire non dico la minima prova, ma neppure il minimo indizio documentario a sostegno della sua pretesa. Ella, come tutti gli storici
olocaustici, presuppone aprioristicamente che tutti i detenuti non immatricolati fossero stati gasati. Nella prima edizione tedesca del suo "Calendario"[18] figurano 91 trasporti di Ebrei provenienti dall'Ungheria tra il 2 maggio e il 18 ottobre 1944, da cui risultano immatricolate complessivamente 29.159 persone. Quanto al destino delle persone non immatricolate, D. Czech sentenziava invariabilmente: «Die Übrigen wurden vergast» (i restanti furono gasati)[19].

Basandosi su questi dati, in un articolo apparso nel 1983, Georges Wellers concluse che nel 1944 erano stati deportati ad Auschwitz 437.402 Ebrei ungheresi in 87 treni, di cui, secondo i suoi calcoli, 27.758 erano stati immatricolati e i restanti 409.644 erano stati gasati immediatamente
all'arrivo[20].

In realtà le deportazioni degli Ebrei ungheresi erano cessate l'8 luglio 1944. D. Czech fu successivamente costretta a riconoscere questo fatto e anche ad ammettere che decine di migliaia di Ebrei ungheresi furono accolti senza immatricolazione nei settori BIIe, BIIc, BIIb e BIII di Birkenau, che nei documenti vengono designati «Durchgangslager (campo di transito) KL Auschwitz II». Fatto notorio, perché già al processo Höss un testimone tenuto in grande considerazione da D. Czech, Otto Wolken, aveva dichiarato che nel 1944 le donne ungheresi erano state accolte inizialmente nel campo BIIc, dove dovevano dormire in due turni, poi nel Bauabschnitt (settore di costruzioni) III, dove furono alloggiate in 50.000[21].

Nella seconda edizione tedesca del "Calendario" sono registrati circa 25.000 detenuti non immatricolati che passarono per il "Durchgangslager", ma il numero effettivo è di almeno 98.600[22].

E che dire dei trasporti ebraici registrati da D. Czech tra il 5 maggio e il 18 agosto 1942 che sarebbero stati gasati interamente? Del loro arrivo ad Auschwitz non esiste neppure il più vago indizio documentario. Con questi finti trasporti la redattrice del "Calendario" lucra oltre 22.200 finti
gasati. In tale contesto, ecco un altro esempio della sua serietà.

In data 8 novembre 1942 ella registra l'arrivo di due trasporti ebraici (uno dal distretto di Zichenau, l'altro da quello di Bialystok) con 1.000 Ebrei ciascuno, che sarebbero stati tutti gasati all'arrivo[23]. Per entrambi i trasporti D. Czech indica come fonte il diario del dott. Kremer (sul quale ritornerò sotto):

«Questa è la dodicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS,op. cit., Diario di Kremer, p. 232)».

«Questa è la tredicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS, op. cit., ., Diario di Kremer, p. 232)»[24].

Questa fonte è smentita dall'opera stessa invocata da D. Czech. Nel libro "Auschwitz in den Augen der SS" (edizione del 1997) si legge infatti il seguente testo del diario del dott. Kremer:

«8 novembre 1942. Stanotte [ho] partecipato a due azioni speciali (Sonderaktionen) con fosco tempo autunnale piovoso (dodicesima e tredicesima)».

Dunque il dott. Kremer non menziona né l'arrivo dei due trasporti, né il numero dei deportati, che sono pertanto semplici invenzioni di D. Czech.

In nota Jadwiga Bezwinska e D. Czech stessa (!) spiegano:

«Quel giorno furono internati Ebrei dal campo di concentramento di Lublino (Majdanek); 25 uomini furono ammessi al campo come detenuti, gli altri (non si sa quanti) furono gasati»[25].

Perciò D. Czech non ha mai avuto la minima prova dell'arrivo ad Auschwitz dei due trasporti summenzionati, che devono dunque essere considerati fittizi.

Spero che queste osservazioni siano sufficienti a dare un'idea di che cosa sia in realtà questa presunta "pietra miliare della storiografia su Auschwitz".

Torniamo ad Adriana Chiaia, che continua così:

«Collotti riporta poi una citazione dal lavoro della Czech, che annota per la data del 2 settembre 1942: "il medico del campo SS Kremer scrive nel suo diario: 'Presente per la prima volta ad un'azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto qui l'Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non per niente Auschwitz è definito campo di sterminio!'".
E Collotti commenta:"potrebbe essere l'epigrafe dell'intero Kalendarium"».

Faurisson si era occupato in modo approfondito del diario del dottor Johann Paul Kremer già nel 1980[26], ma Adriana Chiaia, che pretende di confutarlo sul piano storico, non cita neppure di sfuggita le sue osservazioni al riguardo.

L'interpretazione olocaustica di questo documento presuppone - anche qui aprioristicamente e senza uno straccio di prova - che il termine "Sonderaktion" (azione speciale) che vi appare varie volte sia un "criptonimo" che designava le gasazioni omicide, al pari di altri termini come "Sonderbehandlung" (trattamento speciale), "Sonderbaumassnahme" (misura
speciale), "Sondertransporte" (trasporti speciali), "Sonderkeller" (scantinato
speciale), "Spezialeinrichtung" (installazione speciale).

In riferimento ad Auschwitz - come ho ricordato (invano) più volte -, a questa presunta decifrazione gli olo-storici più preparati hanno dedicato al massimo qualche riga. La spiegazione del nuovo esperto mondiale di Auschwitz (dopo la morte di Jean-Claude Pressac), Robert Jan van Pelt, è veramente prodigiosa, un vero capolavoro di storiografia scientifica:

«Ogni volta che erano designati come installazioni di sterminio, i crematori venivano denominati Spezialeinrichtungen (installationi speciali) per la Sonderbehandlung (trattamento speciale) di detenuti. L'ultimo termine si riferiva all'uccisione»[27].

E questo è tutto in un libro su Auschwitz di oltre 500 pagine!

I numerosi documenti che ho trovato a Mosca mostrano invece che questi termini si riferivano a molti aspetti "normali" della vita del campo di Auschwitz - dalla disinfestazione e immagazzinamento degli effetti personali dei detenuti all'impianto di disinfestazione di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B per la disinfestazione, all'ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett) progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione dei deportati e alla selezione degli abili al lavoro, ma non avevano in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta "decifrazione" proposta dalla storiografia olocaustica è storicamente e documentariamente infondata. Ho presentato la relativa dimostrazione, accompagnata da una selezione di 26 documenti, molti dei quali prima ignoti persino agli specialisti, nel libro "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato[28]. Per fare un solo esempio, un documento del 18 dicembre 1942 menziona una "Sonderaktion" (azione speciale) che consistette
nell'interrogatorio di tutti gli operai civili da parte della Gestapo dopo uno sciopero(!) per le ferie natalizie[29]. All'epoca infatti nel "campo di sterminio" lavoravano 950 operai civili[30].

Perfino il termine "Sonderkommando", comunemente riferito ai detenuti pretesamente addetti alle gasazioni nei crematori, è fasullo, in quanto da un lato ad Auschwitz esistettero documentariamente almeno undici "Sonderkommandos", dall'altro nessuno di questi si riferì mai al personale in questione, che invece veniva chiamato "Krematoriumspersonal" (personale del crematorio) oppure con il relativo numero di "Kommando": ad esempio, "206-B Heizer Krematorium I. u.II. 207-B Heizer Krematorium III. U. IV."[31].

È ben vero che l'annotazione del dott. Kremer summenzionata dice che «in confronto a ciò l'inferno di Dante mi sembra una commedia», tuttavia Faurisson in questo contesto menziona una lettera di Kremer datata 21 ottobre 1942 nella quale egli scrive tra l'altro:

«A dire il vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto di poter essere di nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di volgere così le spalle definitivamente a questo inferno di Auschwitz, dove oltre al tifo petecchiale ecc. ora appare anche il tifo»[32].

L' "Inferno" di Auschwitz aveva dunque una inequivocabile relazione con il tifo e le altre malattie che imperversavano al campo.

Veniamo infine al "campo di sterminio". Rilevo subito che questa traduzione è inesatta. Il testo tedesco è "das Lager der Vernichtung", "il campo dello sterminio"[33]. Il significato reale di questa espressione si desume dal contesto storico.

Kremer ricevette l'ordine di trasferimento ad Auschwitz il 28 agosto 1942 e giunse al campo il giorno 30. La sua prima annotazione dopo l'arrivo riguarda le malattie infettive che vi infuriavano:

«Al campo a causa di numerose malattie infettive (febbre petecchiale, malaria, diarrea)[vige la] quarantena».(Im Lager wegen zahlreicher Infektionskrankenheiten (Fleckfieber, Malaria, Durchfälle) Quarantäne)».

La quarantena era stata ordinata dal comandante Höss il 23 luglio come "chiusura totale del campo" (vollständige Lagersperre). Kremer arrivava nel momento in cui l'epidemia aveva raggiunto la massima intensità.

Nel mese di agosto erano morti 8.600 detenuti. Per due volte, il 19 e il 20, la mortalità aveva superato la soglia dei 500 decessi al giorno. Nella seconda metà del mese, dal 15 al 31, vi furono quasi 5.700 decessi, con una media giornaliera di oltre 330 decessi. All'inizio di settembre la mortalità media aumentò ulteriormente. Il 1° settembre morirono 367 detenuti, il 2 settembre 431.

Il confronto con gli altri campi di concentramento mostra che Auschwitz aveva un tasso di mortalità immensamente superiore. Nel complesso Mauthausen-Gusen nell'agosto 1942 morirono 832 detenuti, a Dachau 454 detenuti, a Buchenwald 335 detenuti, a Stutthof circa 300. Perfino il campo di Lublino-Majdanek, nonostante la sua altissima mortalità di 2.012 detenuti, ebbe appena il 23% dei decessi che vi furono ad Auschwitz. Il 2 settembre 1942, dunque, per la sua altissima mortalità "naturale" (che non include le presunte gasazioni omicide) rispetto agli altri campi, Auschwitz era davvero "das Lager der Vernichtung"[34].

Quanto al significato delle "Sonderaktionen" cui partecipò il dott. Kremer, qui posso soltanto accennare allo scenario generale in cui si collocavano.

Gli Ebrei che venivano deportati ad Auschwitz nel quadro dell'evacuazione nei territori orientali occupati (cioè i cosiddetti trasporti RSHA), arrivati al campo, subivano una selezione: gli abili al lavoro venivano immatricolati, gli inabili proseguivano il loro viaggio verso l'Est. Ciò è detto esplicitamente nel rapporto di Oswald Pohl, capo dell'Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS-WVHA), a Himmler del 16 settembre 1942:

«Gli Ebrei abili al lavoro destinati alla migrazione verso l'Est interromperanno dunque il loro viaggio e dovranno eseguire lavori nell'ambito degli armamenti».

(Die für die Ostwanderung bestimmten arbeitsfähigen Juden werden also ihre
Reise unterbrechen und Rüstungsarbeiten leisten müssen")
[35].

La " Ostwanderung" era appunto la deportazione ebraica all'Est.

Ad Auschwitz avvenivano selezioni anche tra i detenuti immatricolati, ma non certo per le "camere a gas". Ad esempio, il 27 maggio 1943 l'SS-WVHA ordinò al comandante del campo di Auschwitz di trasferire al KL Lublino (Majdanek) «800 detenuti malati di malaria» (800 Malariakranke Häfltinge)[36]. Un documento successivo, il rapporto trimestrale del medico del campo di Auschwitz datato 16 dicembre 1943, spiega che tutti i malati di malaria nel 1943 furono trasferiti al campo di Lublino perché esso si trovava in una zona priva di zanzara anofele[37]. Tra il gennaio e il marzo 1944 al campo di Lublino furono trasferiti circa 20.800 detenuti malati provenienti dai campi di Buchenwald, Flossenbürg, Neuengamme, Ravensbrück e Sachsenhausen, tra i quali circa 2.700 invalidi da Sachsenhausen e 300 ciechi da Flossenbürg[38].

Uno dei significati del termine "Sonderaktion" era l'internamento di un trasporto ebraico e tutte le operazioni di ricezione e di smistamento connesse. In questo contesto generale il dott. Kremer partecipò a varie "azioni speciali", inclusi i due tipi di selezione esposte sopra.

Lublino si trova circa 280 km circa a nord-est di Auschwitz: se le "Sonderaktionen" che vi venivano attuate miravano alla "gasazione" di detenuti malati, perché i malati di malaria del campo furono inviati a Lublino? E perché 20.800 detenuti malati provenienti dai campi del Reich andarono a est di Auschwitz senza subire alcuna "gasazione"?

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi dell'intervista concessa da Faurisson nel 1979 a Storia Illustrata, che ella trae dal sito aaargh[39].

Non c'è proprio dubbio: costei, nel campo storiografico, è rimasta indietro di qualche decennio.

Indi ella espone i suoi nobili intenti:

«Nell'ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche d'indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che, assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente».

Indi cita vari brani dell'intervista in questione - tra i quali questo: «I forni crematori costituivano un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» - e osserva:

«Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a tale inquietudine, i nazisti provvidero alla 'inumazione' di migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate circostanze (quando: "Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa.") e nelle zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev, dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei e di persone di altre nazionalità».

Qui, a quanto pare, Adriana Chiaia vuole opporre la pratica ad Auschwitz (anche) dell'inumazione a quella (soltanto) della cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita "William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-1049". Qui ella
menziona evidentemente di seconda mano, perché prende un grossolano abbaglio. Il testo da lei citato non avvalora affatto la sua tesi:

«Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa secondo la tecnica degli Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente buttati in fosse e bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi gettava sopra della terra»[40].

Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle fantomatiche "fosse di cremazione"[41].

Per quanto riguarda la storiella delle "fucilazioni in massa" quando le presunte camere a gas di Auschwitz "risultarono insufficienti", essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di aver fatto parte del cosiddetto "Sonderkommando") fu sostenuta soltanto da Miklos Nyiszli. Secondo la storiografia olocaustica attuale (non quella di quarant'anni fa), l'eccedente delle presunte vittime che, nell'estate del 1944, non trovava posto nei crematori di Birkenau, fu gasata nel cosiddetto "Bunker 2" e cremata in "fosse di cremazione" vicine, che in realtà non sono mai esistite. Secondo Nyiszli, invece, in riferimento agli stessi luoghi e allo stesso periodo, il "Bunker 2" non era affatto una struttura di gasazione, ma un semplice spogliatoio per le vittime, che venivano uccise ad una ad una con un colpo alla nuca sul ciglio di due inesistenti "fosse di cremazione".

Infine, l'unica prova materiale della fucilazione di "almeno ventimila" vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica che mostra "Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai Tedeschi"![42].

Adriana Chiaia continua poi la sua "confutazione":

«Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.][43]) B
(in quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella costruzione di
forni crematori e delle relative attrezzature (ascensori, carrelli
trasportatori di cadaveri) esiste la documentazione incontrovertibile degli
originali delle relative offerte, ordinazioni e fatture.

Per non parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza
dell'origine degli oggetti di valore sottratti ai deportati (persino le
protesi dentarie d'oro strappate ai cadaveri!), vero e proprio bottino di
guerra che veniva depositato nelle banche, come risultò nel processo di
Norimberga».

Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato altrove[44]. Poiché lo Zyklon
B fu usato notoriamente in tutti i campi di concentramento tedeschi a scopo
di disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle ordinazioni di questo
insetticida che esso fu usato a scopo omicida? Ad esempio, Kurt Gerstein
esibì dodici fatture della Degesch a suo nome relative alla fornitura di
2.370 kg di Zyklon B dal 16 febbraio al 31 maggio 1944, 1.185 kg per
Auschwitz e 1.185 kg per Oranienburg. Da che cosa si può desumere che la
fornitura di Zyklon B ad Auschwitz sia la "prova" di uno sterminio in massa,
dato che a Oranienburg (Sachsenhausen) non fu attuato alcuno sterminio in
massa in camere a gas omicide a Zyklon B? Anche i forni crematori furono
installati e usati in tutti i campi di concentramento, sicché la relativa
"documentazione incontrovertibile" non dimostra nulla circa il presunto
sterminio in massa.

Per il secondo punto Adriana Chiaia (nota 11) rimanda di nuovo al libro di
Shirer menzionato sopra. Qui si tratta di una rapina sistematica e su vasta
scala effettuata su persone vive (all'arrivo di un convoglio ebraico a
Birkenau, i deportati dovevano abbandonare i loro averi sulla cosiddetta
rampa, che essi venissero immatricolati o inviati senza immatricolazione nel
"campo di transito" o gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato
in camere a gas.

Veniamo alla questione delle "protesi dentarie d'oro strappate ai cadaveri".

Nei crematori di Birkenau esisteva una "Häftlingszahnstation des K.L.
Auschwitz" (laboratorio dentistico dei detenuti) la quale provvedeva alla
rimozione dei denti d'oro dalla bocca dei cadaveri prima della cremazione.
Per ogni cadavere veniva redatto un rapporto alla Sezione Politica del campo
nel quale veniva indicato il numero di matricola del detenuto, il numero e
il tipo di metallo dei denti estratti[45]. Negli archivi del Museo di
Auschwitz sono conservati numerosi rapporti dai quali risulta che, dal 16
maggio al 10 dicembre 1942, a 2.904 cadaveri di detenuti immatricolati
furono estratti 16.325 denti d'oro[46], ma non esiste un solo rapporto che
si riferisca all'estrazione di denti d'oro ad un detenuto non immatricolato,
cioè a un presunto gasato.

Dunque neppure l'oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in camere a gas.

Ed ecco l'incredibile commento di Adriana Chiaia:

«Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine e pagine per dimostrare l'impossibilità 'tecnica' dell'uso delle camere a gas».

Le "prove ineccepibili" sarebbero gli argomenti insulsi che ho discusso sopra!

Ella continua:

«Uno dei suoi argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i
guardiani dei campi nell'estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi
della sostanza velenosa. E qui arriva a falsificare la testimonianza di
Höss, uno dei comandanti del campo di Auschwitz, quando sostiene, nella
suddetta intervista, che, secondo le testimonianze dei nazisti, "la squadra
incaricata di ritirare i cadaveri dalle 'camere a gas' penetrava nel locale
sia "immediatamente" sia "poco dopo" la morte delle vittime. "Io dico -
sentenzia Faurisson - che questo punto da solo costituisce la pietra di
paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità fisica".
Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l'abituale cinismo e con
teutonica precisione, che "dopo venti o trenta minuti quando il grande
ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe aspiravano l'aria
avvelenata, la grossa porta veniva aperta e gli uomini del Sonderkommando
intervenivano (si trattava di ebrei ai quali era stata promessa salva la
vita e un vitto adeguato in cambio dei più macabri tra tutti i lavori.
Immancabilmente e regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti
da nuove squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che
sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere antigas
e da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma iniziavano la loro opera.
Reitlinger l'ha così descritta: 'Il loro primo compito era togliere il
sangue e gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i morti
aggrappati gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell'oro, all'estrazione
dei denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati
dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in
ascensore o in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in
cenere fine, l'autocarro che portava queste ceneri nelle acque del fiume
Sola'"».(12)

Qui emerge tutto il dilettantismo di Adriana Chiaia. Procediamo con ordine.

Il testo di Faurisson si riferisce alle testimonianze in generale, non
specificamente alle "testimonianze dei nazisti":

«Terminerò con quello che chiamerei il criterio della falsa testimonianza
per ciò che concerne le "camere a gas". Ho rilevato che tutte queste
testimonianze per vaghe o discordi che siano sul resto, s'accordano almeno
su un punto: la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalla "camera a
gas" penetrava nel locale sia "immediatamente" sia "poco dopo" la morte
delle vittime. Io dico che questo punto da solo costituisce la pietra di
paragone delle false testimonianze, perchè vi è qui un'impossibilità fisica
totale. Se incontrate qualcuno che crede alla realtà delle "camere a gas"
domandategli come, secondo lui, vi si potevano estrarre i cadaveri per far
posto all'infornata successiva»[47].

Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in generale alle "testimonianze dei nazisti" e in particolare alle dichiarazioni di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:

«R. Höss scrive: "Una mezz'ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta
e si metteva in funzione l'apparecchio di ventilazione. Si cominciava
immediatamente a estrarre i cadaveri". Richiamo la vostra attenzione sulla
parola "immediatamente"; in tedesco "sofort". R. Höss aggiunge che la
squadra incaricata di estrarre 2000 cadaveri dalla "camera a gas" e di
manipolarli fino ai forni crematori faceva questo lavoro "mangiando e
fumando". Dunque, se ben comprendo, senza portare maschera antigas. Questa
descrizione è un'offesa al buon senso perchè implica la possibilità di
entrare senza precauzione alcuna in un locale saturo di acido cianidrico per
manipolarvi (a mani nude?) 2000 cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile
vi siano resti del gas letale. Del gas deve indubbiamente restare sui
capelli (che pare venissero rasati dopo l'operazione), nelle mucose e anche
tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel ventilatore superpotente capace di
far sparire istantaneamente una tale quantità di gas fluttuante nell'aria o
sedimentato un po' ovunque? Anche se un tale ventilatore esistesse, sarebbe
comunque necessario un test che, segnalando alla squadra la sparizione
dell'acido cianidrico, la avverta che il ventilatore ha effettivamente
compiuto il suo lavoro e che conseguentemente la via è libera. Ora, è
evidente che nella descrizione di Höss abbiamo a che fare con un ventilatore
magico che agisce istantaneamente e con una tale perfezione da non lasciare
adito né a timori né a verifiche. Ciò che il semplice buon senso ci
suggerisce è pienamente confermato dai documenti tecnici afferenti allo
Zyklon B e al suo impiego»[48].

L'argomento di Faurisson in relazione a Höss è questo, ma Adriana Chiaia non l'ha neppure sfiorato.

L'accusa che qui Faurisson "arriva a falsificare la testimonianza di Höss" è
ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma. In effetti Adriana
Chiaia non conosce affatto "la testimonianza di Höss": ciò che riporta come
tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49] di un riassunto di
Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di Höss![50] Höss infatti ha
scritto:

«Dopo una mezz'ora dal momento dell'immissione del gas, si aprivano le porte
e si azionavano gli apparecchi per la ventilazione. Quindi si cominciava
subito (sofort) a portare fuori i cadaveri»[51].

I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano i
cadaveri, mangiavano o fumavano»[52], esattamente ciò che ha scritto
Faurisson.

Dunque chi "arriva a falsificare" non è Faurisson, ma Adriana Chiaia.

Aggiungo che le parole di Höss summenzionate non furono pronunciate dall'ex
comandante di Auschwitz "davanti ai giudici", ma nel carcere di Cracovia,
nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione del processo (11-29
marzo 1947).

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi di un «tema più generale su cui si
basa la concezione 'teorica' di Faurisson riguardo al 'problema' ebraico»,
che, appunto per questo, ha ben poco a che vedere con la questione concreta
del presunto sterminio ebraico.
Mi limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.

La minaccia dello "sterminio (Vernichtung) della razza ebraica in Europa" da
parte di Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, come scrisse
trent'anni fa lo storico ebreo Joseph Billig, non implicava neppure
l'intenzione deliberata di un atto reale:

«Il termine "Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la volontà
assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto
assoluta, questa volontà si annunciava come pronta, se fosse stato
necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione non significava che
si era già arrivati allo sterminio e neppure l'intenzione deliberata di
arrivarvi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discorso del 30
gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli Esteri della
Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del
governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava,
in particolare, un'azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito,
egli dichiarò a titolo di esempio: "Presso di noi, vengono sterminati» (bei
uns werden vernichtet). Bisogna credere che Hitler, nel corso di una
conversazione diplomatica messa per iscritto negli archivi del Ministero
degli affari esteri abbia fatto la confidenza di un massacro nel III Reich,
il che, per di più, non era esatto a quell'epoca? Due anni dopo, il 30
gennaio 1941, Hitler rievocò la sua "profezia" del 1939. Ma, questa volta,
ne precisò il senso come segue: ". e non voglio dimenticare l'indicazione
che ho già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del
mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà
terminato completamente il suo ruolo in Europa.". Nella sua conversazione
con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò l'Inghilterra e gli Stati Uniti,
che, secondo lui, potevano offrire delle regioni di insediamento agli Ebrei.
Nel gennaio 1941 egli indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà
liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri
popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest'epoca si
credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler era
ammissibile soltanto fuori d'Europa. Abbiamo appena rilevato che il 30
gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del ruolo degli
Ebrei in Europa»[53] e questo è anche il significato del termine "Vernichtung" nel discorso del
30 gennaio 1939.

Sulla conferenza di Wannsee Adriana Chiaia scrive:

«"Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti funzionari delle
SS gli obiettivi della Endlösung nei confronti di 11 milioni di ebrei d'Europa
(.):
ossia il loro trasferimento in massa verso l'oriente russo e il loro impiego
come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che
erano state finalmente scelte le modalità pratiche per l'eliminazione degli
ebrei, ossia l'annientamento mediante il lavoro"».

Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il quale presentava il
"protocollo di Wannsee" come «un altro documento esibito al processo di
Norimberga»[54], mentre esso fu prodotto al processo della Wilhelmstrasse (6
gennaio 1948-11 aprile 1949) come documento NG-2586. Purtroppo la sua fonte,
il libro di Léon Poliakov e Josef Wulf "Das Dritte Reich und die Juden"[55],
non lo aveva specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò
a indovinare. Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana Chiaia
scrive:

«Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l'elenco dettagliato
dei partecipanti alla seduta (resoconto indicato con timbro: 'Affare segreto'
del Reich) rimando alla nota 17».

La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di Walther Hofer citato
sopra. Ma qui c'è soltanto un breve estratto del protocollo in questione,
non già il suo testo "integrale", che Adriana Chiaia non ha mai visto, né in
originale né in traduzione. Per sua informazione, il testo integrale e
originale del documento in questione si trova nel libro du Robert M.W.
Kempner "Eichmann und Komplizen"[56].

Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana Chiaia.
In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia alzate nel
ghetto di Varsavia, ella scrive:


«Secondo Faurisson, non si trattava di deportazione, ma di una semplice
misura di sicurezza "in occasione dell'arrivo a Varsavia di una
importantissima personalità tedesca". E non basta, secondo le assai
discutibili fonti del 'professore dell'Università di Lione' - come indica
rispettosamente la nota redazionale - il ragazzo della foto, portato in un
posto di polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un
ricchissimo banchiere londinese [!]».

Nel 1978 un "London business man" si mise in contatto con la rivista The
Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione era lui e che la
fotografia era stata scattata nel 1941[57]. Faurisson si limitò a riferire
questa notizia.

Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss, scrivendo:

«Bisogna aggiungere che le 'teorie' di Faurisson, di cui abbiamo dato solo
alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da un lato e all'omissione
dall'altro. Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l'inesistenza delle camere a
gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione:
quelle con l'impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di
scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica,
dove venivano ammassate le vittime. Il sadico comandante del campo di
Auschwitz, Höss, ne parlò diffusamente nel corso del processo di Norimberga.
Con cinico orgoglio professionale disse: "La 'soluzione finale' del problema
ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d'Europa. Mi fu
dato l'ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni
per lo sterminio. A quel tempo nel Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek (.). Feci una visita a quello di
Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del
campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un
semestre. (.) Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi
metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i
locali per lo sterminio usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che
veniva fatto cadere nelle camere della morte da una piccola apertura."».

La fonte (nota 18) è il solito Shirer. Adriana Chiaia non è riuscita a
capire neppure il riferimento da lui addotto[58]. Si tratta infatti della
dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946 (documento PS-3868), che non
ha nulla a che fare con le sue succesive dichiarazioni «nel corso del
processo di Norimberga», cioè all'udienza del 15 aprile 1946.

La citazione di questo documento da parte di olo-storici e di
olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all'ignoranza. Come è noto,
nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva nessun presunto
campo di sterminio: Belzec fu aperto nel marzo 1942, Treblinka in luglio e
Wolzek non è mai esistito. E poiché la pretesa attività omicida con Zyklon B
introdotta da Höss nel crematorio I di Auschwitz dopo la sua presunta visita
a Treblinka sarebbe iniziata, secondo D. Czech, il 16 settembre 1941[59], la
visita di Höss a Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa
data. Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare
Treblinka tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei mesi
precedenti, vi sarebbero state gasate 80.000 persone!

Come si vede, l'attendibilità di questa testimonianza è assoluta![60]

Lascio per ultimo il testo che Adriana Chiaia dedica a me personalemnte
(quale onore!):

«Per fare un esempio, restando nell'ambito del nostro argomento, 'navigando'
in quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un certo Carlo
Mattogno, che si autodefinisce 'l'unico negazionista italiano' e, pertanto,
senz'ombra di modestia, sostiene che il disegno di legge Mastella sia stato
fatto appositamente contro di lui. Questo signore, per non essere da meno
dei suoi colleghi stranieri, dei quali peraltro ripete ossessivamente le
note tesi, mette in discussione le finalità e l'esistenza di un forno
crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul
territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo, furono
concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare nei lager
nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico triestino, Elio
Apih, "un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di
repressione e di sterminio.", furono trucidati migliaia di antifascisti
italiani, sloveni, croati e jugoslavi e di ebrei deportati per motivi
razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente
costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione,
per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata
da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e
notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole
motivazioni 'tecniche'. C'è da sottolineare che la maggior parte dei suoi
studi è pubblicata da case editrici e da riviste d'ispirazione fascista e
nazista, come: Sentinella d'Italia, Avanguardia, L'uomo libero e Orion, a
riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e
fascismo».

Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in un mio sito, dato
che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i miei scritti sono
ospitati in vari siti revisionistici.


L'affermazione secondo la quale mi autodefinirei "l'unico negazionista
italiano" - si noti, tra virgolette - è assurda già per il fatto che rifiuto
la sciocca etichetta di "negazionista".

All'inizio ho stigmatizzato la lettura ipocrita - da parte degli olo-propagandisti - del mio articolo sul disegno di legge Mastella. Qui è il caso di approfondire un po' la questione.
In questo scritto ho affermato:

«Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia
sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto contro di
me»[61].


Come ho ricordato sopra, in quest'articolo ho elencato tutti i miei scritti
pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700 pagine. Nessuno storico
revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo attivo una produzione
letteraria simile: è dunque "immodestia" da parte mia pensare che il disegno
di legge Mastella fosse diretto contro di me? E se è così, allora, di
grazia, contro chi era diretto?

La trita accusa di Adriana Chiaia secondo la quale ripeterei
«ossessivamente le note tesi» è fin troppo palesemente falsa. Nell'articolo
in questione ho anche elencato gli archivi tedeschi, polacchi, cechi,
slovacchi, olandesi, bielorussi, russi, lituani, ungheresi, ucraini,
inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi, israeliani, svedesi dai quali
proviene la mia documentezione: che senso avrebbe per me ripetere più o meno
"ossessivamente" tesi altrui? Eventualemente sono gli altri che ripetono le
mie tesi.

Invece la scelta dell'oggetto della sua "confutazione" è frutto di
deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle oltre
4.700 pagine dei miei scritti: una "critica" davvero demolitrice!

E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi revisionistiche
è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza della terra!


Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto riguardo al
presunto "forno crematorio" della Risiera, e potrei anche approfondire
ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece a riportare il testo
del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione supplementare. Rilevo che
Adriana Chiaia non cita né il titolo dell'opuscolo, né il sito in cui esso
appare, sebbene sia lo stesso in cui ha trovato l'intervista a Storia
Illustrata di Faurisson[62].

Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva evitare che
qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in questo scritto e
scoprisse che i miei argomenti non sono propriamente «stravaganti illazioni
e ridicole motivazioni "tecniche"».

Premetto che l'opuscolo in questione è una sorta di recensione del libro di
Ferruccio Fölkel "La Risiera di San Sabba"[63].

Prima di riportare il paragrafo relativo al "forno crematorio", rilevo
ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è veramente insondabile:
il paragrafo precedente del mio opuscolo si occupa infatti della presunta
"camera a gas" della Risiera, che contesto in modo radicale. Ma Adriana
Chiaia si indigna per la mia "negazione" del "forno crematorio": devo
desumere che anche lei "nega" la "camera a gas"?

Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:

«Forno crematorio

Anche riguardo al "forno crematorio" il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.

"Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta
dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è
convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta"
(pp. 26-27).

Esso era attiguo alla "camera a gas":

"Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata
da un vecchio mobile" (p. 26).

Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:

"Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione.
Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli
altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per
l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera già esistente
nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una
vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della
grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva una grande graticola di acciaio.
Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe nel
forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di
ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie
all'alto camino. C'era un forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in
un capannone nella parete di fronte" (p. 29).

Riguardo al crematorio, questo è tutto.

Osservazioni

Anzitutto una precisazione. L'espressione "forno crematorio" non deve trarre
in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e
proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi,
ma un semplice rogo.

Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente
contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 x 15 (= 300 metri
quadrati), l'altro di un forno di metri 2 x 2 (= 4 metri quadrati)!

Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la
dichiarazione del testimone Gley:

"In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè
interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20
metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 x 2" (p.
29, nota 1).

Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si
trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice
fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.

Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come
si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che "il forno era istallato
nel luogo adibito a garage" (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era
invece la "camera a gas"!

Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una baracca:

"All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più
grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno
si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il forno del
crematorio" (p. 177).

Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:

"Poi ho visto una SS - dicevano che fosse un ucraino - che nel reparto più
piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una
mannaia i cadaveri" (p. 177).

C'era dunque un locale, in una "baracca" o in un "capannone", diviso in due
parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più
piccola si trovava il forno.

La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori
testo dal Fölkel genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta
che il "forno crematorio" (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 x 9,5
ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il
locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato
il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente
inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il "forno
crematorio" avesse una superficie di 300 metri quadrati?

Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è
assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale
sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche
fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben
visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel
nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora
persino dove fosse la ciminiera:

"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha
spiegato l'architetto Boico" (p. 143).


Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel
secondo cortile della Risiera tracce evidenti, che i Tedeschi non avrebbero
potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno,
garage e ciminiera (p. 31).

Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa.
Dov'era allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal
fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino
era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti
la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta
richiede 100-150 kg di fascine. Ciò significa che per cremare cinquanta
cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del
calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di
tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri
quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.

Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una
superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo
cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un
cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico
dunque doppiamente ridicola.

Un altro problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla
piantina precedentemente menzionata risulta che il "forno crematorio" era
collegato al "camino" (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo
circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un
potente impianto di tiraggio?

Conclusione

Del crematorio non si sa con certezza neppure dove fosse istallato. Una cosa
sola è certa: esso non poteva avere, se mai è esistito, le dimensioni, la
capacità di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto
Boico»[64].

Ed ecco la "confutazione" di Adriana Chiaia:

«... I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente
costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione,
per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata
da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e
notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole
motivazioni 'tecniche'».

Se qui c'è una "verità incontrovertibile", è proprio l'assoluta
impossibilità di verificare l'ubicazione o la struttura del presunto forno,

perché, come dice Ferruccio Fölkel,

«il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti
saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco
prima di lasciare il campo di San Sabba»[65],

e ancora:

«Oberhauser ha fatto saltare in aria il camino, il garage, il crematorio la
notte fra il 29 e il 30 di aprile. Verso le due, le tre del mattino. Oggi
non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha spiegato
l'architetto Boico»[66].

Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue "mille prove", sono semplici frottole.

La sentenza del processo per la Risiera (29 aprile 1976) recita al riguardo:

«Un dato processualmente certo è l'esistenza del forno crematorio nel lager di San Sabba».

Questa "certezza" si basa però esclusivamente su testimonianze (cinque), la
più importante delle quali è quella del Gley citata sopra[67]: nessun
documento, nessun riscontro materiale. Questo sarà pure un dato certo
processualmente, ma storicamente non vale nulla.

Nella citazione riportata sopra ho parlato di "rogo", ma anche questo
termine è improprio. L'impianto descritto dal Gley è infatti una specie di
barbecue gigante: per trovare un impianto simile nella storia della
cremazione, bisogna risalire al 1873, quando Lodovico Brunetti sperimentò un
apparato di cremazione basato sullo stesso principio (unica differenza: una
lamina di ferro al posto della griglia). La cremazione di un cadavere
richiedeva circa 6 ore[68]. Ma da allora, soprattutto in Germania, la
tecnologia della cremazione qualche passo avanti l'aveva fatto.

Se alla Risiera c'era proprio bisogno di un vero forno crematorio, bastava
inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato con nafta.

Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra
negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.

Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per tutti gli altri
olo-dilettanti.

Egli si chiede:

«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama "senza falsa modestia e
senza presunzione, il revisionismo storico in Italia" si prenda la briga di
pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un altro scritto di 103 pagine
corredato da ben 89 note al solo scopo di rispondere al phamphlet di un
oscuro dilettante»[
69],

come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a tacere
definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz.
Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-"negazionismo".
Con la replica alla "Risposta a Carlo Mattogno" di Francesco Rotondi,

2007[70].

La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di quanto si possa credere, per la verità) con questa gente?

Per il piacere di smascherare le loro imposture. E anche perché non mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine perché, dopo il defilamento degli storici, sono questi olo-dilettanti - i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i Rotondi, le Chiaie ecc. ecc. - che alimentano l'immagine parodistica del "negazionismo", e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro olo-spropositi.

Carlo Mattogno.
Agosto 2007.


Note

[1] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.

[2] Idem.

[3] In: http://www.politicaonline.net/percorsi/negazionismo.htm.

[4] Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989.

[5] Questo termine, insieme alle denominazioni di "casetta bianca" e
"casetta rossa", furono creati durante le indagini del giudice istruttore
Jan Sehn ad Auschwitz.

[6] Auschwitz. 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di
propaganda. Genesi, sviluppo e declino della menzogna propagandistica delle
camere a gas [Testo del 2005 riveduto, corretto e aggiornato], p. 28.

In: http://www.aaargh.com.mx/ital/archimatto/CMausch45.pdf. Gennaio 2007.

[7] F. Piper, Die Vernichtungsmethoden, in: W. Dlugoborski, F. Piper (a cura
di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums
Auschwitz-Birkenau, Oswiecim, 1999, vol. III, pp. 137-169.

[8] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.

[9] Cz. Ostankowicz, Isolierstation - "Letzter" Block, in: Hefte von
Auschwitz. Verlag des Staatliches Auschwitz-Museums, n. 16, 1978, pp.
175-176.

[10] Stärkebuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK (Archivio della
Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco -
memoriale nazionale, Varsavia), NTN, 92, p. 94.

[11] Leichenhallenbuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK, NTN, 92,
p. 140.

[12] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.

[13] In due soli registri appositi che si sono conservati e che coprono il
periodo dal 10 settembre 1942 al 23 febbraio 1944 sono riportate 11.246
operazioni chirurgiche. Henryk Swiebocki, Widerstand, in: Auschwitz
1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz, op. cit., vol. IV, p. 330.

[14] Dott. Prof. Michele Giua e dott. Clara Giua-Lollini, Dizionario di
chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino
1949, vol. II, p. 238.

[15] C. Mattogno, Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I Quaderni di
Auschwitz, 3. Effepi, Genova, 2004, pp. 5-16.

[16] M. Kula, il testimone fondamentale di D. Czech, l'11 giugno 1945
dichiarò al giudice istruttore Jan Sehn: «Secondo le mie informazioni, la
prima gasazione ebbe luogo la notte del 14-15 e il giorno del 15 agosto 1941
nei Bunker del Block 11. Ricordo con esattezza questa data, perché essa
coincise col primo anniversario del mio arrivo al campo, e perché allora
furono gasati i primi prigionieri di guerra russi». (C. Mattogno, Auschwitz:
la prima gasazione, op. cit., p. 84). Incurante di ciò, D. Czech invece fece
risalire il presunto evento al 3 settembre 1941!

[17] Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 143-144.

[18] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau, pubblicato in: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo
Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, n. 2, 1959; 3, 1960; 4, 1961; 6,1962; 7 e
8, 1964.

[19] Hefte von Auschwitz, 7, 1964, p. 91 e seguenti.

[20] G. Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au camp d'Auschwitz,
in: Le Monde Juif, ottobre-dicembre 1983, n.112, p. 147 e 153.

[21] AGK, NTN, 88, p. 46.

[22] C. Mattogno, Il numero dei morti ad Auschwitz. Vecchie e nuove
imposture. I quaderni di Auschwitz, n. 1. Effepi, Genova, 2004, p. 34.

[23] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 335.

[24] Idem, pp. 335-336.

[25] Auschwitz in den Augen der SS. Staatliches Museum Auschwitz-Birkenau,
1997, p. 164.

[26] Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire.
La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e
103-148.

[27] R. J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial.
Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002, p. 209.

[28] Edizioni di Ar, Padova, 2001.

[29] C. Mattogno, "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato,
op. cit., p. 135.

[30] Idem, p. 136.

[31] Idem, pp. 138-141.

[32] Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire,
op. cit., pp. 55-56.

[33] "Campo di sterminio" traduce il termine "Vernichtungslager", che non
appare in nessun documento tedesco, essendo una creazione della letteratura
antifascista tedesca.

[34] C. Mattogno, "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato, op.
cit., pp. 106-107.

[35] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942 con oggetto:"a)
Rüstungsarbeiten. b) Bombenschäden". Archivio Federale di Coblenza, NS
19/14, pp. 131-133.

[36] APMO (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau),
D-AuI-3a/283.

[37] GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca), 7121-108-32,
p. 97.

[38] Zofia Leszczynska, Transporty wiezniów do obozu na Majdanku (Trasporti
di detenuti al campo di Majdanek), in: Zeszyty Majdanka, IV,1969, pp.
206-207. Idem, Transporty i stany liczbowe obozu (Trasporti e forza
numerica), in: Tadeusz Mencel Ed., Majdanek 1941-1944. Wydawnictwo
Lubelskie, Lublin 1991, p. 117.

[39] http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.

[40] W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich. Piccola Biblioteca Einaudi,
Torino, 1969, p. 1475.

[41] Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations.
Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.

[42] Vedi il mio studio Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005,
p. 31 e documento 3 a p. 131.

[43] Adriana Chiaia trae questo termine da Shirer, che, secondo il ben noto
sproposito in auge nel dopoguerra, parla di «cristalli [!] di ciclon B».
W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1475.

[44] Negare la storia? Olocausto: la falsa "convergenza delle prove".
Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, p. 28.

[45] APMO, D-AuI-5/1-1801.

[46] Protocollo di Jan Sehn del 14 agosto 1945. Processo Höss, tomo 3, pp.
84-86.

[47] Camere a gas Verità o Menzogna? Intervista al Prof Faurisson. Storia
Illustrata, Agosto 1979, in:

http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.

[48] Idem.

[49] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1473.

[50] G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli
Ebrei d'Europa. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 183.

[51] Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss.
Einaudi, Torino, 1985, p. 188. Testo tedesco: Kommandant in Auschwitz.
Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. A cura di Martin Broszat.
Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1981, p. 171.

[52] Idem, p. 134. Testo tedesco, p. 130.

[53] Joseph Billig, La solution finale de la question juive. Edité par Serge
et Beate Klarsfeld, Parigi, 1977, p. 51.

Sul reale significato dei termini "Ausrottung" e "Vernichtung" nei discorsi
di Hitler vedi il mio studio già citato Negare la storia? Olocausto: la
falsa "convergenza delle prove", pp. 88-93.

[54] Enzo Collotti, La Germania nazista. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino,
1969, p. 169.

[55] Verlag-GMBH, Berlin-Grunewald, 1955.

[56] Europa-Verlag, Zürich-Stuttgart-Wien, 1961, fuori testo tra le pp. 132
e 148.

[57] A famous Holocaust Photo, in:
http://www.deathcamps.org/occupation/gunpoint.html.

[58] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1507, nota 58.

[59] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 122.

[60] Sui presunti stermini con "esalazioni di monossido di carbonio o dei
gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura
ermetica" rimando ai seguenti studi:

- C. Mattogno, Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini
archeologiche e nella storia. Effepi Edizioni, Genova, 2006. 191 pp., 18
documenti.

- C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?
Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 365 pp., 24 documenti, 11
fotografie.

- Pierre Marais, Les camions à gaz en question. Polémiques, Parigi, 1994.



[61] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.

[62] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.

[63] Mondadori, Milano, 1979.

[64] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in:
http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.

[65] F. Fölkel, La Risiera di San Sabba, op. cit., p. 31.

[66] Idem, p. 143.

[67] San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera.
ANED-Ricerche. Mondadori, Milano, 1988, vol. II, pp. 307-308.

[68] G.Pini, La crémation en Italie et à l'étranger de 1774 jusqu'à nos
jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire, Milano, 1885, p. 132.

[69] http://www.francorotondi.blogspot.com/

[70] http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.




9 settembre 2007

Mattogno interviene in difesa di Faurisson

 FAURISSON:

"UN VERO E PROPRIO INSULTO ALLA VERITA' STORICA"?

Di Carlo Mattogno (2007)





In uno scritto intitolato "Condanna dell'ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich. Vera e falsa critica del negazionismo"[1], Domenico Losurdo discute la seguente affermazione di Robert Faurisson:

«Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione».

Egli la commenta così:

«Per comprendere l'assurdità della presa di posizione di Faurisson, basta metterla a confronto con la descrizione che della guerra condotta dalla Germania nazista in Europa orientale fa un altro esponente di spicco del revisionismo storico, e cioè David Irving. Nonostante le sue reticenze e le sue piroette, questi non riesce a occultare l'essenziale: accenna ai «barbari massacri di ebrei sovietici» e riconosce che, pur «coperta da eufemismi sottili», l'«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di
età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l'effetto dell'alcool».

Rilevo anzitutto che Irving, nel libro evocato ma non citato da Losurdo, riguardo al presunto sterminio ebraico attuato dalla Germania nazionalsocialista nell'Europa orientale (e non solo orientale) non mostra "reticenze" né fa "piroette", ma dichiara esplicitamente:

«Presto gli ebrei del ghetto di Lodz e dei territori di Greiser vennero deportati ancora più a est, nel campo di Chelmno: fu uno spostamento che interessò 152.000 ebrei, e l'8 dicembre a Chelmno si cominciò a liquidarli»[2].

E ancora:

«A Kovno e a Riga gli ebrei furono fucilati poco dopo il loro arrivo [...]. Ma il programma di sterminio proseguiva ormai autonomamente»[3].

Dunque Irving non "occulta" proprio nulla, anche perché, contrariamente a quanto si pensa, egli non è uno storico revisionista. Nella fattispecie, egli fa infatti delle concessioni non documentate e conseguentemente inaccettabili.

Per quanto riguarda il presunto campo di sterminio di Chelmno (che si trovava a nord-ovest, non a est di Lodz), tutto si riduce a testimonianze contraddittorie (a cominciare dal primo e fondamentale rapporto, quello di una tale "Szlamek" di cui non si conosce con certezza neppure l'identità), senza il minimo documento e la minima prova materiale; anzi, gli scavi archeologici eseguiti dai Polacchi nell'area dell'ex campo alla fine degli anni Ottanta hanno in parte perfino smentito le testimonianze. Neppure la data di apertura del campo (l'8 dicembre 1941) è suffragata da un qualche documento[4].

Per quanto riguarda la fucilazione degli Ebrei occidentali a Riga «poco dopo il loro arrivo», il "Gesamtbericht vom 16. Oktober 1941 bis 31. Januar 1942", in un paragrafo  intitolato "Juden aus dem Reich" (Ebrei dal Reich) dice:

«Dal dicembre 1940 [recte: 1941] arrivarono trasporti ebraici dal Reich a brevi intervalli. 20.000 Ebrei furono diretti a Riga e 7.000 Ebrei a Minsk. I primi 10.000 Ebrei evacuati a Riga furono alloggiati parte in un campo di raccolta provvisorio, parte in un nuovo campo baracche costruito nei pressi di Riga. Gli altri trasporti sono stati insediati principalmente in una parte separata del ghetto di Riga» [5].

E una lettera del Reichskommissar Heinrich Lohse (che era a capo del Reichskommissariat Ostland) all'SS-Standartenführer Siegert del RSHA datata 21 luglio 1942, in relazione a un "campo di lavoro rieducativo" istituito in Lettonia, riferisce:

«Degli Ebrei evacuati dal Reich, attualmente  400 si trovano ancora al campo e vengono impiegati in lavori di trasporto e di sterro. I restanti Ebrei evacuati a Riga sono stati alloggiati altrove»[6].

Dunque Irving non fa altro che avallare la propaganda storiografica olocaustica.

«Tali ammissioni - presegue Losurdo - sono però gravemente indebolite dalla tesi secondo cui Hitler era forse all'oscuro di tutto! Eppure, è lo stesso Irving ad osservare che il Führer considerava «eccellente» e meritevole della più ampia diffusione il proclama con cui il generale W. von Reichenau chiariva ai suoi soldati un punto essenziale: occorreva esigere «un duro ma
giusto tributo dai subumani ebrei». La de-umanizzazione delle vittime, degradate a Untermenschen, apre le porte alla «soluzione finale». Se ridicole sono le contorsioni di Irving, un vero e proprio insulto alla verità storica e alla memoria delle vittime si può leggere nelle parole di
Faurisson».


Da ciò che ho esposto sopra è chiaro che Irving non fa "ammissioni", ma "asserzioni". Circa l'ignoranza di Hitler, che le indebolirebbe gravemente, Irving ha scritto:

«Non esiste alcuna prova documentata che Hitler fosse al corrente di cosa stesse accadendo agli ebrei»[7].

Se Losurdo è in possesso di questa prova documentata, la renda pubblica. Tutti gli storici gliene saranno grati. Egli invece oppone a Irving il fatto che Hitler considerava "eccellente" l'ordine del Generalfeldmarschall von Reichenau del 10 ottobre 1941, che menzionava la «subumanità ebraica» (jüdischen Untermenschentum)[8]. Quest'ordine, in via di principio, avrebbe anche potuto aprire la via ad uno sterminio sistematico (non certo alla "soluzione finale", Endlösung, termine che non si è mai riferito al presunto sterminio ebraico[9] e sul quale ritornerò successivamente), ma il problema è proprio questo: qui non si discute di presupposti ideologici o di intenzioni, ma di realtà.

Nel caso specifico, in riferimento all'attività degli Einsatzgruppen, nessuno nega che degli Ebrei siano stati fucilati all'Est; ciò che è discutibile, è il numero effettivo dei morti[10] e soprattutto la
motivazione delle uccisioni[11]. In altri termini: gli Ebrei orientali furono uccisi in quanto Ebrei? Vi fu un ordine governativo di sterminio degli Ebrei in quanto tali?

Faurisson, col suo motto citato sopra, risponde in generale appunto a questa domanda. Egli asserisce che Hitler non ha mai ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione, ossia un Ebreo in quanto Ebreo, un Russo in quanto Russo, un Polacco in quanto Polacco o un Cattolico in quanto Cattolico. In particolare, il motto in questione  è solo un altro modo di esporre il fatto ormai acclarato che non esiste un ordine di Hitler di sterminio degli Ebrei in quanto tali.

Losurdo gli contesta invece delle uccisioni che non erano evidentemente dettate da motivazioni razziali o religiose e che per di più Faurisson aveva esplicitamente menzionato nella frase immediatamente precedente:

«A volte, gli Ebrei sono stati giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e, soprattutto, per attività di guerriglia a favore degli Alleati, principalmente sul fronte russo, ma non per la semplice ragione che essi erano Ebrei»[12].

Questa precisazione (che è un altro modo di esporre il fatto ormai acclarato che non esiste un ordine di sterminio ebraico di Hitler) dimostra che la critica di Losurdo si rivolge contro un falso obiettivo. Egli infatti continua così:

«Ma perché popoli di antica civiltà possano essere ricondotti alla condizione di pellerossa (da espropriare e decimare) e di neri (da schiavizzare), «tutti i rappresentanti dell'intellettualità polacca» e russa - sottolinea il Führer - «devono essere annientati»; «ciò può suonare duro ma è pur sempre una legge della vita». Si spiega così la sorte riservata in Polonia al clero cattolico, in Urss ai quadri comunisti, in entrambi i casi agli ebrei, ben presenti tra i ceti intellettuali e
sospettati di ispirare e alimentare il bolscevismo. Come si vede, il negazionismo di Faurisson è un insulto alla memoria sì degli ebrei, ma anche dei polacchi, dei russi ecc: siamo in presenza di «razze» a cui la hitleriana «razza dei signori» è chiamata ad imporre, con modalità diverse,
un destino tragico».

È ovvio che «i rappresentanti dell'intellettualità polacca» o i commissari politici sovietici non dovevano essere annientati in quanto Polacchi o Russi, ma in quanto intellettuali e commissari, ossia in una logica di neocolonialismo, piuttosto che in una di sterminio razziale. Ciò risulta
inequivocabilmente dal seguito della citazione del discorso di Hitler del 19 luglio 1940 addotta Losurdo:

«Ancora una volta il Führer deve sottolineare che per i Polacchi ci può essere un solo signore e questo è il Tedesco; due signori uno accanto all'altro non possono e non devono esistere, perciò bisogna uccidere tutti i rappresentanti dell'intellettualità polacca. Ciò può suonare duro ma è pur
sempre una legge della vita.
Il Governatorato generale è una riserva polacca, un grosso campo di lavoro polacco. Anche i Polacchi ne traggono vantaggio, perché noi li manteniamo sani, provvediamo a che non muoiano di fame, ecc.; ma non dobbiamo mai elevarli ad un grado più alto, altrimenti diventerebberosoltanto anarchici e comunisti»[13].

Non si può dunque pretendere seriamente che queste parole possano confutare l'affermazione di Faurisson.

Per quanto riguarda il trattamento dell'intellettualità polacca, già nel 1940 nel Governatorato generale erano subentrate direttive diverse:

«È ovvio che nessun ufficio tedesco favorisce in alcun modo la vita "culturale" polacca. D'altra parte oggi non c'è più motivo di reprimere completamente una certa vita culturale polacca propria»[14].

I Tedeschi in Polonia attuarono una politica di persecuzione, non di sterminio dell'intellettualità locale. Le fucilazioni di 2.000 Polacchi  e alcune centinaia di Polacche eseguite nel marzo 1940 nel quadro della cosiddetta "Azione AB", che vengono presentate come «azione di sterminio contro l'intellettualità polacca»[15], riguardavano invece «funzionari  del movimento di resistenza polacco», come Hans Frank, il capo del Governatorato generale, scrisse nel suo cosiddetto "Diario"[16].

D'altra parte, come ha documentato Otward Müller,

«le cifre di 6 o 3 milioni [di Polacchi morti] sono esagerazioni propagandistiche diffuse in tutto il mondo per "giustificare" la politica di genocidio della Polonia nei confronti del popolo tedesco nel dopoguerra, cioè l'espulsione dei Tedeschi orientali con uccisioni in massa e annessione della Germania orientale. Le perdite effettive sono probabilmente nell'ordine di un decimo delle cifre addotte»[17].

Per quanto riguarda gli Ebrei, la questione è ancora più chiara. Il fatto che le uccisioni degli Einsatzgruppen all'Est non costituissero l'attuazione di un piano di sterminio degli Ebrei in quanto Ebrei risulta già dalla politica praticata dai Tedeschi nello stesso periodo a Ovest.

Come ha scritto Christopher R. Browning, «la politica ebraica dei nazisti nel resto dell'Europa non ne fu immediatamente trasformata. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro»[18].
E c'è bisogno di ricordare, nel quadro di questa politica, che l'emigrazione ebraica fu proibita «per la durata della guerra» il 23 ottobre 1941[19] e che l'ordine fu ripetuto il 3 gennaio 1942 «in considerazione della soluzione finale [Endlösung] della questione ebraica ormai imminente»?[20].

Questa "soluzione finale" e l'ordine summenzionato erano strettamente legati ai nuovi progetti delle SS, che furono riassunti così da Heydrich nel corso della famosa conferenza di Wannsee:

«Frattanto il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca [Himmler], in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell'Est, ha proibito l'emigrazione degli Ebrei. Al posto dell'emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione
(als weitere Lösungsmöglichkeit) con previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l'evacuazione degli Ebrei all'Est.
Tuttavia queste azioni devono essere considerate unicamente delle possibilità di ripiego (Ausweichmöglichkeiten), qui però vengono già raccolte quelle esperienze pratiche che sono di grande importanza in relazione alla futura soluzione finale della questione ebraica (die im
Hinblick auf die kommende Endlösung der Judenfrage von wichtiger Bedeutung sind)»[21].

Le «possibilità di ripiego» (che non potevano certo essere lo sterminio fisico!) e la «futura soluzione finale della questione ebraica» sono a loro volta da mettere in relazione con l'intenzione espressa da Hitler di risolvere la "questione ebraica" dopo la fine della guerra[22]. Al riguardo
nel paragrafo "Richtlinien für die Behandlung der Judenfrage" (Direttive per la trattazione della questione ebraica) della cosiddetta "Braune Mappe" (Cartella Bruna), redatta da Rosenberg il  20 giugno 1941 e successivamente incorporata nella cosiddetta "Grüne Mappe" (Cartella Verde) del settembre 1942, si legge:

«Tutte le misure riguardanti la questione ebraica nei territori orientali occupati saranno prese in base al presupposto che la questione ebraica dopo la guerra troverà una soluzione generale per tutta l'Europa [die Judenfrage nach dem Kriege für ganz Europa generell gelöst werden wird]. Esse devono essere pertanto considerate misure parziali preparatorie e devono essere in accordo con le decisioni  già prese in questo campo. D'altra parte le esperienze fatte nella trattazione della questione ebraica nei territori orientali occupati saranno orientative per la soluzione del problema complessivo, perché gli Ebrei di questi territori, insieme agli Ebrei del
Governatorato generale, costituiscono il contingente più numeroso dell'ebraismo europeo. Sono comunque da evitare misure vessatorie come indegne di un Tedesco»[23].

Nel paragrafo "Stato della popolazione", la "Braune Mappe" distingueva due categorie di Ebrei orientali:

«L'ebraismo nei singoli commissariati del Reich e all'interno di questi nei commissariati generali rappresenta una parte molto numerosa della popolazione totale, ma con grosse differenze. Ad esempio, in Rutenia Bianca e in Ucraina vivono milioni di Ebrei che vi risiedono da generazioni. Nei territori centrali dell'Unione Sovietica invece gli Ebrei sono immigrati in massima parte nell'epoca bolscevica. Un gruppo speciale è costituito dagli Ebrei sovietici (Sowjetjuden) penetrati in Polonia orientale, in Ucraina occidentale, in Rutenia Bianca occidentale, nei Paesi baltici, in Bessarabia e in Bucovina nel 1939-1940 al segueguito dell'Armata Rossa. Nei confronti di questi vari gruppi è in atto un trattamento parzialmente diverso.

Anzitutto bisogna eliminare (auszuscheiden) con duri provvedimenti - per quanto non siano fuggiti - gli Ebrei immigrati negli ultimi due anni nei nuovi territori occupati dai Sovietici. Poiché questo gruppo col suo terrore verso la popolazione ha attirato su di sé un odio intensissimo, alla loro eliminazione ha provveduto im massima parte la popolazione stessa già all'apparire
delle truppe tedesche. Tali misure di rappresaglia non devono essere impedite. La restante popolazione ebraica residente dev'essere anzitutto registrata con l'introduzione del dovere di iscrizione. Tutti gli Ebrei vengono contraddistinti con segni distintivi visibili (stelle ebraiche
gialle)»[24].

I "Sowjetjuden" dovevano essere fucilati o abbandonati alla furia della popolazione locale, mentre la «restante popolazione ebraica residente», nel complesso, doveva essere ghettizzata. Altri Ebrei orientali furono trattati in modo brutale e fucilati per motivi specifici. Ciò risulta esplicitamente fin dai primi rapporti degli Einsatzgruppen. Ecco un esempio:

«[Rutenia Bianca] A Gorodnia sono stati liquidati 165 terroristi ebrei e a Tschernigow 19 comunisti ebrei; altri 8 comunisti ebrei sono stati fucilati a Beresna.
Spesso si è sperimentato che le donne ebree manifestano un comportamento particolarmente ostile. Per questo motivo a Krugloje sono state fucilate 28 Ebree e 337 a Mogilew.

A Borissow sono stati giustiziati 331 sabotatori ebrei e 118 saccheggiatori ebrei. A Bobruisk sono stati fucilati 380 Ebrei che avevano svolto fin dall'inizio propaganda di odio e di atrocità contro le truppe di occupazione tedesche. A Tatarsk gli Ebrei hanno lasciato arbitrariamente il ghetto e sono ritornati nei vecchi quartieri, tentando di cacciare i Russi che nel frattempo vi si erano stati trasferiti. Tutti gli Ebrei maschi e tre donne ebree sono stati fucilati. Nel corso della istituzione di un ghetto a Sandrudubs gli Ebrei hanno opposto una parziale resistenza, perciò si dovettero fucilare  272 Ebrei ed Ebree. Tra di essi c'era un commissario politico. Anche a Mogilew gli Ebrei hanno tentato di sabotare il loro trasferimento nel ghetto. 113 Ebrei sono stati liquidati. Inoltre sono stati fucilati 4 Ebrei per renitenza al lavoro e 2 perché avevano maltrattato dei soldati tedeschi feriti e avevano loro messo addosso il segno distintivo prescritto. A Talka sono stati fucilati 222 Ebrei per propaganda antitedesca e 996 a Marina Gorka perché avevano sabotato le disposizioni emanate dalle autorità di occupazione tedesche. Altri 627 Ebrei sono stati fucilati a Schklow perché avevano partecipato ad atti di sabotaggio. A causa di un altissimo pericolo di epidemie, si è cominciata la liquidazione degli Ebrei alloggiati nel ghetto di Witebsk. Si tratta di circa 3.000 Ebrei»[25].


Questo trattamento diverso per le varie categorie di Ebrei, occidentali e orientali, residenti da generazioni all'Est e Sowietjuden, e in generale le fucilazioni di Ebrei con motivazione specifica (terrorismo, sabotaggio, saccheggio, rappresaglia, attività antitedesche, epidemie, ecc.) dimostrano che neppure all'Est esisteva una direttiva specifica di sterminio degli Ebrei in quanto Ebrei.

Losurdo scrive che le parole di Faurisson sono «un vero e proprio insulto alla verità storica»: prima di parlare di insulto, la verità storica bisognerebbe conoscerla un po' meglio.

Perciò, fino a prova documentata contraria, resta vero che

«giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione».


Agosto 2007
Carlo Mattogno.


NOTE:

[1] In: «L'Ernesto. Rivista comunista», 2007, pp. 82-85; anticipato in:
http://domenicolosurdopolemicalibertaricerca.blogspot.com/2007/05/la-condanna-dellebreicidio-non-pu.html
[2] D. Irving, La guerra di Hitler. Edizioni Settimo Sigillo. Roma, 2001, p.538.[3] Idem, p. 539 e 541.[4] Al riguardo devo rimandare al mio studio ancora inedito Il campo diChelmno tra storia e propaganda.[5] RGVA (Archivio russo di Stato della guerra, Mosca), 500-4-92, p. 64.Testo completo in: C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Vernichtungslager oderDurchganslager? Castle Hill Publishers, Hastings, Inghilterra, 2002, pp.286-287.[6] RGVA, 504-2-8, p. 192.[7] D. Irving, La guerra di Hitler, op. cit., p. 539.[8] Testo originale in:http://www.ns-archiv.de/krieg/untermenschen/faksimile/[9] Ancora il 10 febbraio 1942 il termine "Endlösung" designava sicuramenteil progetto Madagascar, come risulta inequivocabilmente dalla lettera diFranz Rademacher (capo della sezione ebraica del Ministero degli esteri) aldelegato Bielfeld. NG-5770.[10] Su questo punto la storiografia olocaustica ha conoscenze così certeche le sue valutazioni del numero delle vittime ebraiche dell'UnioneSovietica (attribuite in massima parte all'attività degli Einsatzgruppen)oscillano da 700.000 a 2.100.000. W. Benz, Dimension des Völkermords. DieZahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus, R. Oldenbourg Verlag,München, 1991. p. 16.[11] Vedi al riguardo: Treblinka. Vernichtungslager oder Durchganslager?,op. cit., cap. VII, "Die Rolle der Einsatzgruppen in den besetztenOstgebieten" (Il ruolo degli Einsatzgruppen nei territori orientalioccupati), pp. 253-289.[12] R. Faurisson, Vittorie revisioniste. Effepi, Genova, 2007, p. 12.[13] M. Domarus, Hitler. Reden 1932 bis 1945. Kommentiert von einemdeutschen Zeitgenossen. R. Löwit, Wiesbaden, 1973, vol. II, p. 1591.[14] "Direttive politiche" del Generalgouvernement für die besetztenpolnischen Gebiete senza data precisa, in: S. Piotrowski, Proces HansFranka. Wydawnictwo prawnicze, Varsavia, 1970, tomo II, p. 319.[15] Idem, p. 298.[16] Idem, p. 262.[17] O. Müller, Polish Population Losses during World War Two, in: "TheRevisionist", 1, 2005;http://vho.org/tr/2003/2/Mueller151-156.html[18] Christopher R. Browning, La décision concernant la solution finale,in : Colloque de l'École des Hautes Études en sciences sociales, «L'Allemagne nazie et le génocide juif ». Gallimard-Le Seuil, Paris 1985, p.198.[19] T-394 (Processo Eichmann).[20] J. Walk (Hrsg.), Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat. C.F.Müller Juristischer Verlag, Heidelberg-Karlsruhe, 1918, p. 361.[21] NG-2586-G, p. 5 dell'originale.[22] Già nell'agosto del 1940 Hitler aveva manifestato l'intenzione dievacuare tutti gli Ebrei dall'Europa dopo la fine della guerra. Memorandumdi Luther per Rademacher del 15 agosto 1940, in: Documents on German ForeignPolicy 1918-1945. London, Her Majesty's Stationery Office, 1957, Series D,Volume X, p. 484.[23] Richtlinien für die Führung der Wirtschaft in den neubesetztenOstgebieten (Grüne Mappe), Berlin September 1942. EC-347. IMG (Atti delprocesso di Norimberga, ed. tedesca), vol. XXXVI, p. 348.[24]Richtlinien für die Führung der Wirtschaft in den neubesetztenOstgebieten (Grüne Mappe), Berlin September 1942. EC-347 IMG, vol. XXXVI, p.348-349.[25] Tätigkeits- und Lagebericht Nr. 6 der Einsatzgruppen derSicherheitspolizei und des SD in der UdSSR (Berichtszeit vom 1. -31.10.1941). RGVA, 500-1-25/1, pp. 221-222.






26 luglio 2007

Cose che succedono...

Milizie Ebraiche:

Quindici anni (e piu') di Terrorismo in Francia



Una denuncia apparsa in Francia (giugno 1995) sotto la responsabilità del prof. R. Faurisson

Il mensile Le Choc du mois pubblicava, nel suo fascicolo del giugno 1991, uno studio intitolato: «Milizie ebraiche - Quindici anni di terrorismo», del seguente tenore: «Gruppo ebraico d'azione, Organizzazione ebraica di combattimento, Organizzazione ebraica di difesa Attivisti ebrei, sotto queste diverse sigle, da quindici anni non cessano di seminare il terrore nella più completa impunità. Provocazioni che non hanno altro fine che quello di provocare rappresaglie. Come se qualcuno volesse che la comunità ebraica si debba sentire minacciata».
Lo studio passa in rassegna, dal 19 giugno 1976 al 20 aprile 1991, cinquanta casi di aggressioni fisiche commesse da gruppi di ebrei organizzati. Non sono dunque menzionate le aggressioni fisiche, comunque assai rare, commesse da singoli ebrei.

Nei cinquanta casi passati in rassegna da Le Choc du mois, le vittime si contano a centinaia. Si sono riscontrati: omicidi, ferimenti seguiti da coma profondo, infermità permanenti, così come gravi postumi per ustioni da vetriolo, «compimento d'atti di barbarie», perdite di occhi, pestaggi in piena regola in presenza di guardie o agenti di polizia che si sono rifiutati d'intervenire, numerosi ricoveri ospedalieri, numerosi agguati -- di cui almeno uno con la complicità degli organi di stampa (il caso del quotidiano Libération). Queste aggressioni sono state per lo più taciute dai media o brevemente annotate. Alcune sono state approvate da pubblicazioni o da organizzazioni ebraiche che, in generale, dopo vaghe frasi di condanna, davano ad intendere che le vittime avevano meritato la loro sorte, che è «naturale e normale» e che non ci si deve attendere, per l'avvenire, nessuna indulgenza se mai di nuovo si suscitasse la «collera» degli ebrei.

Degno di nota è il fatto che, in compenso, non un solo ebreo è stato vittima di un solo attacco da parte di un solo gruppo cosiddetto «d'estrema destra» o «revisionista» (poiché, dopo tutto, la stampa ha fatto tutt'uno tra «revisionismo» ed «estrema destra», mentre il revisionismo storico è, in realtà, un fenomeno che interessa tutti i gruppi di pensiero, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per tutti i partiti, escluso quello comunista, senza contare gli apolitici (Paul Rassinier, fondatore del revisionismo storico in Francia, era socialista).
Tra gli attacchi e le aggressioni compiute da milizie od organizzazioni ebraiche, ci limiteremo a citare quelle di cui sono stati vittima, di volta in volta, François Duprat, un convegno del GRECE, Marc Fredriksen, Charles Bousquet, ancora Marc Fredriksen, Michel Caignet, Pierre Sidos, Olivier Mathieu, Pierre Guillaume, gli «Amici di Saint-Loup» e Robert Faurisson. Si potrebbero citare molti altri casi, dal 1976 (quando, il 2 novembre, lo stabile in cui abitava JeanMarie Le Pen fu interamente distrutto dopo essere stato lesionato su cinque piani da un attentato dinamitardo rivendicato da un «Gruppo della memoria ebraica») fino al 1991 (quando, il 2 aprile, Fabrice Benichou, strillone di un giornale di Jean-Edern Hallier, morì nella sua casa dopo essere stato brutalmente pestato nel quartiere ebraico del Sentier a Parigi).

François Duprat

Membro della direzione del Fronte Nazionale, autore e diffusore di scritti revisionisti, F.è stato ucciso il 18 marzo 1978 nella sua auto dall'esplosione di un sofisticato ordigno. Sua moglie è rimasta gravemente ferita. L'attentato è stato rivendicato da un «Commando della Memoria». Patrice Chairoff aveva pubblicato, nel Dossier neo-nazismo (Ramsay, 1977), d'accordo con Serge e Beate Klarsfeld, il nome e l'indirizzo di F.insieme a quello di numerose altre persone sospettate di fascismo, neo-nazismo o revisionismo (Le Monde, 23 marzo 1978, p. 26 aprile 1978, p.-9).

Nel Le Droit de vivre, organo della Lega contro il razzismo e l'antisemitismo (LICA, divenuta in seguito LICRA), Jean Pierre-Bloch, direttore di quest'organo e di questa pubblicazione, commenta l'assassinio di F.senza neanche un accenno alla sorte della signora Duprat. Il suo commento riflette una mentalità cabalistica: J.-Pierre-Bloch finge di condannare un crimine «inqualificabile» ma, per lui, questo crimine è dovuto al fatto che -- a sentir lui -- fra il 1977 e il 1978 in Francia si sarebbe instaurato un clima di «anarchia» e il «regno dei regolamenti di conti politici»; inoltre, in quegli stessi anni «appelli criminali vengono lanciati contro gli immigrati, gli ebrei o gli zingari». Si sarà notato che J.-Pierre-Bloch mette qui a confronto delle incontestabili azioni criminali con degli «appelli criminali» di cui non indica né il tenore, né le reali conseguenze. Ancor più rivelatore è il seguente passaggio della sua dichiarazione: «si, è vero: noi siamo pronti a batterci e a morire per permettere ai nostri avversari di dire ciò che pensano in tutta libertà, a meno che non facciano apologia di reato o non alimentino l'odio razziale». Collocate nel contesto di un preciso assassinio, queste parole costituiscono un avvertimento verso coloro che potrebbero risultare sgraditi agli ebrei seguendo l'esempio di F. (Le Monde, 7/8 maggio 1978).

D'altronde, qualche mese più tardi, J.-Pierre-Bloch, descrivendo il professor Faurisson come un emulo di Louis Darquier de Pellepoix, già commissario generale agli Affari ebraici nel Governo di Vichy, annunciava: «Darquier sarà estradato. Coloro che ricalcano le sue orme non vivranno a lungo. Presto o tardi troveranno gli antirazzisti sulla loro strada» (Le Droit de vivre, dicembre 1978, p.-23). La LICRA è stata fondata nel 1927 da Bernard Lecache, con il nome di «Lega contro i pogrom», per difendere un ebreo russo che, l'anno precedente, aveva assassinato a Parigi il generale ucraino Simon Petlioura. Il baccano fatto in favore dell'assassino condurrà alla sua assoluzione; lo stesso genere di baccano doveva più tardi condurre ad altre assoluzioni di assassini (per esempio, il 5 maggio 1976, l'assoluzione dell'assassino Pierre Goldman).

In una cronaca di Le Monde il giornalista Pierre Viansson-Ponté s'abbandonerà ad una operazione puramente delatoria nei confronti di un opuscolo revisionista inglese che era stato diffuso in Francia da F. in questa cronaca non faceva alcun riferimento all'assassinio di F. («Le mensonge - seguito», Le Monde, 3/4 settembre 1978, p.-9).

Un convegno del GRECE

Il 9 dicembre 1979, il XIV convegno nazionale del GRECE (Gruppo studi e ricerche sulla civilizzazione europea) viene attaccato da un centinaio di individui muniti di caschi che saccheggiano gli stands dei libri. Questi individui sfoggiavano degli strisconi con il nome dell' «Organizzazione ebraica di difesa» (OJD); una quindicina di partecipanti rimangono feriti, uno di loro perderà un occhio. Diversi assalitori sono arrestati dalla polizia, ma la sera stessa vengono rilasciati per l'intervento di Jean-Pierre Pierre Bloch, figlio di J.-Pierre-Bloch e amico di Jacques Chirac. Jean-Pierre Pierre-Bloch è stato, e sarà in seguito, implicato in altre aggressioni o in altri interventi in favore di identici aggressori.

Marc Fredriksen

Il 19 settembre 1980, un commando dell' «Organizzazione ebraica di difesa» (OJD) attacca al Palazzo di giustizia di Parigi simpatizzanti di Marc Fredriksen, responsabile della FANE (Federazione d'azione nazionalista ed europea). Si contano sei feriti, di cui due gravi. In questa come in tutte le altre circostanze identiche, le guardie del Palazzo di giustizia, pur incaricate di mantenere l'ordine, in pratica lasciano agire le milizie ebraiche più o meno liberamente. Quanto a Jean Pierre-Bloch, questi dichiarerà: «La legge del taglione potrebbe tornare [] Se uno solo dei nostri viene toccato, noi applicheremo la formula "occhio per occhio, dente per dente" [] Se bisogna organizzarsi militarmente, lo faremo» (Le Monde, 1 ottobre 1980). La formula «Se uno solo dei nostri viene toccato» significa che nei fatti mai un solo ebreo è stato toccato. Ciò che era vero nel 1980 lo resta nel 1995. Nel quadro della loro lotta contro i nazionalisti o i revisionisti, gli ebrei toccano, feriscono o uccidono ma non sono né toccati, né feriti, né uccisi; se ciò fosse accaduto, i media di tutto il mondo avrebbero pubblicato con tutta evidenza le didascalie delle fotografie (non sospette) che avrebbero attestato lo stato delle vittime: ebrei accecati, con la faccia sfigurata dal vetriolo, in coma, dilaniati, ospedalizzati, portati all'obitorio, etc. Qualcuno riesce a immaginare come e quanto sarebbero stati sfruttati questi orrori nei cinque continenti?

Charles Bousquet - Marc Fredriksen

Il 3 ottobre 1980, a Parigi, un attentato contro la sinagoga di rue Copernic causa quattro morti e ventisette feriti. I quattro morti sono semplici passanti; tra questi si trova un' israeliana la cui presenza non è mai stata chiarita. Il giorno stesso, Christian Bonnet, ministro degli Interni, riceve informazioni che gli permettono di identificare nella circostanza un attentato palestinese, ma, sotto la pressione delle organizzazioni ebraiche e d'intesa con la grande stampa, lascia credere ad un'azione dell'estrema destra. Si saprà poi che l'attentato è stato effettivamente compiuto da un palestinese venuto da Cipro. La sera stessa dell'attentato, i locali della FANE sono devastati e la Librairie française, in rue de l'AbbéGrégoire, è fatta oggetto di un nuovo tentativo d'incendio. Questa libreria, di proprietà di Jean-Gilles Malliarakis, subirà in pochi anni più di dieci attacchi o attentati. La sede dell'_uvre française di Pierre Sidos viene mitragliata. Scene di linciaggio si svolgono a Parigi dove gruppi di manifestanti ebrei se la prendono con giovani passanti isolati, purché alti, biondi e con i capelli corti (Le Monde, 9 ottobre 1980, p.-12).

Il 7 ottobre, a Neuilly, Charles Bousquet, 84 anni, è attaccato e vetrioleggiato in casa sua da un gruppo di sconosciuti che lo avevano verosimilmente confuso con il militante nazionalista Pierre Bousquet (fra i due non esiste alcun rapporto). Dovrà essere ricoverato per un mese all'ospedale Foch nel reparto grandi ustionati, e riporterà postumi delle ferite. Bousquet rinuncia a sporgere denuncia perché suo figlio Pierre, professore di Storia all'Università Paris-IV, gli chiede di farlo «a causa degli israeliti»: «Quelli che l'hanno fatto sono a Gerusalemme o a Tel-Aviv. Sarà tutto inutile. Voglio dimenticare» (intervista concessa a R.il 2 maggio 1984).

Il 12 ottobre 1980, Marc Fredriksen viene pestato e ricoverato, in gravi condizioni, all'ospedale di Rambouillet. In sua assenza il suo appartamento viene devastato. In terapia a Berk-sur-Mer per fratture multiple, rischia di subire una nuova aggressione: tre giovani si presentano e domandano di vederlo; la loro descrizione corrisponde a quella del gruppo Aziza che, pochi mesi dopo, colpirà col vetriolo un ragazzo di 26 anni, Michel Caignet (vedere sotto).
Il 20 ottobre, lo scrittore André Figueras è attaccato nella sua casa.

Michel Caignet

Il 29 gennaio 1981 lo studente Michel (Miguel) Caignet, 26 anni, che sta preparando un dottorato di linguistica anglo-tedesca, lascia la sua abitazione di Courbevoie per recarsi all'Università quando quattro individui lo affrontano, lo gettano a terra e lo immobilizzano: uno gli cosparge di vetriolo il volto e la mano destra.

M.era stato nel FANE ed era revisionista. Era stato denunciato dal settimanale VSD. In seguito all'azione devastante del vetriolo il suo volto è diventato così orribile che soltanto due giornali hanno osato pubblicarne la fotografia. L'autore principale dell'aggressione, Yves Aziza, studente di medicina, figlio di Charles Aziza (aiuto farmacista a Montreuil), è stato individuato dalla polizia subito dopo l'attentato, ma la polizia e la giustizia francesi, in condizioni scandalose delle quali sono conosciuti anche i dettagli, hanno lasciato a Y.tutto il tempo di fuggire verso la Germania e di qui verso Israele. Al ministero della Giustizia, un certo Main, appartenente alla direzione degli Affari criminali (direttore Raoul Béteille), glissa con tono sarcastico su tutte le domande relative al notevole ritardo (quattordici giorni) nell'apertura di un'inchiesta giudiziaria. Fra i corrispondenti di Y.-Aziza, si scopre il nome di Daniel Ziskind, figlio di Michèle Ziskind, sorella di Jean-Pierre Pierre-Bloch, lui stesso figlio di Jean Pierre-Bloch.

Pierre Sidos

Il 18 settembre 1981, duecento membri dell" «Organizzazione ebraica di combattimento» (OJC) dettano legge al Palazzo di giustizia di Parigi dove si tiene il processo per diffamazione intentato da Pierre Sidos, presidente dell'_uvre française, contro Jean Pierre-Bloch. Gli ebrei, come al solito, si dedicano al pestaggio di diversi spettatori.

Il 25 novembre, i locali della libreria Etudes et documentations sono incendiati da un commando.

L'8 maggio 1988, in piazza Saint-Augustin a Parigi, commandos della OJC attaccano a sprangate i militanti dell'_uvre française che partecipano al tradizionale corteo in onore di Giovanna d'Arco; fanno una quindicina di feriti, di cui due molto gravi. Quattro aggrediti devono essere ricoverati in ospedale; un settantenne rimarrà in coma per diverse settimane. Dieci membri dell'OJC sono interrogati dalla polizia. La sera stessa, Jean-Pierre Pierre-Bloch interviene in loro favore presso la polizia giudiziaria. Alcuni procedimenti penali sono intentati nei confronti di qualche aggressore: vengono abbandonati con la seguente motivazione del giudice istruttore: «Istruttoria inopportuna». Altri aggressori sono processati non senza che pressioni venute dal più alto livello politico siano state esercitate sulla Procura della Repubblica. In totale, solo tre aggressori saranno giudicati e condannati a due anni di prigione con il beneficio della condizionale!

Olivier Mathieu

Il 6 febbraio 1990, milioni di telespettatori hanno potuto assistere all'aggressione commessa sulla persona di Olivier Mathieu durante una trasmissione condotta da Christophe Dechavanne. Jean-Pierre Pierre-Bloch è in platea con un gruppo di militanti dell'OJC. Mathieu ha giusto il tempo di gettare un grido: «Faurisson ha ragione!». Una decina di energumeni lo picchiano insieme alla sua fidanzata e a Marc Botrel. E` presente un esponente di spicco delle milizie ebraiche: Moshe Cohen, vecchio tenente dell'esercito israeliano, all'epoca responsabile del Tagar, vale a dire l'organizzazione studentesca del Betar (59, boulevard de Strasbourg, Paris Xème). Le aggressioni continuano fuori della platea e fin nella strada. Uno degli aggressori sarà interrogato dalla polizia e rilasciato qualche ora più tardi per l'intervento di JeanPierre Pierre-Bloch.

Pierre Guillaume

Pierre Guillaume, di estrema sinistra, è il responsabile della casa editrice La Vieille Taupe, che ha pubblicato opere revisioniste di svariati autori e, in particolare, del professor Faurisson. Guillaume è stato vittima di numerose aggressioni, sia contro la sua persona -- alla Sorbona, nella sua libreria di rue d'Ulm, al Palazzo di giustizia di Parigi (dove gli agenti in servizio non sono intervenuti) -- sia contro i suoi beni (depositi di libri, materiale video e librario). Nel 1991, gruppi di manifestanti, principalmente ebrei, hanno regolarmente assediato la sua libreria in rue d'Ulm ed hanno finito per ottenerne la chiusura nel 1992 dopo numerose violenze (rottura di vetrine, imbrattamento dei locali, tentativi d'incendio, intimidazioni fisiche ed altro).

Gli «Amici di Saint-Loup»

Il 20 aprile 1991, alla «Maison des Mines», a Parigi, una cinquantina di individui definitisi appartenenti al Gruppo d'azione ebraica (GAJ), armati di spranghe di ferro e di mazze da baseball, attaccano in occasione di un incontro organizzato in onore dello scrittore Saint-Loup (Marc Augier). Si contano tredici feriti, in maggior parte persone anziane, di cui due gravi. Juliette Cavalié, 67 anni, trasportata all'ospedale Beaujon, rimarrà in coma per circa tre mesi; dopo aver ripreso conoscenza, sarà condannata per il resto dei suoi giorni a non poter più mangiare da sola, né a camminare. Il giornalista Alain Léauthier, di Libération, parente del deputato socialista e massimalista ebreo Julien Dray, ha assistito, passo dopo passo, ai preparativi e alla perpetrazione dell'attacco. Ne fornisce un rendiconto ironico e soddisfatto («Un commando sionista si invita a un meeting neonazista», Libération, 22 aprile 1991, p.-28).

Robert Faurisson

Il professor Faurisson è stato vittima di dieci aggressioni fisiche tra il 20 novembre 1978 e il 31 maggio 1993 (due a Lione, due a Vichy, due a Stoccolma e quattro a Parigi). Sette di queste aggressioni sono dovute ad organizzazioni o a milizie ebraiche francesi (due a Lione, una a Vichy, una a Stoccolma da parte di ebrei francesi venuti in aereo da Parigi ed unitisi a ebrei svedesi, una alla Sorbona ed una al Palazzo di giustizia di Parigi).

La prima di queste sette aggressioni ha avuto luogo il 20 novembre 1978: è stata annunciata su Libération-Lyon dal giornalista ebreo Bernard Schalscha, che ha indicato il giorno, il luogo e l'ora del corso tenuto dal professore. Membri dell'Unione degli studenti ebrei venuti in treno da Parigi, in prima classe, attaccano il professore all'Università; il dottor Marc Aron, cardiologo, presidente del comitato di coordinamento delle istituzioni e delle organizzazioni ebraiche di Lione, è presente sulla scena.

La seconda aggressione ha avuto luogo quando il professore, qualche settimana più tardi, ha tentato di riprendere i suoi corsi; quel giorno il dottor Marc Aron era di nuovo presente all'università.

Il 12 settembre 1987, alla Sorbona, membri di una milizia ebraica hanno attaccato Henry Chauveau (ferito gravemente), Michel Sergent, Pierre Guillaume e Freddy Storer (belga), nonché il professor Faurisson, ferendo tutti. Le guardie della Sorbona hanno arrestato uno degli aggressori, ma un responsabile della polizia, in borghese, ha fatto rilasciare l'aggressore ed ha espulso con violenza il professore dall'aula dell'università. Ricordiamo che R.aveva insegnato alla Sorbona.

Il 16 settembre 1989, R.è stato vittima di un'imboscata vicino a casa sua, in un parco di Vichy, da un gruppo di tre giovani: senza l'intervento di un passante, sarebbe stato finito a calci in testa. Ferito, ha dovuto subire una lunga operazione chirurgica; l'inchiesta della polizia giudiziaria confermerà che l'aggressione era imputabile a «giovani attivisti ebraici parigini». La sera dell'aggressione, R.aveva notato con sorpresa la presenza, in prossimità del parco, di un certo Nicolas Ullman (nato nel 1963); il 12 giugno 1987, quest'ultimo aveva violentemente colpito il professore allo Sporting-Club di Vichy. Alla polizia giudiziaria, N.-Ullman, interrogato sulle ragioni della sua presenza nei luoghi sopraddetti, forniva risposte vaghe e contraddittorie; inoltre, pretendeva di aver partecipato, lo stesso giorno dell'aggressione, ad un «ballo mascherato» che avrebbe avuto luogo a Parigi -- di qui l'evidente impossibilità per chiunque, se non per il suo amico e ospite, di confermarne per quel giorno la presenza a Parigi. Si deve notare che il giudice istruttore di Cusset (vicino Vichy), Jocelyne Rubantel, non ha mai convocato il professore per ascoltarlo: lo ha ricevuto nel suo ufficio come un criminale, solo per informarlo che avrebbe chiesto un non luogo a procedere, che infatti ha finito per ottenere. Non c'è stata alcuna perquisizione alla sede del Betar-Tagar a Parigi. Una tale perquisizione avrebbe provocato troppa «collera» nella comunità ebraica.

Il 16 ottobre 1989, giusto un mese dopo l'attentato di Vichy, una bomba esplode, devastandoli, davanti ai locali del periodico Le Choc du mois di Parigi. L'attentato è rivendicato dall'OJC e da gruppi di estrema sinistra. Eric Letty, che aveva dedicato un articolo al caso del professor Faurisson, sarebbe stato ucciso dalla bomba se non avesse, per miracolo, scoperto in tempo l'imminenza dell'esplosione.

Ci manca lo spazio per elencare qui tutte le altre aggressioni di cui il professore è stato bersaglio.

Altri casi

Si potrebbero citare molti altri casi di attacchi o di aggressioni in gruppo perpetrati da ebrei: bisognerebbe prendere in considerazione, oltre ai casi elencati nell'articolo di Le Choc du mois per gli anni 1976-1991, quelli non citati e, infine, quelli avvenuti dopo il 1992.

Ripetiamo: il totale delle vittime ammonta a diverse centinaia mentre, per contro, non un solo ebreo è mai stato bersaglio di attacchi fisici concertati.

Il 14 gennaio 1988, a Lione, il professor Jean-Claude Allard è stato ricoverato in ospedale dopo l'attacco di un gruppo rivendicato dall'OJC che gli aveva teso un'imboscata nel parcheggio dell'università di Lyon-III; nel giugno 1985, egli aveva presieduto la commissione esaminatrice della tesi del revisionista Henri Roques su «Le confessioni di Kurt Gerstein» (la discussione della quale è stata annullata, fatto senza precedenti negli annali dell'Università francese, sotto la pressione degli ebrei «in collera»).

Il 13 aprile 1994, durante l'interruzione di una seduta del processo agli «hooligans del Parco dei Principi» (di cui almeno uno appartenente alla comunità ebraica), miliziani ebrei armati si abbandonano a nuove violenze; tuttavia questi hooligans avevano fatto vittime tra la polizia e non tra degli ebrei. I miliziani si erano introdotti nel Palazzo di giustizia con armi e spranghe di ferro. «Dettaglio interessante: non è stata decisa alcuna inchiesta per chiarire questa vicenda ed il solo arresto compiuto è stato nei confronti di uno dei "militanti nazionalisti" aggrediti e che aveva osato difendersi» («Le milizie ebraiche dettano legge», Le Libre Journal, 27 aprile 1994, p. vedere anche «Il Betar detta legge al Palazzo di Giustizia», Rivarol, 22 aprile 1994, p.-5).

Il 28 aprile 1994, il tedesco Ludwig Watzal, invitato ufficiale dell'Università di Nanterre, è colpito da membri di organizzazioni ebraiche o di sinistra.

Numerosi sono i saccheggi di librerie: oltre ai casi di Bleu-Blanc-Rouge, di Ogmios, della Libreria francese, della Libreria della Vieille Taupe, si possono contare quelli della Libreria Gregori e della Joyeuse Garde (in quest'ultimo caso, rottura di vetrine, colla per bloccare la saracinesca, escrementi, etc.). Uffici, immobili, una chiesa (Saint-Nicolas-du-Chardonnet, a Parigi, il 21 dicembre 1978), alcune esposizioni, un deposito di libri -- sono stati tutti bersaglio di attentati rivendicati dalle organizzazioni ebraiche.

Il luogo più pericoloso di Francia:
il Palazzo di giustizia di Parigi e le sue vicinanze


La città più pericolosa, per le vittime designate di queste milizie, è Parigi. E, a Parigi, uno dei distretti più pericolosi è il primo distretto. Qui, il punto più pericoloso è il Palazzo di giustizia e le sue immediate vicinanze. Tuttavia questo luogo è sotto particolare sorveglianza di polizia perché il Palazzo ha un suo proprio «presidio» dotato di centinaia di guardie armate, dal momento che di fianco al Palazzo si trova il «Quai des Orfèvres», sede della polizia giudiziaria. Ma proprio guardie e polizia, durante questi ultimi anni, lasciano che vengano perpetrate numerose violenze, in particolare contro i revisionisti convocati in tribunale o venuti ad assistere ai processi.

Quando una milizia ebraica decide di fare irruzione al Palazzo, lo scenario è invariabilmente il seguente: i sicari, il cui comportamento ne tradisce le bellicose intenzioni, non sono in alcun modo tenuti lontani dalle guardie dalle vittime designate; nessun ufficiale delle guardie tenta di prendere contatto con i capi di queste squadre d'assalto per notificargli che nessuna violenza sarà tollerata; si lascia che gli assalitori insultino, provochino e poi colpiscano; alcune guardie si sforzano di proteggere le vittime; se un militante si segnala per qualche atto eclatante di violenza, tre guardie lo portano via precipitosamente, poi lo liberano; le vittime, sulle quali piovono i colpi, non possono far fermare i bruti, ne conoscere la loro identità. Una volta che la milizia ha fatto il suo lavoro e che si eclissa, le guardie si dirigono verso le vittime peste o sanguinanti e simulano un comportamento da tate in lacrime.

Il 9 maggio 1995, un processo al professor Faurisson si è svolto senza la presenza delle suddette milizie. Niente di sorprendente in questo, poiché l'avvocato Jean-Serge Lorach, rappresentante delle associazioni delle parti civili, dichiarava nella sua arringa di aver chiesto ai «sopravvissuti» (e ai giornalisti) di non venire ad assistere al processo. Ma, nei fatti, il responsabile del Betar-Tagar, Moshe Cohen in persona, era presente con qualche complice davanti alla XVII camera correzionale. Poi, all'uscita del Palazzo di giustizia, sorvegliava con altri quattro uomini, di cui uno munito di telefonino, il professor Faurisson, il suo avvocato e le persone che li accompagnavano. Questa squadra aveva a disposizione un'auto «civetta» (una R19 targata 356 JEK 75) accostata sul marciapiede della grande cancellata del Palazzo (in posizione di partenza). Moshe Cohen, l'uomo di tutti i bassi traffici del Betar-Tagar, era dunque là con l'autorizzazione del commissario del primo distretto di Parigi, Robert Baujard, e con il consenso del colonnello Roger Renault, comandante delle guardie del Palazzo, le quali avevano per consegna di rispondere ai curiosi che quella vettura apparteneva «alla polizia».

Collusioni tra il ministero degli Interni e le milizie ebraiche

La signora Françoise Castro e suo marito, Laurent Fabius, sono entrambi ebrei. Nel 1986, all'epoca in cui L.era primo ministro di Francia, F.ha rivelato che il ministero degli Interni e le milizie ebraiche lavoravano in piena intesa. Ha dichiarato: «Straordinaria novità nel comportamento politico, la sinistra ha permesso a milizie ebraiche di installarsi in alcuni quartieri di Parigi, come anche di Tolosa, Marsiglia e Strasburgo [e di avere] contatti regolari con il ministero degli Interni» (Le Monde, 7 marzo 1986, p.-8).

Per una sorta di consenso generale sembra convenuto che in Francia gli ebrei debbano essere trattati come una minoranza privilegiata, di cui si deve perdonare la «collera» (questa parola ritorna in maniera tormentosa nella stampa). Le loro milizie sono le sole in Francia a beneficiare del diritto di essere armate (il 14 ottobre 1986 il giornale Libération pubblicava a p.la fotografia di un ebreo armato di una pistola mitragliatrice sul tetto di un immobile in rue de Nazareth). La polizia giudiziaria francese è paralizzata nelle sue inchieste sui crimini commessi da queste milizie («i giovani attivisti ebrei parigini», come si è arrivato pudicamente a definirli).

In Francia, queste milizie godono di una garanzia d'immunità almeno parziale. Il peggio che i suoi membri possano temere è di rimanere per qualche tempo in esilio in Germania o in Israele.

Gli apologeti della violenza ebraica

Simone Veil, già segretario generale del Consiglio superiore della magistratura ed ex ministro, rappresenta l'esempio stesso di quegli esponenti della comunità ebraica francese che incitano all'assassinio. Nel 1985 ha dichiarato a proposito di Klaus Barbie: «Guardate, molto sinceramente penso che non sarei stata scioccata da un'esecuzione sommaria [di Klaus Barbie]» (Le Monde, 24 dicembre 1985, p.-14). E` stata recidiva il 22 aprile 1992 durante una trasmissione del secondo canale televisivo consacrato a «Vichy, la memoria e l'oblio», dove ha dichiarato, a proposito del processo Touvier del quale era rimasta delusa (malgrado la condanna all'ergastolo di un ottuagenario malato di cancro): «Se si voleva un processo nel quale si parlasse veramente delle cose, e che non finisse come il processo Touvier, allora, ci sarebbe voluto in fondo che qualcuno, come me per esempio, in un momento qualsiasi assassinasse freddamente qualcuno». Questo assassino sarebbe allora stato in grado, secondo S.-Veil, di spiegare pubblicamente le ragioni del suo atto. S.è stata recidiva una seconda volta in occasione dell'omicidio di René Bousquet, compiuto da un illuminato inebriato dagli appelli alla vendetta che si moltiplicavano su tutta la stampa francese e negli ambienti ebraici, allorché ha dichiarato: «D'altronde, se ne avessi avuto il coraggio, sarei andata io stessa ad ucciderlo» (Globe Hebdo, 11-17 maggio 1994, p.-21).

Il 14 dicembre 1992, sulle onde di una radio americana, si è potuto ascoltare il professor Pierre Vidal-Naquet dichiarare in inglese: «Io odio Faurisson. Se potessi lo ucciderei personalmente».

Lunga sarebbe la lista delle dichiarazioni incendiarie dei responsabili ebrei francesi che si appellavano alla violenza fisica. L'assassinio politico è una pratica che non ripugna affatto gli ebrei. Si può leggere, sul soggetto, la recente opera di Nachman Ben-Yehuda, Political Assassination by Jews. A Rhetorical Device for Justice (New York, State University of New York Press, 1993, XXII+527 pagg.). E` conosciuto il considerevole ruolo giocato dagli ebrei nella Rivoluzione bolscevica: Lenin e Trotsky altro non essendo se non i due ebrei più sanguinari della polizia politica dei bolscevichi. In Francia, l'inno dei partigiani è stato scritto da due ebrei, Joseph Kessel (1898-1979) e Maurice Druon, entrambi divenuti poi membri dell'Accademia Francese; il ritornello di quest'inno è ben noto: «Ohe! Assassini con la pistola o con il coltello-/ Uccidete velocemente!».

Il caso dei coniugi Klarsfeld

Nel suo Lettera a un kepi bianco (Robert Laffont, 1975), Bernard Clavel scrive: «La guerra avvelena lapace. Guardate questa tedesca, Beate Klarsfeld, che passa la sua vita nell'odio, che non vive se non per la vendetta» (p.-93).

In seguito all'incriminazione di Kurt Lischka, a Colonia, il 24 luglio 1978 Serge Klarsfeld dichiarava, nel corso di una conferenza tenuta a Parigi: «Noi non cerchiamo la vendetta. Se tale fosse il nostro fine, ci sarebbe stato facile abbattere tutti i criminali nazisti di cui si fosse trovata traccia». Alla domanda: «E se il tribunale di Colonia rifiutasse di processare Lischka?», Serge Klarsfeld rispondeva: «Avrebbe in qualche modo firmato la sua condanna a morte» (Le Monde, 26 luglio 1978, p.-4).

Nel 1982, i Klarsfeld lodavano i servigi di un sicario, un socialista boliviano di origine indiana e di nome Juan Carlos, per uccidere Klaus Barbie (Life, febbraio 1985, p.-65), ma l'operazione doveva fallire.

Nel 1986, Beate Klarsfeld si abbandona a rivelazioni su di un giornale americano: «[Racconta] come lei abbia dato la caccia ad almeno tre vecchi nazisti fino a che essi non sono morti o si sono suicidati; come abbia organizzato tentativi di rapirne altri; come abbia fatto ricorso a trucchi per ottenere dalla stampa grossi titoli che permettessero di trascinare in tribunale persone convinte che il mondo si fosse dimenticato di loro e di rovinare la loro carriera [] di come abbia schiaffeggiato in pubblico il cancelliere [tedesco] Kurt Kiesinger nel 1968 []. Una volta, con altri amici, aveva deciso di rapire Kurt Lischka» ma la vettura prevista sfortunatamente aveva due soli sportelli invece che quattro. Quanto a Ernst Ehlers «tormentato dalle manifestazioni che i Klarsfeld organizzavano davanti alla sua casa, prima si è dimesso dalla sua carica [di giudice] poi si è suicidato». I Klarsfeld avevano trovato traccia di Walter Rauff in Cile: manifestarono davanti alla sua casa e ruppero le sue finestre. L'uomo «morì qualche mese più tardi. Ero felice perché questa gente, vivendo per cosi tanto tempo, rappresentava un'offesa alle loro vittime [] Mio marito ed io non siamo dei fanatici [] Un giorno, mio marito ha messo una pistola alle tempie di Rauff solo per mostrargli che noi potevamo ucciderlo, ma non ha premuto il grilletto» (The Chicago Tribune, 2 giugno 1986).

Nel 1988 S.dichiarava: «Nessuno si è mai veramente mobilitato contro Le Pen. Si sarebbe dovuto affrontarlo per [] fargli portare all'estremo le sue posizioni» (Le Soir, Bruxelles, ed in seguito Rivarol, 1 giugno 1988, p.-5).

Nel 1990, in occasione dell'assemblea dell'Unione degli studenti ebrei di Francia tenutasi a Lione dove aveva insegnato il professor Faurisson, S.dichiarava agli studenti: «Nella vostra vita di ebrei, passate all'azione per difendere la memoria, per difendere lo Stato ebraico» (Le Progrès de Lyon, 2 novembre 1990, p.-6).

Nel 1991, Beate Klarsfeld s'introduceva in Siria con documenti falsi per rinnovare, davanti al presunto domicilio di Alois Brunner (già sfigurato e senza più due dita per l'esplosione di lettere-bomba), il tipo di operazione condotto davanti alle case di vecchi nazionalsocialisti o davanti alla casa (scassinata, saccheggiata e devastata) di Paul Touvier nel 1972.

Nel 1992, i Klarsfeld organizzavano ciò che Le Monde doveva chiamare «La squadra selvaggia del Betar a Rostock»«seminando il terrore sulla piazza centrale del municipio di Rostock, drappelli sparsi di francesi ed ebrei, trattando i passanti come "sporchi tedeschi, sporchi nazisti"» (Le Monde, 21 ottobre 1992, p.-4).

In seguito Beate Klarsfeld approvava l'assalto al Goethe Institut di Parigi compiuto dal Betar, e vi ravvisava una «violenza legittima», i poliziotti di Rostock essendo colpevoli di aver interrogato qualche aggressore, per poi rilasciarlo (Der Standard, Vienna, 23 ottobre 1992). Si erano contati nove feriti fra i poliziotti; molti di essi, colpiti con mazze da baseball e spranghe di ferro e irrorati di gas «da difesa», avevano dovuto farsi ricoverare in ospedale.

L'8 giugno 1993, René Bousquet, già segretario generale della Polizia ai tempi del governo di Vichy, poi deportato dai tedeschi, veniva ucciso nella sua abitazione da un illuminato; quest'ultimo, rigurgitante dei propositi alla Klarsfeld, spiegava il suo gesto come quello di un giustiziere che, prima, aveva tentato di uccidere Paul Touvier. Annick Cojean, del giornale Le Monde, scriveva a proposito di Serge Klarsfeld: «Non era poi lui che faceva lo spaccone nei confronti di Bousquet? Colui che gli ha dato la caccia, che lo ha perseguitato, attaccato e costretto a dimettersi da tutte le sue responsabilità tra il 1978 e il 1989? E non gli hanno così rubato [per questo assassinio] un processo atteso, preparato da lunga data? L'avvocato sorride dolcemente: "Perché negarlo? Ciò che oggi provo è soprattutto un senso di sollievo. E tanto peggio se ciò va contro gli interessi della causa! Io non posso desiderare la vita di quella gente. E` più forte di me"» (Le Monde, 10 giugno 1993, p.-28).

Già il 16 settembre 1989, apprendendo la notizia dell'attentato perpetrato contro il professor Faurisson, S.aveva dichiarato sulle onde di Radio-J (la «J» sta per «Juive»): «Non è poi così sorprendente, perché qualcuno che provoca da tanti anni la comunità ebraica si deve attendere questo genere d'eventi. Non si può insultare la memoria delle vittime senza subirne le conseguenze. E` qualcosa, direi, forse di increscioso, ma anche di normale e naturale».

Da parte sua, Beate Klarsfeld affermava: «Cosa c'è di più normale che in qualche giovane sia cresciuta una tale collera e che abbia deciso di dare una lezione a Faurisson?»
(Le Monde, 19 settembre 1989, p.-14).

L'avvocato S. Klarsfeld, ufficiale dell'Ordine nazionale del Merito, non ha mai nascosto il suo gusto per l'azione violenta da quando ritiene di avere a che fare con coloro che lui chiama dei «criminali». Il suo ricorso alla menzogna e al ricatto non lo nasconde neanche (vedere Arno Klarsfeld, «Perché sono ebreo», Information juive, giugno 1994, p. e Serge Klarsfeld, «Lettera a François Mitterrand», Libération, 12 settembre 1994, p.-6, dove si legge la seguente frase diretta al Presidente della Repubblica: «Da dove mi è venuta l'insolenza di evocare il Suo passato a Vichy e di manipolarLa [con un'informazione falsa] per dirigerLa nel senso giusto: a una vera lettura dei crimini consentiti da Vichy?»).

Nel 1989, in seguito all'attentato di cui era stato vittima a Vichy, il professor Faurisson aveva confidato allo Choc du mois (dicembre 1989, pp.-42-43) delle riflessioni che, a distanza di tempo e, in particolare, dopo l'assassinio di R.-Bousquet, hanno un certo rilievo come, per esempio, questa: «[] è facile [per i Klarsfeld o per un certo consigliere dell'ambasciata israeliana a Parigi] eccitare gli animi e suscitare l'azione dei giustizieri». Il professore concludeva: «Penso [] che esista un terrorismo ebraico; è "lamentoso"; le lamentele coprono i colpi e le grida delle vittime []. Per farmi tacere, bisognerà uccidermi. Allora, in Francia e all'estero, una schiera di revisionisti mi darà il cambio».

Violenze non solo fisiche

La presente relazione è incentrata sulle violenze fisiche perpetrate dalle milizie ebraiche. Prova che, nel nostro paese, la comunità ebraica, «felice come Dio in Francia» (proverbio yiddish), beneficia di privilegi esorbitanti.

Questi privilegi sarebbero anche ben illustrati dal resoconto di violenze non certo fisiche. Prendiamo solo due esempi: Robert Faurisson all'Università di Lyon-II, e Bernard Notin all'Università di Lyon-III, avevano entrambi il diritto -- incontestabile agli occhi della legge -- di esercitare la loro professione e di riprendere i loro corsi. Il dr.Aron ha deciso altrimenti, e, con lui, le organizzazioni come l'Unione degli studenti ebrei di Francia che, cinicamente, hanno dichiarato che, per loro, questi insegnanti non dovrebbero mai più lavorare. A questo perentorio ordine si sono piegati, senza profferir parola, tutti i futuri presidenti della Repubblica, tutti i primi ministri, tutti i ministri per l'educazione, tutti i rettori dell'università e tutti i sindacati. R.ha saputo, a mezzo posta ordinaria, molti mesi dopo la decisione e senza alcuna spiegazione, che la cattedra d'insegnamento, di cui era titolare, era stata soppressa. Quando, nel giugno 1994, Bernard Notin ha creduto di trovare una via d'uscita e quando Le Monde ha annunciato: «Bernard Notin va ad insegnare in Marocco» (9 giugno 1994,p.-14), si è potuto leggere che l'annuncio della sua partenza per l'Università di Oujda «aveva provocato una reazione "scandalizzata" dell'Unione degli studenti ebrei di Francia che domandava l'annullamento della convenzione siglata tra le due istituzioni [marocchina e francese] e "la definitiva radiazione di Notin dal corpo insegnante"» (Le Monde, 11 giugno 1994, p.-6). Non si è levata una sola voce, tra la grande stampa, per sottolineare che il dr.Aron e le sue istituzioni o organizzazioni ledevano gravemente i diritti dei funzionari, impedivano la libera esplicazione della professione e causavano un danno considerevole non solo ad alcune persone, ma anche al normale funzionamento delle istituzioni di questo paese. Il dr.Aron e le sue milizie si fanno obbedire seminando il terrore et la paura. In un primo tempo, vigilano sul fatto che i professori che suscitano la loro «collera» non potessero più fare il loro lavoro; in un secondo tempo, possono contare sul Canard enchaîné per denunciare lo scandalo di questi professori che sono pagati (lo stretto necessario) e invece non lavorano!

I rappresentanti della comunità ebraica e i loro organi di comunicazione trionfano nella repressione giudiziaria o mediatica. «La forza ingiusta della legge» si esercita a profitto di questa comunità e a spese di persone tacciate di essere «anti-ebrei»; questi, per la minima parola, per il minimo pensiero giudicato eretico, si vedono condannare pesantemente. Ammende, pagamenti per risarcimento di danni, pene detentive spezzano le vite, distruggono le famiglie, opprimono i figli. I media, le cui ghiandole velenifere non si seccano mai, danno il loro contributo a questa isteria vendicativa.

All'estero, il terrorismo ebraico sembra presentare le medesime caratteristiche: gli ebrei, eccezion fatta per il particolare quadro della guerra tra israeliani e palestinesi, si comportano da aggressori senza essere, da parte loro, aggrediti fisicamente da alcun gruppo anti-ebreo o ritenuto tale.

Conclusione

Nel periodo qui preso in esame (1976-1995), la Francia non ha mai conosciuto gruppi, commandos, milizie che abbiano esercitato violenze fisiche sugli ebrei (gli attentati arabo-palestinesi sono un'altra cosa). Ma tanta evidenza sembra sfuggire agli osservatori politici di tutte le tendenze. Il bilancio, sin qui, è il seguente: da una parte, una cinquantina di aggressioni organizzate e perpetrate da milizie armate con, come risultato, centinaia di vittime, e, dall'altro lato, zero aggressioni fisiche subìte!

Con il Betar-Tagar, la minoranza ebraica francese possiede, d'accordo con il ministero degli Interni, formazioni paramilitari di cui non esiste l'equivalente per nessun'altra parte della popolazione francese e per nessun'altra minoranza straniera sul suolo di Francia.

Così come notava lo Choc du mois nel suo dossier su tali milizie (giugno 1991, p.-11), il quinto canale della televisione francese diffondeva, il 4 aprile 1990, un servizio sui militanti del Betar-Tagar. Si vedeva uno studente pestato dai «Tagarim» all'uscita della Facoltà di Assas, a Parigi. Il 18 maggio dello stesso anno, il solito canale televisivo diffondeva un secondo servizio consacrato all'addestramento, «ricalcato su quello del soldato israeliano», che i militanti del Betar-Tagar ricevevano due volte alla settimana in un castello nei pressi di Sarcelles (periferia di Parigi): esercitazioni paramilitari e addestramento al combattimento corpo-a-corpo sotto gli ordini del drappello israeliano. Prese a sé, esercitazioni di questo tipo possono costituire, per gli spiriti deboli, una sorta di rappresentazione o forse «cinema», ma, con il Betar-Tagar queste attività trovano espressione sia negli attentati criminali, sia nelle azioni di commandos che beneficiano dell'appoggio del ministero degli Interni, del sostegno (nei fatti se non nelle parole) delle leghe o organizzazioni cosiddette antirazziste e di un trattamento di favore da parte dei media.

Già nel 1990 Annie Kriegel denunciava «una insopportabile polizia ebraica del pensiero» (Le Figaro, 3 aprile 1990, p.e L'Arche, aprile 1990, p.-25). Effettivamente, questa polizia ha forza della legge -- grazie al rabbino Sirat, colui che ha lanciato l'idea di una legge antirevisionista (Bulletin de l'Agence télégraphique juive, 2 giugno 1986, p.-1), e grazie a Laurent Fabius che ne ha a giusto titolo rivendicato l'iniziativa del voto in sede parlamentare. La ripugnante montatura mediatica organizzata intorno alla profanazione delle tombe ebraiche nel cimitero di Carpentras (profanazione in cui sembra implicato il f1glio di un officiante della sinagoga) ha poi paralizzato ogni opposizione al voto f1nale della legge Sirat-Fabius-Gayssot.

Ma, a fianco di questa insopportabile polizia del pensiero, esiste in Francia una insopportabile polizia armata, di stile israeliano, che si esercita alla forza aperta.

Il 7 maggio 1995, a Toronto (Canada), l'abitazione del revisionista Ernst Zündel è stata devastata da un incendio criminale. Qualche giorno dopo, lo stesso E.-Zündel riceveva un pacco-bomba (finalmente consegnato alla polizia che lo ha fatto esplodere). Ci sarebbero da segnalare molti altri esempi di questa violenza -- preceduti da un'odiosa campagna di stampa. Sul soggetto, si può leggere l'opuscolo di Mark Weber: The Zionist Terror Network.
Background and Operations of the Jewish Defense League and other Criminal Zionist Groups. A Special Report (Institute for Historical Review, P.O. Box 2739, Newport Beach, Ca. 92659, USA, Revised and Updated Edition 1993). In Francia tali violenze rischiano di moltiplicarsi, se la minoranza ebraica continua a disporre di milizie armate.

Noi reclamiamo la fine dei privilegi di cui beneficia questa minoranza.

Nell'attesa che venga presa una decisione politica in questo senso, noi esigiamo, come prima misura d'urgenza, che il Palazzo di giustizia di Parigi e le sue immediate vicinanze siano interdette a tutti i gruppi o tutti i responsabili di gruppi (à la Moshe Cohen) dei quali siano chiare le intenzioni terroristiche. E` inammissibile che una certa categoria di persone in attesa di giudizio e chi le accompagna debbano aver paura di passare direttamente dai dintorni della XVII camera correzionale (presieduta da Martine Ract-Madoux e da Jean-Yves Monfort) o della XI camera della corte d'appello (presieduta da Françoise Simon e da Violette Hannoun) all'ospedale. E` odioso che responsabili delle milizie si accampino al Palazzo con tutti i privilegi accordati ai membri dei differenti corpi della polizia nazionale. «I piccoli nazistaldi hanno ricevuto la bastonatura che si meritavano davanti al Palazzo di giustizia», sentenziava nel 1980 Jean Pierre-Bloch a proposito dei linciaggi avvenuti dentro e davanti al Palazzo di giustizia (Libération, 24 settembre 1980). Nessuno può pretendere di ignorare queste violenze f1siche che il presidente della LICRA approvava pubblicamente quindici anni fa, e che, dopo quindici anni, si ripetono con la complicità delle forze dell'ordine. Dopo quindici anni, né i magistrati, né gli avvocati e neppure i loro rispettivi sindacati sono stati capaci di esigere la fine di questo stato di fatto che disonora la giustizia francese. Quanto al summenzionato Moshe Cohen, sarebbe tempo di ricordargli le dichiarazioni che ha fatto a L'Evénement du jeudi (26 settembre 1991), secondo le quali ogni ebreo avrebbe le sue radici e il suo avvenire in Israele e così sarebbe, in Francia, «una persona fuori posto» [profugo - NdT] (sic). Dopo mezzo secolo, M.che, nel momento stesso in cui noi scriviamo, è in Israele in attesa di tornare in Francia, avrebbe tutte le ragioni per compiere definitivamente il suo aliyah, sarebbe a dire la sua «ascesa» (sic) in Israele.

Il presente testo ha valore puramente informativo. E` stato indirizzato alle autorità francesi e, in particolare, a quelle citate di seguito. Tradotto in inglese, è stato diffuso presso le organizzazioni internationali.


Destinatari:

Jacques CHIRAC, Presidente della Repubblica

Jacques TOUBON, ministro della Giustizia

Jean-Louis DEBRÉ, ministro degli Interni

Pierre DRAI, primo presidente della Corte di Cassazione di Parigi

Myriam EZRATTY, primo presidente della Corte d'appello di Parigi

Colonnello Roger RENAULT, comandante militare del Palazzo di giustizzia di Parigi

Robert BAUJARD, commisario di polizia del primo distretto di Parigi

Moshe COHEN, responsabile del Betar-Tagar

Henri HAJDENBERG, presidente del Consiglio dei rappresentanti delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF)

Jean-Marc SAUVÉ, segretario generale alla Censura e del governo.

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Orion, nr 155, agosto 1997, p. 23-39



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