| |

|
|
|
25 aprile 2010
25 aprile
Dedicata da me a tutti quei coglioni che ancora oggi continuano a non capire il senso di quella data - Dongo, Giulino di Mezzegra e per finire Piazzale Loreto, non segnarono solo la fine del Fascismo, ma anche la fine della liberta', non il suo inizio -
BENEDETTO CROCE SUL PROCESSO DI NORIMBERGA

DISCORSO PARLAMENTARE SUL DISEGNO DI LEGGE
(Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 24 Luglio 1947)
Benedetto Croce
Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale. Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta , anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente. Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano, coi vincitori, gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere. Parimenti si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico di volta in volta loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici. Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato, perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere. Ma altrettanto dubbio suscita questo documento nell’altro suo aspetto di dettato internazionale, che dovrebbe ristabilire la collaborazione tra i popoli nell’opera della civiltà e impedire, per quanto è possibile, il rinnovarsi delle guerre. Il tema che qui si tocca è così vasto e complesso che io non posso se non lumeggiarlo sommariamente e in rapporto al solo caso dell’Italia, e nelle particolarità di questo caso. L’Italia dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione di questo dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile, se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio, e voi o sapienti uomini del tripartito o quadripartito internazionale, l’offendete nel fondo più geloso dell’anima sua, perché, scosso che ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace, dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di far udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare a sé spontanei difensori in voi stessi o tra voi? E ciò avete fatto per avere le sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo ad un fondo comune, che era a disposizione. Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranità sulle popolazioni che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che altri Stati ex nemici, che avevano tra voi interessati patroni, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non seppe dare. Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitti all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di avere acquistato con ciò un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo. Il proposito doveroso di questa collaborazione permane e rimarrà saldo in noi e lo eseguiremo, perché risponde al nostro convincimento e l’abbiamo pur ora comprovato col fatto: ma bisogna non rendere troppo più aspro all’uomo il già aspro suo dovere, né dimenticare che al dovere giova la compagnia che gli recano l’entusiasmo, gli spontanei affetti, l’esser libero dai pungenti ricordi di torti ricevuti, la fiducia scambievole, che presta impeto ed ali. Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i popoli, accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro Patria, né come europei: due sentimenti che confluiscono in uno, perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha lottato per la libertà e l’indipendenza sua, e, ottenutala, si era per molti decenni adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace in Europa. E cosa affatto estranea alla costante sua tradizione è stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del 1914, non da lei voluta ma da competizioni di altre potenze; la quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui. Libri stranieri hanno testé favoleggiato la sua storia nei secoli come una incessante aspirazione all’imperialismo, laddove l’Italia una sola volta fu imperiale, e non propriamente essa, ma l’antica Roma, che peraltro valse a creare la comunità che si chiamò poi l’Europa e, tramontata quell’egemonia, per la sua posizione geografica divenne campo di continue invasioni e usurpazioni dei vicini popoli e stati. Quei libri, dunque, non sono storia, ma deplorevole pubblicistica di guerra, vere e proprie falsificazioni. Nel 1900 un ben più sereno scrittore inglese, Bolton King, che con grande dottrina narrò la storia della nostra unità, nel ritrarre l’opera politica dei governi italiani nel tempo seguito all’unità, riconosceva nella conclusione del suo libro che, al confronto degli altri popoli d’Europa, l’Italia <>. Ma se noi non approveremo questo documento, che cosa accadrà? In quali strette ci cacceremo? Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali, nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto Trattato, so che siete tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l’opportunità contingente di una formalistica ratifica. Ora non dirò ciò che voi ben conoscete; che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella inopportunità opportuna o a quella opportunità superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri, da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente e, scendendo anch’io nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere, risponderei, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo. Potrebbero bensì, quei dettami, venire peggiorati per spirito di vendetta, ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri. Il governo italiano certamente non si opporrà all’esecuzione del dettato; se sarà necessario, coi suoi decreti o con qualche suo singolo provvedimento legislativo, la seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li mette a morte. Ma approvazione, no! Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di toglierli il rispetto di sé stesso, che è indispensabile ad un popolo come a un individuo, e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruttela. Del resto, se prima eravamo soli nel giudizio dato di sopra del trattamento usato all’Italia, ora spiritualmente non siamo più soli: quel giudizio si avvia a diventare un’opinio communis e ci viene incontro da molti altri popoli e perfino da quelli vincitori, e da minoranze dei loro parlamenti che, se ritegni molteplici non facessero per ora impedimento, diventerebbero maggioranze. E fin da ora ci si esorta a ratificare sollecitamente il Trattato per entrare negli areopaghi internazionali, da cui siamo esclusi e nei quali saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti, e ci si fa lampeggiare l’incoraggiante visione che le clausole di esso più gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sottoposto a revisione. Noi non dobbiamo cullarci nelle facili speranze e nelle pericolose illusioni e nelle promesse più volte trovate fittizie, ma contare anzitutto e soprattutto su noi stessi; e tuttavia possiamo confidare che molti comprenderanno la necessità del nostro rifiuto dell’approvazione, e l’interpreteranno per quello che esso è: non una ostilità contro il riassetto pacifico dell’Europa, ma, per contrario un ammonimento e un contributo a cercare questo assetto nei modi in cui soltanto può ottenersi; non una manifestazione di rancore e di odio, ma una volontà di liberare noi stessi dal tormento del rancore e dalle tentazioni dell’odio. Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere, non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l’errore può essere sempre riparato e compensato; ma ha carattere solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere rimessamente un iniquo castigo; non vi dirò questo, perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in sé stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola. Questo pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito: “no!” Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra. (Applausi, congratulazioni).
| inviato da C.O.C. il 25/4/2010 alle 18:43 | |
|
|
|
6 aprile 2010
9 Aprile 1969
Oggi come allora, stessi problemi , medesime situazioni, identici meccanismi , ma nel frattempo sono cambiati gli italiani, non sono piu' "uomini"... sono delle merde ...
9 Aprile 1969. L'area di Battipaglia, tra le più povere d'Italia fino agli anni '50, vive il suo piccolo miracolo economico. Nuove fabbriche si sono aperte, l’attività edilizia si è sviluppata. Dal Nord e dall’estero sono arrivate le grosse industrie alimentari, con i loro macchinari e le loro moderne tecnologie. Con una conseguenza, inevitabile: la produzione aumenta, l'occupazione diminuisce. Il miracolo, dunque, c'è stato. Ma è fragilissimo. Lo dimostra il reddito pro capite in provincia di Salerno, ancora tra i più bassi d'Italia. “Viene al pettine una riforma agraria radicalmente sbagliata - scrive Eugenio Scalfari su 'L'Espresso' - L’economia progredisce, la società civile vede aumentare i propri bisogni, ma le istituzioni politiche restano immobili, decrepite, inefficienti”.
È in questo scenario che, a stretto giro di posta, a Battipaglia prima chiude lo zuccherificio, poi si minaccia la chiusura dell'ATI, due grandi aziende, dalle quali dipende buona parte della prosperità economica e della sopravvivenza stessa di una cittadina di 36mila abitanti. Alcuni delegati cittadini sono a Roma, ma – si legge ancora ne 'L'Espresso' - “nessuno era così ingenuo da credere che, senza una clamorosa manifestazione di protesta [...] potessero tornarne con risultati diversi dalle solite ipocrite promesse. Ecco dunque l’eventualità dell’interruzione della linea ferroviaria, vista come l’unica iniziativa possibile”. Il 9 aprile, dunque, è indetta una grande manifestazione popolare di protesta. “Che dovevano fare gli ex pastori e gli ex montanari? - si chiede Scalfari - Ritornarsene sul Cilento? O dare l’assalto al municipio e al commissariato? La scelta era facile, ed è stata fatta la mattina del 9 aprile”.
All'alba, una colonna di 300 uomini, tra agenti di polizia e carabinieri, parte da Salerno. Alla loro testa si pone il commissario De Masi, giovane nutrito di regolamenti più che di esperienza. Molti manifestanti si radunano poco dopo le 7.00 nei pressi dell'Istituto Tecnico. Ecco come Vincenzo Campagna, esponente della 'Giovane Italia', descrive quella mattina nelle pagine de 'La rivolta di Battipaglia': “Le strade apparivano deserte. Una strana calma vi regnava: i negozi erano tutti chiusi. Qualche bottegaio di generi alimentari, che timidamente aveva alzato per metà la saracinesca, immediatamente l'abbassava [...] Anche le finestre e i balconi rimanevano chiusi, come se fosse stata ancora notte”. La situazione è tranquilla, sotto controllo. I diversi gruppi si uniscono, il corteo inizia a snodarsi per le vie del centro: via Mazzini, poi via Italia, in direzione del Municipio.
Dal mare di folla emergono cartelli che recitano ' Difendiamo il nostro pane', 'Basta con le promesse', 'Non vogliamo morire', 'Roma, uguale merda'. Il commissario De Masi, inizialmente, si tiene in disparte. Ma sa che l'autorizzazione per la manifestazione è limitata a Piazza della Repubblica; quando scorge il corteo muoversi in direzione di via Roma, fa suonare gli squilli di tromba regolamentari e guida i suoi uomini alla carica. È il primo scontro, violento ma inutile. I primi feriti abbandonano il campo a decine, ma il corteo prosegue compatto verso la stazione, dove il vicequestore Vinale ha schierato già da tempo la sua forza. Al suo cospetto si presenta un vero mare di folla in preda all'esasperazione. Non può contrastarlo, può solo disporre gli uomini a difesa degli impianti tecnici. I dimostranti possono, così, raggiungere i binari e occuparli, trascinarvi sopra automezzi, bidoni, travi, panche. Alle 9.00 del mattino “il blocco del più importante nodo ferroviario del meridione d’Italia è compiuto”. Ma fino a questo momento, a parte la carica ordinata dal commissario De Masi, non c’è stato nessuno scontro diretto tra popolazione e polizia, nessuna aggressione o violenza.
Si cerca persino il dialogo per stemperare gli animi. Ma da Roma arriva l'ordine di rimuovere i blocchi; e da Napoli giungono rinforzi, pochi per la verità. Da questo momento, 220 uomini sono impegnati per un’ora nella prima delle 2 grandi battaglie di giornata. E qui iniziano le discordanze, nette, tra le diverse versioni dei fatti. I manifestanti denunciano “cariche selvagge eseguite dai celerini”. Dal canto loro le Forze dell'Ordine “accerchiate da una popolazione disperata”, iniziano a esser prese dal panico. Idranti e lacrimogeni non bastano a frenare l'impeto della folla, che risponde con una fitta sassaiola.
Intorno alle 17.00 lo scontro decisivo, drammatico. Si gioca in via Gramsci, presso il Commissariato: circa 100 tra poliziotti e carabinieri vi sono asserragliati dentro. Si invocano rinforzi, ma nel frattempo gli uomini, trovandosi isolati fra la folla, iniziano a sparare all'impazzata. A farne le spese sono Teresa Ricciardi, giovane insegnante di 30 anni, colpita mortalmente mentre seguiva gli scontri dalla finestra della sua abitazione, al terzo piano, su Piazza del Popolo, e un 19enne studente universitario, Carmine Citro, raggiunto da un proiettile in via Mazzini. Tanti anche i feriti, in entrambi gli schieramenti. C'è chi parla di 90, chi di oltre 200.
Leggiamo ancora dal libro di Vincenzo Campagna: “Da quel momento in poi non si capì più nulla. Poliziotti che scappavano in camionetta o a piedi per i vicoli circostanti ricevevano insulti dalla gente riversatasi sui balconi – e molti gettavano contro di loro vasi, sedie o altri oggetti che avevano a portata di mano. Camionette, cellulari e autoidranti abbandonati nella fuga vennero capovolti e incendiati. Alle 20 circa la città rimaneva completamente nelle mani dei manifestanti [...] Anche il Municipio dovette subire assurde devastazioni, conclusesi con l'incendio di alcuni edifici. Cessate queste scorrerie, a Battipaglia calò il silenzio, interrotto solo in nottata dal sorpaggiungere di nuove forze di polizia”.
Ecco come titolavano due giornali nazionali il giorno dopo. Solo due esempi, ma bastano per comprendere lo scontro ideologico scatenatosi all'indomani dei tragici fatti di Battipaglia. Versioni discordanti, accuse reciproche: dalla piazza, gli scontri si erano trasferiti nelle redazioni giornalistiche prima e tra i banchi del Parlamento poi. E così, se quotidiani d'ispirazione comunista come 'L'Unità' si scagliarono contro le Forze dell'Ordine, accusate di aver sparato in modo irresponsabile e indiscriminato contro la folla, 'Il Mattino' puntò l'attenzione sulla ferocia della folla stessa, che le avrebbe circondate e disarmate: “Il Roma” parlò di manifestanti “armati di zappe, vanghe, falci e altri attrezzi agricoli”, mentre 'Il Tempo' ipotizzò persino che gli spari, fatali per i due giovani, potessero esser partiti dalla folla. 'L'Unità', nell'edizione dell'11 aprile, rincarò la dose nei confronti delle Forze Armate e si scagliò contro gli altri organi di stampa:
Pochi giorni dopo, “Il Meridionale”, un periodico locale, ribattè: “La legge deve essere rispettata: questo non va dimenticato per nessun motivo; e allora è necessario usare qualsiasi mezzo, anche repressivo, perché non si abbiano a ripetere i luttuosi fatti di Battipaglia”.
Schermaglie ideologiche, dunque, inevitabili tanto più in un periodo “caldo” come la primavera del '69, che facilmente si prestava ad estremismi e strumentalizzazioni. Ma la disamina più lucida, forse, la offrì un altro foglio locale, 'Giornale Sud': “I tragici fatti di Battipaglia non sono che un episodio indicativo di una politica meridionalista sbagliata [...] pesante atto di accusa alle insufficienze, alle carenze ed alle improvvisazioni, nella fase esecutiva, della politica degli interventi per il progresso civile ed economico del Sud”. La crisi di Battipaglia era la crisi della Campania e di tutto il Mezzogiorno d’Italia.
9 aprile 2009
| inviato da C.O.C. il 6/4/2010 alle 19:6 | |
|
|
|
21 febbraio 2010
Svegliati, servo !!!
Nessuno è più schiavo di chi si credo libero e non lo è. (Goethe)

Come è possibile che gli uomini accettino di sottomettersi al tiranno? Semplice: il popolo è complice del proprio asservimento.
« Tiranno non è semplicemente l’Uno della monarchia assoluta, ma qualsiasi corpo politico che elimini il carattere pubblico del potere per utilizzarlo in modo da imporre agli altri la propria volontà ed i propri interessi; indipendentemente dal modo in cui questo potere è ottenuto, fosse anche attraverso il suffragio popolare. »
Étienne de La Boétie
Di quali mezzi si serve il tiranno?
1. L'abitudine
« certamente tutti gli uomini, finché conservano qualcosa di umano, se si lasciano assoggettare, o vi sono costretti o sono ingannati […] È incredibile come il popolo, appena è assoggettato, cade rapidamente in un oblio così profondo della libertà, che non gli è possibile risvegliarsi per riottenerla, ma serve così sinceramente e così volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perduto la libertà, ma guadagnato la sua servitù. È vero che, all’inizio, si serve costretti e vinti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rimpianti e fanno volentieri quello che i loro predecessori avevano fatto per forza. È così che gli uomini che nascono sotto il giogo, e poi allevati ed educati nella servitù, senza guardare più avanti, si accontentano di vivere come sono nati, e non pensano affatto ad avere altro bene né altro diritto, se non quello che hanno ricevuto, e prendono per naturale lo stato della loro nascita. Non si può dire che la natura non abbia un ruolo importante nel condizionare la nostra indole in un senso o nell’altro; ma bisogna altresì confessare che ha su di noi meno potere della consuetudine: infatti l’indole naturale, per quanto sia buona, si perde se non è curata; e l’educazione ci plasma sempre alla sua maniera, comunque sia, malgrado l’indole. I semi del bene che la natura mette in noi sono così piccoli e fragili da non poter sopportare il minimo impatto di un’educazione contraria; si conservano con più difficoltà di quanto si rovinino, si disfino e si riducano a niente. La natura dell’uomo è proprio di essere libero e di volerlo essere, ma la sua indole è tale che naturalmente conserva l’inclinazione che gli dà l’educazione. » [ ndr. quarant'anni di televisione. cfr. Il discepolo 1816]
2. Panem et circenses
Il secondo mezzo, essendo il primo alla lunga insufficiente, consiste nell’abbrutimento del popolo. La servitù di per sé porta a un infiacchimento dell’individuo, ed i tiranni, accorgendosene, operano per incrementare tale effetto. Innanzi tutto ostacolando la diffusione della cultura, giacché i libri e l’istruzione contribuiscono più di ogni altra cosa a diffondere la consapevolezza di sé e l’odio per la servitù. Ma soprattutto questo risultato è ottenuto attraverso una strategia da tempo nota come panem et circences:
« I teatri, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie esotiche, le medaglie, i quadri ed altre simili distrazioni poco serie, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia. Questi erano i metodi, le pratiche, gli adescamenti che utilizzavano gli antichi tiranni per addormentare i loro sudditi sotto il giogo. Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano, che passava loro davanti agli occhi si abituavano a servire più scioccamente dei bambini che vedendo le luccicanti immagini dei libri illustrati, imparano a leggere. » [ndr. Reality Show, Talk Show, Quiz, Calcio]
Quanto al panem:
« I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo litro di vino ed un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!”. Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare una parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi. » [ndr. vi tolgo l'ICI, abbasseremo le tasse]
3. L'atomismo sociale
Il potere tirannico fa di tutto per impedire qualunque forma di aggregazione e comunicazione sociale tra coloro che hanno conservato la passione per la libertà. Le uniche associazioni consentite sono quelle che non contestano la tirannia, o che la sostengono. [ndr. imbavagliamo la rete cfr. Attacco alla Rete] Gli ultimi due strumenti indicati da La Boétie sono i più importanti. In primo luogo, egli considera tutti i meccanismi volti a creare il massimo consenso possibile intorno alla persona del tiranno. Tra questi meccanismi, La Boétie considera la pratica di presentarsi al pubblico «il più tardi possibile, per insinuare nei popoli il dubbio che fossero in qualche cosa più che uomini». [ndr. super amatori, eterni giovani, invincibili supereroi, uomini del fare...] In secondo luogo la «favola» dell’origine divina del re, dalla quale deriva la credenza nelle sue capacità taumaturgiche. [ndr. cfr Il suo nome è donna rosa] Nella misura in cui questa credenza viene meno, diviene importante l’altro meccanismo considerato da La Boétie: quello di presentarsi, da parte del tiranno come rappresentante del popolo e fautore dell’interesse generale. [ndr. il famoso consenso al 78%, unico fra i regnanti]
« Gli imperatori romani non dimenticarono neanche di assumere di solito il titolo di tribuno del popolo, sia perché quella era ritenuta sacra, sia perché era stata istituita per la difesa e la protezione del popolo, e sotto la tutela dello Stato. Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro, come se dovesse sentirne il nome e non invece gli effetti. Oggi non fanno molto meglio quelli che compiono ogni genere di malefatta, anche importante, facendola precedere da qualche grazioso discorso sul bene pubblico e sull’utilità comune ». [ndr. qui c'è davvero bisogno di una nota redazionale?]
Era il 1553 . Nulla è cambiato.
« Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi! »
| inviato da C.O.C. il 21/2/2010 alle 21:10 | |
|
|
|
10 febbraio 2010
A Norma Cossetto nel giorno del "RICORDO"
A Norma Cossetto nel giorno del ricordo, 10 febbraio 2010

Per i nostri lettori ricordiamo che Norma Cossetto era una ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (la chiamavano espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di Santa Domenica, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove per Norma iniziò un vero e proprio martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, e che aveva sentito dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, si era avvicinata alle imposte socchiuse....Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà... Il 13 ottobre 1943 a Santa Domenica ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella foiba". La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati Nel 2005 il presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito una medaglia d'oro al Merito civile alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni che fu gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito. Nella motivazione all'onorificenza si legge: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio». Le circostanze della morte della Cossetto ne hanno fatto da subito un figura-simbolo del martirio italiano delle terre adriatiche. Una richiesta per il conferimento della medaglia d'oro venne presentata alla Presidenza della Repubblica già al tempo in cui al Quirinale sedeva Oscar Luigi Scalfaro. L'iniziativa è stata ripresa recentemente da Servello, che aveva ricevuto una struggente lettera dalla sorella della Cossetto, Licia: «Sono anziana ma vorrei, prima di morire,- che sapere che il sacrificio di mia sorella venisse riconosciuto e ricordato». Nella missiva, la signora Licia ricordava di aver subito altri lutti per mano degli slavi: «Oltre a mia sorella Norma anche il mio papa è stato ammazzato e infoibato con altri familiari in quegli stessi giorni. Siamo la famiglia più colpita». Nel rivolgersi alla Presidenza della Repubblica, il parlamentare di An, Franco Servello, sottolineava il fatto che «il tanto atteso conferimento dell'onorificenza da parte dello Stato sarebbe apprezzato non soltanto dalla famiglia Cossetto ma anche dalle genti istriane». Ora, finalmente, una battaglia così lunga e tenace trova il giusto coronamento. «E' con soddisfazione –le dichiarazioni di Servello- che apprendo la notizia del conferimento dell'onorificenza alla memoria di Norma Cossetto. Si tratta di un atto di grande civiltà che rende onore alle sofferenze al dolore di tutti quegli italiani che piangono i loro cari barbaramente uccisi dai partigiani di Tito nel 1943 e nel 1945.,Questa medaglia d'oro arriva dopo la restituzione alla memoria nazionale della tragedia delle foibe e del dramma dell'esodo attraverso l'istituzione della Giornata del Ricordo». La vicenda di Norma creò un fremito d’indignazione in tutta l'Istria. Tra tutte le storie dei martiri delle foibe, è quella che viene maggiormente ricordata. La sua foto campeggia in tutti i libri che ricostruiscono la tragedia italiana di sessant'anni fa. Le sono state dedicate anche poesie. In una troviamo scritto: «Non più odio né sensi feriti/un campo solcato è ormai il mio cuore/e il silenzio opprime la mente». Ricordare e onorare il suo sacrificio non vuol dire odio e vendetta. E' un atto d'amore alla memoria italiana. L'Università di Padova potrebbe fare il primo passo, nella direzione della Giustizia, restituendo questa martire silenziosa, simbolo del martirio di tutti gli esuli istriani, giuliani e dalmati, alla verità storica. La doverosa correzione sulla lapide non cambierebbe quelli che sono stati i fatti, non restituirà agli esuli quanto hanno perduto, ma consentirà a tutti gli italiani, indignati dinanzi alla tragedia dei nostri esuli e dall'agghicciante oblio che fino ad oggi aveva negato la storia, di guardare con speranza al futuro.
norma cossetto
istria
fiume
dalmazia
foibe
| inviato da C.O.C. il 10/2/2010 alle 19:25 | |
|
|
|
31 gennaio 2010
I fantasmi del passato, aleggiano nell'aria e turbano il sonno delle oligarchie plutocratiche
A chi fanno paura i fantasmi del passato? Normalmente i fantasmi del passato fanno paura a chi con quel passato si deve confrontare quotidianamente. Non basta dire che io sono più bravo, bisogna dimostrarlo, e come fa il topolino a dimostrare di essere piu' bravo della montagna, nell'unica maniera possibile e cioè: demonizzando la montagna.
Ecco, in questo destri e sinistri sono pari, l'unica cosa che sanno fare è dimostrare di essere meglio dell'altro non per meriti acquisiti - cazzo c'è da farsi il culo, siamo scemi?!? - No! Lo dimostrano mettendo a nudo le miserie dell'avversario, ecche spettacolo! Un (in)degno siparietto per un popolo di bifolchi lobotomizzati che alle prime votazioni che arrivano votano per IL MENO PEGGIO !!! Avete capito bene, non il MIGLIORE, il MENO PEGGIO! Piuttosto che rifiutarsi di votare, votano il meno peggio, eccheccazzo!!
Questi quattro stracciari della politica italiana - che non sono nemmeno degni di essere usati come carta da culo per pulire il deretano di Mussolini, talmente e' bassa la loro levatura morale e politica -, aditano a male assoluto, un regime che per quanto duro potesse essere ha tracciato un solco nella storia, ha lasciato un segno talmente elevato in opere sociali che ancora oggi viene preso a modello - Chavez, Morales, Peron, Castro tanto per citare i piu' noti ma ancora Saddam Hussein o Bashar al-Asad -, opere sociali opportunamente, mistificate, demonizzate, demolite, distrutte o svendute a qualche affarista.

Tratto da IL GIORNALE di oggi
Mussolini spopola sull'iPhone, chi teme il fascismo-gadget?
All’armi siam fascisti. Voi non potete immaginare quanti italiani bazzicano il Duce e il fascismo al giorno d’oggi. È da un bel po’ che Mussolini non si affaccia più dal balcone di Piazza Venezia ma parla ogni giorno dallo schermo dei computer, dai display dei telefonini, dagli iPod e iPhone, dai cd e perfino dai calendari appesi al muro, come non era mai accaduto, nemmeno ai tempi del neofascismo. Più contorno minore di libri, medaglioni, portachiavi, programmi tv e fascicoli a dispense. La Fascio-connection spopola più d’ogni altro feticismo di gadget, popstar e divi d'oggi. Ma con una novità prorompente: il Duce esce dalla storia, dalla politica e dalle ideologie per entrare nella ricreazione, nella second life del web e nell'iconografia ad uso personale. Fascismo emozionale e surreale. Il Duce batte perfino Che Guevara, icona mondiale da paura, gran figo della rivoluzione, top model di tutte le ribellioni, perfino erotiche, tossiche e alimentari. Nessuno sogna di restaurare il fascismo o di rinverdire sogni, liturgie e pratiche fasciste, non nascono certo milizie in camicia nera e movimenti nostalgici; ma il web scoppia di e-fascismi domestici e virtuali, di canti fascisti e discorsi Duceschi da sottofondo lavorativo o da sfondo epico e ironico alla vita quotidiana. Mezzo secolo fa si facevano sedute spiritiche per chiamare in vita l'anima di Mussolini e si trafugava la tomba del Duce; oggi lo spiritismo non è medianico ma è mediatico, basta una chiavetta e puoi collegarti con l'altro mondo in un'operazione nostalgia che non compromette nessuno e non costa nulla. Al più 79 centesimi, meno di un caffè al bar. Quello è il costo, ad esempio, del programma iMussolini ideato da un giovane intraprendente napoletano, Luigi Marino, che permette di scaricare discorsi e performance del Duce. Un programma che, riferisce la Repubblica (non di Salò e di Mussolini, ma di Scalfari e di De Benedetti), ha scavalcato persino il videogame di Avatar, il Grande fratello e il simulatore di occhiali a raggi X. Target? Non certo gli ultimi reduci del fascismo e i vecchi militanti del neofascismo, ma ragazzi, magari di quelli che usano l'iPhone dell'Apple e ignorano la storia. A dir la verità in questa ondata mussoliniana non mancano pure insospettabili signori di mezza età che hanno display fascisti sui loro pc e sui loro telefonini, che hanno suonerie del tipo giovinezza o faccetta nera o che ostentano testoni del Duce sulla scrivania, cimeli fascisti e calendari mussoliniani, del 2010 e non del 1932, alle loro spalle. Mi dispiace dirlo, ma i discorsi più scaricati dal web non sono quelli di Moro, De Gasperi e Togliatti, ma di Benito Mussolini. Sarà una leggerezza, a volte condita da qualche piccola follìa, ma decisamente più imbecille sarebbe dedurre da questo vintage Ducesco una specie di fascismo sotterraneo, un ducismo sommerso ma pronto ad esplodere in politica e magari alimentato per analogia dalla figura di Berlusconi, paragonato di recente non solo al Duce e a Napoleone, ma anche a Hitler che mi pare proprio il suo contrario. Nessuno degli e-fascisti o i-mussoliniani tra quelli che ho conosciuto ha precedenti neofascisti e a volte nemmeno d'impegno politico in senso lato. Lo fanno per civetteria, per spiritosaggine, per curiosità, per estremo machismo, per l'inguaribile tentazione di violare il tabù, l'angolo buio e nascosto, il Demonio o il Male Assoluto, come ha detto un suo ex beneficato; insomma il Maledetto nazionale per antonomasia. Hanno dovuto perfino escludere il Duce dal sondaggio Rai-Eurisko sul più grande italiano perché si aveva il fondato sospetto che avrebbe scalato i vertici della classifica e rubato il posto a Dante e alla Pausini, in cima alle preferenze. Ora che il fascismo è stato sterilizzato e ridotto ad un programma da scaricare sul web e non sulla pelle degli italiani, possiamo pure domandarci il perché di quel fascino, oltre il gusto del proibito. È l'orfanità dei simboli e dei miti, la voglia di uscire, almeno nell'ora della ricreazione, dalla cronaca e dall'ordinaria amministrazione per entrare nell'epica storica, seppure attraverso il portone della tragedia. E non si rimedia al fenomeno negandolo o semplicemente vituperandolo. Bisogna invece capire da quali mancanze del presente sorge, da quali miserie e piccinerie dell'oggi trae alimento, in quali paragoni indecenti trova spunto e su quali bisogni frustrati, negati o criminalizzati, si fonda. Qualche sera fa ero a cena da persone che conosco da anni e che ricordavo apolitiche e refrattarie ai tempi delle ideologie. La colonna sonora della cena è stato un cd che alternava canzoni fasciste a canti comunisti, bandiere rosse e canti dell'internazionale a inni del Duce e canti nazionalisti, canzoni falangiste a canti di liberazione sudamericana. Erano belle, maledizione, ti entravano dentro, ti riempivano il cuore di una strana animazione. Romanticismo politico, visione estetica e musicale del mondo e della vita. Certo, bisognava astrarre dall'uso storico e catastrofico di quelle speranze, bisognava distinguerli dalle sanguinose illusioni che hanno generato; ma svegliavano gli animi ad una passione civile, ideale ed epica che è oggi sconosciuta. Perfino un filo di fiera commozione attraversava gli ascoltatori di quei canti, sia gli ignari che i consapevoli. Il lato grottesco è che cantavano illusioni opposte ma generavano fremiti congiunti. Ai saldi della storia, due storie opposte si vendevano al prezzo di una. Allora mi sono chiesto: ma è possibile salvare quei tesori dal naufragio delle navi in cui erano imbarcati, è possibile amare quei canti, quei miti, separandoli dagli orrori che hanno suscitato o solo accompagnato? Non lo so, è un'impresa quasi impossibile, ma nel dubbio mi sono detto: teniamoli fuori dalla storia, lasciamoli a casa, e godiamoceli da single, a storia spenta. Fascismo a una piazza per sognatori solitari, o se preferite socialismo da toilette, per eccitarsi in vasca o sul water delle illusioni.
|
|
|
30 gennaio 2010
La crisi morale di Carlo Taormina
La verità su mr.B. raccontata dal suo ex avvocato

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.
Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento? «La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
Mi spieghi meglio. «Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
E perché? «Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoi».
E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis? «Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale? «Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
Come fa a esserne così certo? «Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
Tipo? «Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».
Che all’epoca era Presidente della Repubblica. «Esatto. E Ciampi chiese una modifica».
Quindi? «Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
Pentito? «Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.
A chi si riferisce? «A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
Prego? «Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura… «Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
E perché? «Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020? «E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».
Preso da: Piovono Rane
|
|
|
28 gennaio 2010
MEMORIA
...Boh!!
|
|
|
21 gennaio 2010
Mr. President, help internet in Italy
Pur non condividendo la forma di lotta - chiedere aiuto ad uno yankee, rifugiarsi dietro le sue poderose spalle - , classica di chi ha paura di lottare, soffrire, morire o di chi non sa lottare, classica mentalita' da servo, succube, quella di chiedere al padrone d'intercedere per lui presso il bullo di turno, ho deciso di postare lo stesso questo articolo, che, a mio avviso, trovo ben redatto e ben articolato. Tolto, appunto, l'ultima parte, dove personalmente non chiederei niente a nessuno, tantomeno ad uno yankee - visti i danni che abbiamo dovuto subire per aver chiesto aiuto in un recente passato - , a costo di rischiare d'incappare nell'apologia di reato, esorterei la gente a rubare oppure, se proprio non ci riesce, a comprare merce rubata o di contrabbando. Cosi' tanto per vedere se riescono a tassare anche quella. (n.d.r.)
 esproprio proletario
L'Italia è invasa dagli stranieri. Sono barbari della cultura, distruggono,devastano, saccheggiano, impongono gabelle, impediscono al mercato di crescere ed evolversi. Sono parassiti, succhiatori di sangue, prendono ai poveri per dare ai ricchi, tengono in vita malati terminali, mummie che si sbriciolerebbero di fronte a qualsiasi pensiero intelligente, ibernano i loro privilegi e li mantengono inalterati nel tempo, producono a ciclo continuo vasetti di cazzi loro e non imprimono nessuna data di scadenza.
Hanno colonizzato tutto, infestato ogni poltrona, riempito di servi e vassalli tutte le vie di accesso al palazzo. Se la suonano e se la cantano. Inscenano teatrini per intrattenere le folle, assumono burattini e servono fandonie decorate con bigiotteria di infima qualità, perline colorate in cambio della vita e della terra degli indios: la nostra vita, la nostra terra.
Sono in tanti. Arrivano ben vestiti. Ti parlano di libertà e ti imbavagliano. Ti parlano di diritti e te li alienano. Ti parlano di riduzione delle tasse e te le aumentano. Ti parlano di futuro e te lo rubano. Ti parlano di cultura e ti rendono più ignorante. Si fanno chiamare Bondi, Romani, Maroni, D'Alia, Levi, Carlucci, Barbareschi, hanno molti nomi ma un solo padrone. E il padrone non ha nome. Si nasconde, come Bin Laden, come il padre nostro che è nei cieli, come il capro solforoso che è negli inferi, come la vecchia terrificante strega dalle lunghe dita unghiate che beve code di rospo e influenza le decisioni del Re, sotto la minaccia di scatenare la collera degli dei.
Dopo avere cercato di imporre la carta di identità per ogni singolo bit trasferito in rete (Carlucci), dopo avere provato a chiudere i blog su indicazione diretta del Ministero degli Interni, avendo a insindacabile giudizio loro ravvisato apologia di reato magari nell'ultimo e più insignificante dei commenti a un post, scavalcando la magistratura (D'Alia), dopo avere sentenziato che internet è un luogo di libertà ma va assolutamente regolamentato, a loro vantaggio (Barbareschi), dopo avere cercato di equiparare un blogger a una testata giornalistica e di farlo iscrivere al registro degli operatori della comunicazione (Levi-Prodi), dopo avere cercato di applicare a internet la legge sulla stampa promulgata nel 1948, dopo avere paragonato i social network ai gruppi terroristici degli anni '70 (Schifani), dopo avere minacciato di chiudere Facebook salvo poi accordarsi privatamente con gli operatori del settore per dare luogo ad una censura insidiosa, invisibile e silenziosa, contro la quale è difficile organizzarsi (Maroni), dopo avere addirittura osato proporre un permesso ministeriale per trasmettere in diretta streaming dalla propria scrivania, dopo avere negato 800 milioni di euro per lo sviluppo della banda larga - o meno angusta - mentre il resto dell'Europa sta dichiarando internet un diritto fondamentale dell'uomo e garantisce ad ogni cittadino 100 Mbit o più di velocità di connessione, dopo tutte queste vessazioni, uniche nel panorama legislativo dell'occidente democratico, oggi sono in arrivo altre due colossali offese all'intelligenza digitale: il Decreto Romani e l'estensione dell'Equo Compenso.
Con il primo, sua maestà il premier itende tutelare gli interessi presenti e futuri della sua dinastia regale, salvaguardando Mediaset dalla crescita di piccoli ma fastidiosi videoproduttori indipendenti, videoblogger e web-tv. Costoro non potranno più utilizzare la rete per immettere immagini in movimento - come attualmente è possibile fare sui grossi portali di videosharing - senza ottenere preventivamente un permesso governativo, equiparando a tutti gli effetti un videoblogger, così come chi vuole condividere i filmini delle vacanze, a una rete televisiva vera e propria. Un abominio che fa scempio della libertà di espressione e che cerca ancora una volta di tutelare il monopolio dell'informazione e della raccolta pubblicitaria che grazie a Craxi è stato conferito, per diritto divino, a Silvio Berlusconi e a tutta la sua genealogia discendente.
Con il secondo si intende rubare ai poveri per dare ai ricchi, costringendo tutti i cittadini italiani, già gravati da un inaccettabile digital divide, a ingrassare le casse della SIAE, partendo da un presupposto fortemente illiberale e avverso al principio giuridico della presunzione di innocenza. Non potendo più sostenere il diritto d'autore, disciplina che per anni ha reso fortune da milioni di euro a pochi artisti, sempre gli stessi dai tempi in cui Berta filava, e impoverito tutti gli altri, indipendentemente dalla loro bravura ma in funzione della sola appartenenza o estraneità alle baronie del mondo dello spettacolo, Bondi vuole essere per la SIAE quello che Craxi fu per Berlusconi: il legislatore che non legifera nell'interesse dei cittadini, ma in quello degli interessi corporativi, per permettere loro di continuare a perpetrare un modello perdente che gli adattamenti evolutivi del mercato, favoriti dalla rete, premono per modificare e rendere più aperto e democratico. D'ora in poi se acquisterete telefoni cellulari, hard disk, chiavette e qualsiasi dispositivo contenente una memoria ram, pagherete senza saperlo una gabella significativa e proporzionale alla dimensione in gigabyte della memoria fisica disponibile. Perchè? Perché si presuppone che la userete per farvi copie private di film e brani musicali. Non importa se usate la ram del vostro apparecchio per conservare documenti importanti, le foto di vostro figlio o i filmini delle vacanze: dovete pagare, siete pirati, siete criminali, per voi la presunzione di innocenza non vale. In tempi nei quali la quantità di memoria disponibile aumenta vertiginosamente di mese in mese, diventando nel contempo via via sempre più conveniente da acquistare, Bondi è il primo caso al mondo di Ministro che vuole penalizzare l'innovazione, per dirla con le parole di Confindustria.
Adesso basta. Io voglio vivere in un paese dove il mio Presidente parla al paese attraverso YouTube e non disabilita i commenti, perché un Presidente della Repubblica deve avere desiderio di sapere cosa penso. Voglio vivere in un paese dove posso ricevere gli aggiornamenti Twitter dai parlamentari, dove i ministri hanno un blog e dialogano sulla rete, dove le campagne elettorali si fanno sui social network, alla pari, senza il rischio che i grossi monopolisti dell'informazione partano con un serbatoio di consensi illimitato e immeritato, in una competizione sleale e antidemocratica che privilegia faccendieri e trafficanti di organi istituzionali a discapito di chi ha davvero le idee per cambiare questo paese. Voglio vivere in un paese dove la banda larga è considerato un diritto fondamentale di ogni cittadino, elevandola a diritto costituzionale, come è avvenuto in Francia, come è avvenuto in Finlandia, come è avvenuto in Spagna e in Germania. Voglio vivedere in un paese dove la gente guarda meno la televisione e naviga di più, leggendo e informandosi in rete. Come in America, dove un ultrasettantacinquenne su 4 legge e si informa sui blog. Come in America, dove non importa quanti gruppi aperti da buontemponi in vena di triviale goliardia inneggino all'eliminazione fisica del Presidente, perché Obama non si sognerebbe mai di andare alla CNN a dire che Facebook deve essere chiuso. Come in America, dove a giugno 2009 la percentuale di penetrazione della banda larga nella abitazioni residenziali era superiore al 26%, contro un 19% italiano che ci colloca al 22° posto della classifica dei paesi OECD. Sì, come in America.
Per questo io, voi, noi tutti andremo davanti all'ambasciata americana, a piedi nudi, incatenati, battendo i piedi per terra al suono dei tamburi, a passo di schiavo, reggendo tutti insieme un unico enorme striscione:
Mr. President, help internet in Italy
|
|
|
19 gennaio 2010
Il "TRILEMMA"
Chiamparino, Bresso e il problema dei comunisti il “trilemma” sulla questione Tav

È facile fare i froci col culo degli altri così com’è facile essere coerenti quando in ballo c’è il posto di qualcun altro. Una battuta maligna che girava ieri sera a Palazzo Civico, ma che riassume bene quanto sta accadendo nel Pd in piena bufera TAV e a poche settimane dalle elezioni regionali. Il sindaco Sergio Chiamparino, che da tempo ha escluso la sinistra comunista dalla propria coalizione, ora chiede che il Pd in Regione faccia lo stesso: «No ad accordi con loro - avvisa -, neppure di tipo tecnico ». Mercedes Bresso, alle prese con una riconferma presidenziale che si preannuncia difficilissima, sta facendo l’impossibile per garantirsi il maggior numero di voti a disposizione. E di conseguenza risponde picche: «Non capisco quale sia il problema nel discutere un’ipotesi tecnica con una forza assieme alla quale stiamo governando con profitto e dalla quale ci dividono alcune idee - infatti abbiamo rinunciato all’accordo di governo - e non un abisso».
Il punto è che la Zarina con i comunisti ci è sempre andata d’accordo, non che ci sia qualcosa di male o di sbagliato a prescindere, figuriamoci se poi questi gli consentono di mantenere il culo ben ancorato al cadreghino, e chi se ne fotte se il Piemonte e Torino non potranno godere di nessun beneficio, la cosa che più interessa alla Bresso e che i benefici li abbia lei.
La poveretta pur di avere il cadereghino ha già dovuto digerire un’alleanza con l’Udc in cui almeno inizialmente non credeva e soprattutto sa che lo spicchio di voti che garantiscono Rifondazione e Pdci (al massimo il 3 per cento secondo i sondaggi) può risultare decisivo nella conta finale. Infatti sta lavorando con la Federazione della sinistra per un accordo tecnico, magari da perfezionare all’inizio di febbraio, una volta assopiti i clamori delle trivelle: i comunisti non firmeranno il programma e rinunceranno a presentare un proprio candidato presidente (evitando di portare via preferenze) in cambio della sicurezza di uno-due posti fra liste e listini, ecco con cosa barattano il futuro dei torinesi e migliaia di posti di lavoro, se penso che c’e’ gente che ancora da il proprio voto a queste merde mi viene male. Pd e soci non concederanno loro assessorati ma dovranno accompagnarsi con un alleato che, in clima di manifestazioni pro Tav, è eufemistico definire scomodo. E così Bresso è pronta ad andare avanti a dispetto di tutto: «La Federazione della sinistra non farà parte della coalizione di Governo. Sull’accordo tecnico eventuale, sceglierò insieme alla coalizione la strada da seguire. Dall’altra parte, non dimentichiamolo, c’è una coalizione fortemente sbilanciata a destra, con la Lega e La Destra che esprimono posizioni estremiste. E poi sulla Tav questa amministrazione ha compiuto atti sempre coerenti con la volontà di realizzare l’opera, senza alcun indugio». L’avvertimento di Chiamparino, ribadito ieri mattina al Circolo dei Lettori, batte sul punto debole di questo accordo: chi vota capirà? «Bisogna stare molto attenti a fare alleanze con queste forze - spiega il sindaco -, perché il rischio è che, anche se hanno carattere tecnico, agli occhi dell’elettore medio non appaiano tali. È un rischio che va evitato».
A sinistra l’uscita non è stata presa bene. ”Chiamparino ha l’incubo dei comunisti, replicano i segretari di Prc e Pdci, Armando Petrini e Vincenzo Chieppa - davvero strano e addirittura paradossale per un comunista avere certi tipi di incubi -. Non si rende conto che non è solo la Federazione della sinistra ma è un’intera valle a non volere la Tav e a opporsi alla sua realizzazione. Un interrogativo ci assale: ma Chiamparino vuole davvero la vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni regionali”..
E se Chiamparino avesse optato per la vittoria del Piemonte, di Torino e dei suoi lavoratori?
Ai piemontesi quando andranno a votare, chiedo solo una cosa di stare bene attenti a cosa votano e soprattutto a chi votano.
|
|
|
17 gennaio 2010
Intanto...Paga Pantalone
I VIAGGI DEL SINDACO DI BOLOGNA E CONSORTE

Insieme al nome del sindaco di Bologna, Flavio Delbono, adesso c’è anche quello della sua ex compagna ed ex segretaria, Cinzia Cracchi, la donna che ha innescato il caso battezzato, appunto, Cinzia-gate. Entrambi sono iscritti nel registro degli indagati per peculato e abuso di ufficio, per un presunto uso di fondi pubblici a fini privati.
Secondo le accuse lanciate in campagna elettorale da Alfredo Cazzola, sindaco ed ex moglie viaggiarono insieme a spese della Regione. Quei viaggi oggi sono sotto la lente degli inquirenti, in particolare, quelli in cui la Cracchi partecipò non per lavoro e non nella veste di segretaria di Delbono, ma mentre era in ferie, in particolare riguardano viaggi fatti a Londra, Pechino e New York tra il 2004 e il 2005.
Accuse accolta dal giudice Giorgio Floridia che riaprono un’inchiesta chiusa con una richiesta di archiviazione e ritenuta per molti versi lacunosa, la Procura, nelle persone dell’aggiunto Massimiliano Serpi, già contitolare del primo fascicolo, e del pm Morena Plazzi, dovrà ora passare in rassegna tutte le trasferte cui Delbono e Cracchi presero parte quando l’attuale sindaco era il numero due di Vasco Errani. Nella prima inchiesta, Serpi e il pm Luigi Persico conclusero che tutte le missioni si erano svolte con regolarità, ma il gip chiede di guardare con più attenzione a quelle missioni dove Cinzia Cracchi partecipò in veste privata. Viaggi, da lei, citati davanti ai pm lo scorso giugno — 3 giorni a Londra, una settimana a New York e una decina di giorni a Pechino — ma che «non compaiono nella richiesta di archiviazione», come fa notare l’avvocato, Bruno Catalanotti, difensore di Cazzola. I pm conclusero che i due avevano partecipato a poche missioni insieme e quasi tutte in Italia, giustificate da esigenze di lavoro a prezzi “irrisori”, massimo 122 euro.
«Ho accompagnato Delbono in missione risultando in ferie, pagava sempre tutto lui ma non so se i soldi li mettesse di tasca propria oppure in conto alla Regione», ha dichiarato ieri Cinzia Cracchi. È verosimile che l’integrazione di documenti chiesta da Floridia riguardi soprattutto questi casi. Lo suppongono anche l’avvocato di Delbono, Paolo Trombetti, e quello di Cracchi, Guido Clausi Schettini.
Per il gip i documenti fatti arrivare in Procura dalla Regione non erano affatto sufficienti a chiarire il quadro e i pm avrebbero dovuto pretendere più «carta»: ricevute, distinte e dettagli delle spese. Come avrebbero dovuto, sempre ad avviso del giudice, chiedere a Cracchi di colmare le zone d’ombra del suo racconto.
Il sindaco continua a non commentare, è il suo legale a parlare per lui. Le spese dei viaggi fatti da Cracchi mentre risultava in ferie? «Escludo in modo categorico che la Regione abbia pagato per lei trasferte non di lavoro — sostiene Trombetti — e sono certo che Delbono i soldi li abbia messi di tasca sua». (C.O.C.) NOTIZIE CORRELATE
|
|
|
14 gennaio 2010
Una tragedia senza dei
"Che il mondo sia destinato a esaurirsi nel 2012, come previsto dalle profezie Indù e dai Maya, è certo. Forse non arriverà la glaciazione né il caldo che squaglia, non collasserà su sé stesso, né imploderà, né esploderà, né svanirà in pulviscolo. Cesserà semplicemente e definitivamente di essere mondo e diventerà immondo".
Una tragedia senza dèi
Proseguite nei toni misurati delle analisi? Nei mea culpa dall’afrore di sindacalese? Trovate spiegazioni razionali e giustificazioni realistiche all’orrido di Rosarno? Ma che cosa siete? Inguaribili ottimisti? Innamorati della decomposizione? Idioti come il Galileo (cfr. Nietzsche, L’anticristiano)? Ipocriti fino ad abbattere ogni ritegno, fino a predicare la relatività pure dei colori primari? Miserandi tanto da salutare con gioia e sollievo il caos che monta, la desolazione che dilaga, l’eruzione del mostruoso? Vi inorgoglite della vostra cautela, della vostra recita di equanimità? Dell’accorta ragionevolezza con cui descrivete le dinamiche e i presupposti sostanziali di questo incubo tetro? Ma quali dinamiche! Ma quali presupposti! L’incubo è tale da divorare tutto, ogni ragione, ogni concatenazione causale, ogni argomentare. Come il mito irride le scansioni temporali e le contraddizioni logiche, così l’incubo le annulla. C’è l’orrore ed è tutto. L’orrore che invade i singoli e la storia, che prende il posto della parola, che si insinua nel sangue. Lo spettacolo di Rosarno è orrore puro. L’Europa tramonta per una derrata di arance. E’ presa dai pomodori, dal sughetto per la pasta. E’ battuta e abbattuta dai pelati (in concorso con i prelati). Questi due benefici concentrati di vitamine, arance e pomodori, ora ci avvelenano. Gli italiani li hanno snobbati ed essi hanno attirato altre specie di uomini, che incrociano la nostra via e vogliono farci fare i conti con la loro rabbia, con le loro voglie di spartire il bottino barricato nelle banche europee. Che sono più energici di noi, più semplici, più poveri, più istintivi, più brutali. Non hanno mica ritegni pietistico-umanitari, loro. Non patiscono la noia e la depressione. Non si fiaccano giocando ai videogame, sciroppandosi superalcolici, gonfiandosi di birre. Non vanno a scaricare i nervi allo stadio, non sono cresciuti negli oratori e appesi ai cartoni animati sdolcinati made in USA, tra una maratona Telethon e un banchetto animalista, non si sono rimbecilliti leggendo romanzi e saggistica ‘rosa’ e andando a scuola a fraintendere Terenzio (”homo sum: nihil humani alienum a me puto“) e Seneca (”servi sunt: immo conservi“). Vincerà il più forte e loro sono indubbiamente i più forti. O i più brutali. Si prenderanno tutto. Altro che integrazione! Altro che accoglienza! Altro che tolleranza! I ruoli si rovesceranno. L’umanità non è un sistema stabile. Qui, pochi sanno ancora battersi e pure su quei pochi piove il fuoco ‘amico’, il fuoco connazionale di giornalisti e politici benpensanti. Hanno già capito chi uscirà vincitore, gli sgamati, e fanno la vocina flautata ai padroni del futuro.
Prima o dopo, il progresso doveva smettere di progredire. Troppo velocemente si affrettava nella direzione dell’unica certezza democratica, la morte. Peccato che il baratro finisca per sprofondare pure l’Iliade, l’umanesimo di copisti e filologi, gli universi figurativi fondati sul rapporto aureo, le armonie del gregoriano, le guglie e le figure-giglio del Gotico europeo, secoli di versi perfetti, di invocazioni celesti, di tentativi di assoluto, di incursioni nell’essenza, di investigazioni del miracolo del “grande stile”, di cavallerie per sottrazione (digiuni mistici e disciplina miliziana), di cavallerie per sovrabbondanza (campagne di conquista e dionisismo artistico), di Veneri botticelliane e amor cortese (già imbastardito, in verità, dalla troiaggine novella).
No, non ci sono parole, analisi, ragioni, scuse. Solo l’orrore per la recita ripugnante di una tragedia senza dèi.
P.S. Dopo l’evocazione apocalittica, un doveroso, necessario memento: “Il conflitto razziale per l’alluvione di centinaia di milioni di immigrati extraeuropei sarà nei prossimi anni il dramma vitale dei popoli europei, quindi pure del popolo italiano. Allora conosceremo davvero la ’società’ multirazziale: la rovina e il disastro delle comunità nazionali europee, disfatte dalle lotte razziali tra noi e gli invasori extraeuropei.
Connazionali, l’immigrazione di oggi provocherà domani, sulla nostra terra nazionale, disgregazione sociale e segregazione razziale.
Contrastiamo adesso l’immigrazione per salvaguardare domani la nostra comunità etnica.” Adesso era il 1990, massimo il 1993, perché poi venne la galera ad archiviare questi buoni propositi. Il testo era di un manifesto del Fronte Nazionale (ora in F.G. Freda, I lupi azzurri). Connazionali, dov’eravate allora? Inguaribili ritardatari che siete!… (www.cultrura.net)
| inviato da C.O.C. il 14/1/2010 alle 17:9 | |
|
|
|
12 gennaio 2010
DIALOGHI RIVOLUZIONARI
Andavano già avanti da un pezzo, sfottendosi a vicenda…

“Sì, sì, te lo ridico… – è col S.Pietrino che si fa la storia”… “Ma che stai a dì, ma quando mai? E’ ‘r Mattone l’eroe delle rivolte, da sempre e da prima!” … “Come no, ma certo, infatti c’eri te nel maggio… “Hai voja che c’ero! In quello ed in altri” … “Ma smettila dai! Se ti arronzano distante ti frantumi, ti sbricioli… che non c’hai il fisico!”… “Non c’ho er fisico? Ma Statte zitto santone, che t’hanno bitumato dappertutto!”… “Sì, sì m’avranno anche bitumato ma io son sempre lì a portata di mano”…
Il S.Pietrino ed il Mattone si fissarono, silenti. Solo a quel punto si resero conto che da tempo non si vedeva in giro l’ombra di una mano.
Era tardi, erano stanchi, si rivoltarono per terra e sbuffarono.
(anonimo)
www.mentecritica.net
| inviato da C.O.C. il 12/1/2010 alle 21:2 | |
|
|
|
10 gennaio 2010
Islam, apertura ufficiale della stagione di caccia
Dal 6 gennaio scorso in tutto l'islam, si e' aperta ufficialmente la stagione di caccia, al cristiano!
Questo è il terzo articolo della serie e lungi da me il voler fare una campagna xenofoba, razzista o religiosa, chi mi conosce sa bene che non credo e non pratico nessuna confessione religiosa, anzi che sarei molto propenso all'abolizione delle religioni se non fosse che comprendo la necessita, per alcuni individui, di scacciare le proprie paure, di vincere i propri timori, cercando rifugio in qualcosa d'immaginario, pensando che solo seguendo i precetti religiosi avranno salva la vita, non questa ovviamente. Cioè credono che avranno accesso alle verdi praterie, ai campi elisi, al valhalla, al paradesha, ai giardini dell'eden, alla janna, allo sheol, al nirvana e chi più ne ha più ne metta, solo ed esclusivamente chi segue i precetti del proprio capo religioso e/o che con cuore punto chiede perdono al suo dio, cose molto piu' semplici da fare che non fare il proprio dovere di uomo e agire in armonia con la natura rispettandola e rispettando il prossimo suo, lavorando, faticando, lottando e magari morire combattendo per il bene suo, dei suoi figli, della sua terra e della sua Nazione (= Popolo + Patria).
 L'immigrazione non la si subisce passivamente, la si può e la si deve regolare con leggi giuste ed eque, sia per chi la subisce sia per chi la esercita
Chi mi conosce sa bene che, non sono razzista, xenofobo o quant'altro, ma sono per l'autodeterminazione dei popoli e che questa non può prescindere dalla loro libertà economica, politica e militare. Ma non posso tollerare che a causa di alcuni sconsiderati perbenisti, benpensanti e dal pensiero politically correct - per comodità mia li chiamerò semplicemente : "coglioni" -, io, la mia famiglia, i miei cari, i miei amici, un domani possiamo correre dei rischi, solo perché qualche "coglione", pensa che il mondo sia una grande casa dove tutti possono vivere in perfetta simbiosi ed armonia, non posso tollerare che a causa di qualche coglione, preso da smanie di protagonismo non sapendo quello che dice e fa, dia modo a certa gente di occuparci silenziosamente, facendo perno sui buoni sentimenti delle persone e dei coglioni, spacciandosi per quello che non sono e cioè dei tolleranti, dei liberali, dei democratici. Questa gente sa piangere, sa chinare il capo, sa aspettare, sa che se non sarà lui sarà qualche suo discendente ad occupare e a comandare in Italia in Europa e nel mondo.
Il perché di questi articoli e' presto detto, sono il frutto di una domanda che, lubranescamente, mi e' sorta spontanea.
Perché dobbiamo essere tolleranti fino all'accondiscendenza, nei confronti di chi tollerante non è, di chi, a casa sua, ci perseguiterebbe, senza farsi nessuno degli scrupoli che ci facciamo noi, o sarebbe il nostro peggior aguzzino e non penserebbe due volte a farci del male, non tanto per il gusto di farlo, forse, quanto perché ha un dio che gli promette la salvezza dell'anima e la vita eterna, se lo fa?
L'islam non e' una religione tollerante in quanto, la lettura, molto si basa sull'interpretazione personale del muslim di turno. L'islam non e' una religione affidabile perché le scuole coraniche non predicano tutte la stessa cosa - c'e' quella che predica amore ma c'e' anche quella che predica odio. L'islam e' una religione fatta da un ignorante - il loro profeta non sapeva ne leggere ne scrivere, ma che seppe discernere, in quel tempo, cos’era bene o cos’era male- , per gente ignorante, beduini, carovanieri, cammellieri, pastori, nomadi, l'islam e' stato creato per dare a queste genti delle regole che, per quanto possano sembrare arcaiche e tribali, già allora erano progressiste, - e' fuori dubbio che, con l'entrata in vigore delle leggi coraniche, molte cose cambiarono presso quelle tribù specie per le donne - peccato che erano regole che se 1400 anni fa potevano avere un valore, oggi, non potendo essere rinnovate, non solo sono arcaiche e retrograde ma, in una civiltà più evoluta, risultano essere deleterie, non tanto per i beduini stessi, quanto per noi che ci troviamo nostro malgrado a doverne fare i conti.
Quali possono essere i rimedi, fermo restando che si deve rimanere nei canoni del reciproco rispetto, della libertà e dell'ordine pubblico?
Personalmente e a mio modesto parere, ho tirato giù 9 punti per una legge , giusta, dignitosa, paritetica e liberale, che non riguarda solamente il problema islamico ma comprende tutte quelle realtà soggette al fenomeno immigrazione
1) no all'immigrazione clandestina, i clandestini saranno rimpatriati a spese loro, se non hanno soldi per pagare pagheranno con il lavoro presso colonie penali, in lavori di pubblica utilità, al raggiungimento della quota necessaria per il rimpatrio il clandestino sarà riaccompagnato nel suo paese di origine
2) apertura di uffici di collocamento nelle ambasciate e nei consolati italiani, chi verrà in Italia avrà da subito una vita dignitosa, avrà diritto alla casa, all'istruzione, all'assistenza sanitaria e alla pensione non che a tutti i diritti di un cittadino italiano potrà così formare una famiglia, i suoi figli godranno del doppio passaporto e saranno cittadini italiani fino alla maggiore età, o se studiano con profitto fino al conseguimento del diploma o laurea, dopo di che dovranno scegliere la propria nazionalità .
3) la libertà religiosa e di culto è garantita avrà come unico vincolo la lingua, non saranno tollerate nelle chiese, nelle sinagoghe e nelle moschee letture o messe che non siano in lingua italiana.
4) apertura di scuole multirazziali, multietniche e multilingue, con insegnanti madrelingua dove l'Italiano sarà la seconda lingua parlato oltre a quella di appartenenza
5) no al diritto di cittadinanza agli stranieri, ne potranno fare richiesta solo quegli stranieri che arrivati alla pensione decideranno di rimanere in Italia (in alternativa si possono studiare misure meritocratiche)
6) i cittadini stranieri che hanno finito il loro ciclo lavorativo, hanno 60 giorni di tempo - 6 mesi per chi ha maturato il diritto all'assegno di disoccupazione-, per trovarsi un altro lavoro o in alternativa tornare al loro paese d'origine, passato detto termine scatta il reato di clandestinità.
7) i cittadini stranieri non possono essere assunti per periodi inferiori all'anno, le aziende che risultano inadempienti pagheranno i contributi per l'anno solare intero. Le aziende che assumono personale extracomunitario in nero saranno espropriate e con esse tutti i beni siano essi mobili o immobili. Le aziende espropriate saranno affidate a un commissario e verranno socializzate, i beni confiscati saranno invece usati per la costruzione di nuove unità abitative da assegnare ai nuovi extracomunitari
8) I cittadini stranieri il cui comportamento contrasti con le leggi, la morale e l'ordine pubblico del paese verranno rimpatriati a loro spese, nel caso di fatti delittuosi gravi pagheranno con pene detentive senza sconti e benefici di legge, al termine del periodo di detenzione per il reato ascritto, verranno rimpatriati ma solo dopo aver pagato le spese dei danni causati
9) apertura di un ministero per immigrati, questo ministero sarà presieduto da un immigrato eletto democraticamente da rappresentanti delle comunità e a loro volta eletti democraticamente dagli immigrati stessi e sarà senza portafoglio, ai rappresentanti verrà riconosciuto uno stipendio pari a quello di un qualsiasi operatore statale, questo ministero sarà supervisionato da un commissario, italiano.
Sono convinto che, in questo modo, lo Stato possa risparmiare un sacco di soldi in materia di sicurezza, che le forze di polizia del Paese, possano così dedicarsi con maggior profitto al controllo del territorio e in maniera più capillare, che i cittadini italiani non sentano più su di essi il peso della paura, che la xenofobia venga sradicata definitivamente, che i partiti xenofobi non abbiano più un humus dove affondare le proprie radici - di conseguenza i partiti antagonisti non avrebbero più ragione di esistere non avendo nessuno da combattere -, che la convivenza con lo straniero diventi un punto di confronto e di arricchimento culturale, senza dover cambiare loro ma sopratutto senza dover cambiare noi. La grandezza di ROMA consistette nel saper amalgamare le varie culture senza snaturare quelle esistenti, ROMA funzionava come una spugna assorbiva tutto quanto c'era di meglio da tutti e lo metteva al servizio di ROMA
|
|
|
9 gennaio 2010
La tolleranza degli intollerati
Persecuzioni e attentati contro i luogi di culto In Libano l'avvertimento del capo di Hezbollah

Minacce, attentati, discriminazioni
Una persecuzione che investe i cristiani in molte parti del mondo. Non solo in Egitto, dove giovedì hanno fatto strage di cristiani copti che uscivano dalla messa di Natale, ma in molte parti del mondo, dall'Iraq al Pakistan, dall'India alla Nigeria, dal Vietnam alle Filippine, sono numerosi i casi di violenze contro i cristiani, anche se i motivi religiosi si intrecciano spesso con altri, legati a rapporti personali, politici o semplici intenti criminali. E ieri la notizia delle chiese incendiate in Malaysia. Un vero e proprio progrom contro i cristiani. Quattro chiese sono state attaccate con ordigni incendiari, proteste di musulmani che minacciano azioni di forza contro la minoranza cristiana. All'origine dei disordini c'è l'uso della parola «Allah» da parte dei cristiani, in un caso giudiziario che nelle ultime settimane ha riportato a galla le tensioni latenti tra le diverse comunità etnico-religiose. In Egitto tre persone sono state arrestate dalla polizia egiziana, sospettate di essere gli autori dell'attacco alla chiesa copta di Nag Hamadi. In Iraq, il 15 dicembre scorso, poco prima del Natale gregoriano, con alcune autobomba esplose fuori da chiese di Mossul e alcuni omicidi avvenuti in circostanze poco chiare. Nella stessa zona, l'anno prima, oltre 40 cristiani erano stati vittime delle violenze degli estremisti sunniti sempre nella zona di Mossul e circa 12 mila di loro avevano abbandonato la regione per trasferirsi altrove. Tragiche, secondo un comitato che ha lanciato recentemente una petizione internazionale, le conseguenze della legge antiblasfemia in Pakistan, costate la vita a molti esponenti di fede diversa da quella islamica. La paura si tocca con mano, tanto che il 40% di persone in meno hanno partecipato alle celebrazioni natalizie, nonostante le severe misure di sicurezza. In Libano dove non si registrano violenza ci sono invece le velate minacce di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah che dopo Natale ha rivolto un mnonito ai cristiani del Libano invitandoli a rivedere certe scelte politiche. «Voglio rivolgermi ai cristiani del Libano - ha detto Nasrallah - Noi siamo uomini pazienti, pronti a sacrificarci. Uomini leali. Non possiamo essere provocati. Cristiani imparate dala situazione in Iraq dove neppure il potente esercito americano riesce a proteggere i cristiani».
|
|
|
9 gennaio 2010
ai pensabenisti sull'Islam

di Giovanni Sartori
Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera). Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale. Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza. Il che mi ha spaventato.
Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici.
Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani». In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni » (Mondadori, 2008).
Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture. Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento. Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?». Ovviamente non lo penso. Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.
Ultima perla. Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera. No. A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80). Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è.
Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano. Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento.
Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà.
Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.
|
|
|
7 gennaio 2010
L'Epifania, da festa tradizionale...
a festa del consumo, sempre piu' spesso usiamo le cose senza porci troppe domande, senza domandarci perche', da dove o come arrivano, senza chiederci se quella determinata cosa, nella fattispecie una ricorrenza, ha qualcosa da insegnarci. Meccanicamente, usiamo, consumiamo, spechiamo, non ci informiamo. Immancabilmente, deturpiamo, inquiniamo, distruggiamo...
 LA BEFANA
L' Epifania, festa che in olandese è nota come "het feest van de drie Koningen". In effetti la parola epifania deriva dal latino "epiphania(m)", che a sua volta deriva dal greco "tà epiphan(e)ia" e che significa "le manifestazioni della divinità". Nella liturgia cristiana passò a significare "la manifestazione di Gesù agli uomini come Messia", e secondo un'antica tradizione Gesù apparve agli uomini come Figlio di Dio nel medesimo giorno (6 gennaio) ma a distanza di anni, con tre episodi miracolosi: con la stella che guidò i Re Magi, con il battesimo nel Giordano e con la trasformazione dell'acqua in vino nel giorno delle nozze di Cana. Originariamente la Chiesa celebrava questi tre miracoli nel giorno dell'Epifania, ma con l'andar del tempo la festa dell'Epifania finì col ricordare solo la venuta e l'adorazione dei Re Magi, proprio come si ritrova nella traduzione letterale olandese.
Ma che cosa ha a che vedere l'Epifania con la Befana? La risposta è molto semplice: Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania. Si può dire, che "Epifania" fu quasi sempre e solo il nome letterario della festa, il nome colto e poco usato; nel corso del tempo la parola si trasformò, si deformò nei vari dialetti. Così i toscani chiamarono l'Epifania "Befania", i romani la dissero "Pasqua Befania", i pugliesi "Pasqua Befanì", i calabresi "Bifania" o "Bufania", i bolognesi "Epifagna", e così via.
Già gli antichi Romani celebravano l'inizio d'anno con feste in onore al dio Giano (e di qui il nome Januarius al primo mese dell'anno) e alla dea Strenia (e di qui la parola strenna come sinonimo di regalo). Queste feste erano chiamate le Sigillaria; ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d'argilla, o di bronzo e perfino d'oro e d'argento. Queste statuette erano dette "sigilla", dal latino "sigillum", diminutivo di "signum", statua. Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti. Questa tradizione di doni e auguri si radicò così profondamente nella gente, che persino la Chiesa dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina. Nel Medioevo, periodo ricco di racconti demoniaci e di magie, si dà molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, un periodo di dodici notti dove la notte dell'Epifania è anche chiamata la "Dodicesima notte". È un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne. Nell'antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All'inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana! Diana, da buona dea della fecondità diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne stimola la fantasia superstiziosa dei popoli contadini. Di qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe. E così presso i tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud, diventa Frau Berchta. Entrambe queste "Signore" portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento. Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle "signore della notte", le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati.
Strenia, Diana, Holle, Berchta,... da tutto questo complesso stregonesco, ecco che finalmente prende il volo sulla sua scopa una strega di buon cuore: la Befana. Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone. Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell'antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda; una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta. Ancora oggi un po' ovunque per l'Italia il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene qualche volta bruciata... In molte regioni italiane per l'Epifania si preparano torte a base di miele, proprio come facevano gli antichi Romani con la loro focaccia votiva dedicata a Giano nei primi giorni dell'anno. Come Frau Holle e Frau Berchta, la Befana è spesso raffigurata con la rocca in mano e come loro protegge e aiuta le filatrici. Nella Befana rivivono, quindi, simbolicamente culti pagani, antiche consuetudini, tradizioni magiche precristiane.
Dove e quando nasce la Befana? Il "fenomeno Befana" è diffuso un po' dovunque in Italia e non è possibile stabilire con precisione dove sia nato di preciso, né quale città o regione abbia dato i natali alla Befana; certo è che nei secoli che vanno dal XIII al XVI la Befana non è ancora una persona, è solamente una festa, una delle feste più importanti e gioiose dell'anno: canti, suoni, balli, fuochi artificiali, cortei, giostre, una baldoria che coinvolge tutte le classi sociali.Vi partecipano nobili e plebei, uomini e donne, che, tra le varie cose, celebrano in questo giorno anche il genere umano o meglio l'uomo, il primo uomo, che secondo la tradizione biblica era stato creato nel sesto giorno, data che coincideva e ricorreva con il sesto giorno del nuovo anno. Nel tardo '500 si comincia a parlare di Befane, come figure femminili che vanno in giro di notte a far paura ai bambini, ma sono sempre più di una. Alla fine del '600 ne restano ancora due, una buona e una cattiva, la stessa Accademia della Crusca ne fa menzione (1688). È curioso come questo dualismo resti ancor oggi radicato nell'idea che la Befana porta regali ai bambini buoni, ma cenere e carbone a quelli cattivi.
Come è l'aspetto fisico della Befana nell'immaginario collettivo? È una strega, e come tale è brutta, vecchia, deforme, magra magra, direi quasi stecchita, ripugnante e ridicola al tempo stesso. I capelli, bianchi, arruffati e stopposi incoronano un viso coperto da fuliggine, visto che entra in casa dalla cappa del camino. Gli occhi sono rossi come la brace, il naso è grosso e adunco, un po' come quello del nostro Dante; la bocca è grandissima e sdentata. Indossa abiti poveri, da contadina, prediligendo quasi sempre il colore nero: una rozza sottana, un corpetto ricamato, e uno scialletto sulle spalle. Porta un ampio fazzoletto in testa, annodato sotto il mento, ma la si può anche vedere con un cappello, di strana foggia, spesso a punta, come quello di certe fate o di certe streghe. I piedi sono grossi e nodosi, calzati quasi sempre da scarpe grossolane e sempre rotte, come testimonia un canto toscano che dice:
La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte e nessun gliele ricuce, la Befana è pien di brace...
Essendo vecchissima, l'età non la si conosce, porta gli occhiali, che possono essere di diversi modelli, dipende un po' dalle regioni. Ma la caratteristica sua tipica è il suo modo di spostarsi: vola...su una scopa! che la porta dovunque, attraverso venti e bufere, di tetto in tetto, di casa in casa, portandosi sempre dietro un sacco di iuta, pieno di doni. La Befana se lo butta sulle spalle come se fosse leggerissimo, e per nulla ingombrante; più doni la Vecchia estrae dal sacco, più ne ritrova: le sue scorte sono inesauribili. E con il suo sacco entra in casa... attraverso la cappa del camino. Il camino è la sede del fuoco, il punto più vivo della casa, è il focolare che rappresenta il fulcro della domesticità, e in alcune credenze popolari, soprattutto nel meridione, è visto anche come l'apertura al trascendente. Si crederebbe che le anime dei morti, di notte, ritornino in casa attraverso l'apertura del camino. In ogni caso i bambini appendono le calze bene in vista sotto la cappa del camino, così che come la Befana scivola in casa può subito riempire quelle calze con i doni.
Originariamente, la Befana, portava doni che erano certamente modesti: arance, mandarini, fichi secchi, castagne, mele, uva secca, dolciumi fatti in casa. Col tempo e a seconda delle disponibilità finanziarie delle famiglie, i doni divennero sempre più consistenti, come giocattoli, vestiario e denaro. Nel '700 e nell'800 in molte città, come Venezia, Verona, Padova, Firenze, nascono poi vere e proprie fiere della Befana e in particolare a Roma, la cui fiera diviene famosissima e lo è tuttora. Ma la Befana non porta solo doni, porta anche...carbone! Il carbone, infatti, con il suo colore nero, simboleggia un po' il peccato, e più carbone il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l'anno!
Dopo i grandi splendori dei secoli passati, la Befana subisce un declino sempre più evidente a partire dal '900, dovuto in parte al "progresso", alla trasformazione della società da agricola in industriale, all'arrivo di Babbo Natale dall'America ... Un rilancio lo si trova negli anni Venti, grazie a Benito Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrappore a tutti gli altri miti natalizi provenienti dall'Inghilterra e dall'America. Si parla di "Befana fascista", ma non è più la Vecchia, che ben conosciamo, è piuttosto un'istituzione, un'opera di assistenza sociale rivolta alla "gioventù italiana". Con la fine del fascismo, senza più protezione di duci, regine e principesse, la Befana cade in un nuovo oblio. Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti "ponti festivi", il governo Andreotti emanerà una legge che elimina l'Epifania dal calendario civile e religioso. Ci vorranno ben 9 anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la Vecchia a nuova gloria: con decreto del dicembre 1985 il Consiglio dei Ministri reintroduce la festa dell'Epifania e la Befana può così ritornare a volare trionfante sulla sua scopa nei cieli d'Italia! Adeguandosi ai tempi moderni e consumistici, la Befana sta facendo follie in alcune località della penisola; a Recoaro Terme, per esempio, all'imbrunire della vigilia dell'Epifania si intravvedono le prime luci di una fiaccolata: è la discesa del Befanone...sugli sci, accompagnato da una lunga fila di sciatori e la festa termina la sera in piazza con un gran falò. sul quale si brucia la stria (strega). A Venezia, sul Canal Grande, il giorno dell'Epifania si svolge la burlesca regata delle Befane, dove i rematori, camuffati da Befane usano le scope al posto dei remi...A Rapallo, il Circolo Subacqueo organizza una Befana molto speciale, vestita con gli abiti tradizionali, ma emergente dal mare..., carica di doni e grondante d'acqua e attesa a riva da tanti bambini impazienti.
Insomma, la Befana rivive più arzilla che mai, nonostante o forse grazie al consumismo del ventunesimo secolo e a scuola i bambini italiani dovranno ancora imparare a memoria, come la sottoscritta anni fa, la poesia dei Giovanni Pascoli, che dice:
Viene viene la Befana, vien dai monti a notte fonda. Come è stanca la circonda neve, gelo e tramontana. Viene viene la Befana.
Tratto da un articolo di : Marisa Jansen-Miglioli
|
|
|
4 gennaio 2010
Un anno di miserie...
Nel volgere indietro lo sguardo al 2009 che sta terminando è forte la sensazione di esserci soffermati troppo spesso a guardare la pagliuzza che allignava nell’occhio altrui, senza fare più di tanto caso alla trave conficcata nel nostro.
.jpg)
di: Marco Cedolin
E’ stato l’anno della crisi economica, con il PIL di tutto l’Occidente in caduta libera come non accadeva da molto tempo. Una crisi rappresentata però dal circo mediatico con lo sguardo rivolto al paese immaginario del Mibtel e del Nasdaq e ben poca attenzione nei confronti del paese reale fatto di fabbriche che chiudono, disoccupati, famiglie ridotte sul lastrico. Una crisi, quella del paese immaginario, che nelle parole di politici ed economisti starebbe già volgendo al termine, simile ad una sfuriata temporalesca primaverile. Una crisi, quella del paese reale, che sta acuendosi sempre più, senza che si vedano i prodromi di un’inversione di tendenza, semplicemente perché nessuno si è sentito in dovere di analizzarne le vere cause (globalizzazione e modello di sviluppo) e adottare le opportune contromisure (mutamento radicale del modello di sviluppo) che sarebbero risultate politicamente scorrette e scarsamente gradite ai grandi poteri finanziari che attraverso la globalizzazione ed i licenziamenti stanno costruendo sempre nuovi profitti.
E’ stato l’anno del drammatico terremoto in Abruzzo, “usato” dal governo (che tutto sommato ha gestito discretamente la situazione) come vetrina all’interno della quale specchiarsi. E della tragica strage di Viareggio, dove decine di persone sono morte, bruciando come torce, a causa dell’esplosione di un convoglio ferroviario difettoso che durante la notte attraversava la stazione. Una strage, quella di Viareggio, presto colpevolmente dimenticata dai grandi media e dalla politica, in quanto sarebbe stato difficile spiegare agli italiani con quanto pressappochismo e mancanza di rispetto per le più elementari norme di sicurezza, viene gestito il trasporto delle sostanze altamente pericolose sulle rotaie ferroviarie. Ma anche l’anno delle frane e degli smottamenti, a cominciare dal disastro di Messina, causa della cementificazione selvaggia e dei mancati investimenti nella cura del territorio.
E’ stato l’anno della truffa della pandemia dell'influenza suina, utilizzata dai governi mondiali per ottenere un cospicuo trasferimento di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle di Big Pharma, attraverso l’acquisto di milioni di dosi di un vaccino tanto inutile quanto pericoloso, destinato ad ingrossare a breve la montagna di spazzatura che già ammorba il pianeta.
E’ stato l’anno del premio Nobel per la pace a a Barack Obama, già trasformatosi anzitempo nello scarafaggio di kafkiana memoria, pronto a spedire in Afghanistan 30.000 nuovi soldati, nonché a rinverdire l'ologramma del terrorismo per giustificare il prossimo raid americano nello Yemen. Ed è stato l’anno del massacro di Gaza, quando nel corso dell’operazione piombo fuso, di fronte al colpevole silenzio omertoso delle “democrazie” occidentali, l’esercito israeliano ha ucciso (con l’ausilio di un vasto campionario di armamenti) oltre 1400 cittadini palestinesi, in larga parte giovani e bambini.
E’ stato l’anno dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che di fatto sovrascrive le varie costituzioni nazionali, rendendole simili a carta straccia e promuove a pieni titoli l’Europa dei banchieri e dei faccendieri senza scrupoli, annientando quella dei popoli.
E’ stato l’anno di Mauro Moretti, ad delle Ferrovie, che con cadenza mensile ha inaugurato
il nuovo TAV italiano, dispensando orari di fantasia che i treni sistematicamente non riescono a rispettare e nel contempo è riuscito a far toccare alle ferrovie italiane il punto più basso della loro storia, quando durante le recenti nevicate dicembrine di fronte al collasso del sistema (ormai ridotto in condizioni disastrose) non ha trovato di meglio che consigliare ai viaggiatori di portarsi appresso coperte e panini per affrontare le conseguenze del viaggio con Trenitalia.
Ma è stato anche l’anno delle veline e di Berlusconi, della D’Addario, di Marrazzo e dello scandalo trans, del crocefisso negato nelle scuole, della soppressione di una libertà di stampa mai esistita in Italia, del best seller “Papi” di Marco Travaglio alle prese col rinnovo del proprio contratto in RAI, delle primarie del PD, della “rivoluzione viola” del NO B Day, della FIAT “eroica” che investe all’estero ma chiude gli stabilimenti in Italia, della completata metamorfosi (ancora Kafka) dell’ex camerata Fini Gianfranco da pupillo di Almirante a pupillo del centrosinistra, della statuetta del Duomo lanciata da Tartaglia sul muso del Premier, della conversione del salapuzio Berlusconi dall’amore per il proprio ego a quello per il prossimo, di Bruno Vespa che litiga con Floris, “dell’erudito” Gianni Riotta che consiglia Wikipedia come punto di arrivo dell’informazione, dei soldati italiani che oltre a fare la guerra in Afghanistan presidiano le discariche e spalano la neve a Milano e di Nichi Vendola liquidato dal PD perché non piace a Casini.
Insomma, senza dubbio un ottimo viatico per il 2010 che sta arrivando, carico di grandi problemi e altrettanti specchietti per le allodole, costruiti con lo scopo precipuo d’indurci a spostare il nostro sguardo dall’altra parte, meglio se sulla schedina del superenalotto che proprio quest’anno ha festeggiato il record d’incassi.
|
|
|
2 gennaio 2010
Quell'airone che non ha mai smesso di volare
“C’è un uomo solo al comando. La sua maglia è bianco e celeste. Il suo nome è Fausto Coppi”.
Le parole del giornalista Mauro Ferretti, sono ancora forgiate indelebilmente nel cuore di milioni di italiani.
.jpg)
" Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi. Ne avevo visti di scalatori; avevo visto Bartali, i " muli " come Martano e Pesenti, avevo visto il " camoscio " Camusso e la prodigiosa isterica " pulce dei Pirenei ". Ma, adesso, vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabile, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava su per le dure scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo ". Orio Vergani, 29 Maggio 1940
Fausto Coppi: 40 anni da uomo, 50 anni da mito
02/01/2010
di Fabiana Muceli
Il 2 gennaio del 1960 si spegne l´icona del ciclismo italiano. Mezzo secolo non sembra averne scalfito la popolarità
Caro Giovanni, ti mando due corridori. Uno, il Coppi, vincerà. L'altro farà quel che potrà. Sono le parole di Biagio Cavanna, il massaggiatore, uomo squadra di Girardengo. Da Girardengo a Coppi, da storia a storia, è il '39 quando Cavanna scrive a Rossignoli della Bianchi, scrive di un ragazzo, eccellente scalatore e forte anche in volata. Un ragazzo che spinge sui pedali come pochi. Un ragazzo che diventerà un uomo, l'Airone, capace di entrare prepotentemente nella storia del ciclismo italiano e di esserne esso stesso l'icona. Ancora oggi, a cinquant'anni dalla sua morte.
Fausto Coppi vinse cinque volte il Giro d'Italia, due volte il Tour de France, fu campione del mondo e il soggetto preferito delle cronache del nostro paese, per la sua vita tormentata e per la sua relazione extraconiugale con la Dama Bianca, Giulia Occhini, donna per cui lasciò la moglie. Fu uno scandalo senza precedenti.
Quando, grazie a Rossignoli, Coppi entra nella Legnano di Gino Bartali, il suo esordio al Giro d'Italia sorprende tutti. E' l'inizio del mito. E' qui che comincia la storica rivalità con Bartali, che divide l'Italia sportiva. C’è sangue nelle vene di Gino, mentre in quelle di Fausto c’è benzina, scrive Curzio Malaparte. Parole che rappresentano a pieno la contesa tra i due: l'immagine di Bartali, campione solare e tradizionalista, verso quella di Fausto Coppi, di idee troppo libertine per l'Italia dell'epoca.
E' il 1940. Celebre la fuga dell'Airone iniziata sull'Abetone sotto il diluvio, fuga vincente che vale la maglia rossa. In quell'anno Bartali è il campione affermato, Coppi il gregario. Ma le gerarchie sembrano saltare fin dalle prime tappe. Bartali cerca di sminuire l'avversario, insinuando che molti corridori forti in pianura abbandonano alle prime salite di montagna.
La profezia di Bartali è veritiera: all'arrivo sulle Alpi, un Coppi attanagliato dai crampi decide di abbandonare il Giro. E' qui il paradosso del fair play, della sana competizione, perché è proprio Bartali a convincerlo a proseguire. Rinfresca il compagno con della neve, usa parole dure e lo costringe a ricominciare a pedalare. Di questa rivalità rimane la celebre fotografia scattata dal fotografo della Omega Fotocronache, Carlo Martini, in cui è ritratto il passaggio di una borraccia tra i due eterni rivali. La foto diviene il simbolo della lotta sportiva, quella pulita, della sfida tra campioni di stile.
La maglia bianco-celeste, la maglia dell'Airone, sarà la maglia perennemente in testa, quella da inseguire, in fuga per un decennio. Coppi vince tutto quello che c'è da vincere, è il primo a centrare la doppietta, Giro d'Italia e Tour de France, nel 1949.
Cinquant'anni non hanno minato l'icona. Fausto Coppi rimane il campionissimo dell'epoca migliore del ciclismo. Si spegne il 2 gennaio 1960, esattamente cinquant'anni fa, per una malaria contratta in Africa e non diagnosticata. Rimane nell'immaginario la figura dell'Airone, forte in pianura, forte sui pedali, che ha vinto le tappe degli anni anche dopo la sua morte.
| inviato da C.O.C. il 2/1/2010 alle 14:40 | |
|
|
|
2 gennaio 2010
Pecunia non olet
Apple censura il Dalai Lama sugli iPhone in Cina. Bloccato sull'App Store cinese anche il leader degli uighuri

NEW YORK - La Apple ha bloccato sull'App Store cinese tutti i programmini destinati all'iPhone che riguardano sia il Dalai Lama sia il leader degli uighuri in esilio Rebiya Kader. Lo scrive l'agenzia americana specializzata in notizie tecnologiche IDG News Service.
Una portavoce della Apple, Trudy Muller, lo ha implicitamente confermato, scrivendo in una e-mail che "continuiamo a rispettare le leggi locali" e che "non tutte le App sono disponibili in tutti i paesi". Secondo l'agenzia di stampa almeno cinque App sul Dalai Lama non sono in vendita nello Store virtuale cinese. Tre di queste (Dalai Quotes, Dalai Lama Quotes e Dalai Lama Prayerwheel) sono una raccolta di testi, proibiti in Cina, del leader spirituale. La quarta, Paging Dalai Lama, informa sugli spostamenti e le conferenze del leader tibetano.
La quinta, Nobel Laureates, è dedicata ai premi Nobel, tra cui lo stesso Dalai Lama. La Apple non è la prima società americana ad accettare la censura in Cina. In precedenza lo hanno fatto colossi del web come Yahoo! e Google, provocando una ridda di critiche da parte delle organizzazioni occidentali di difesa dei diritti umani (ANSA.it)
E' un nostro preciso dovere, boicottare i prodotti cinesi e i prodotti di quelle aziende che per interessi personali o mero profitto, non esitano a calpestare i diritti e la dignità delle persone e dei popoli. (N.d.R)
|
|
|
1 gennaio 2010
Discorso d'inizio anno

|
|
|
|

|
se vuoi comunicare
con me o se mi vuoi
semplicemente insultare,
puoi farlo utilizzando
questo link


A Torino non c'è
di meglio
SEO Directory
85 VITTIME INNOCENTI
3 COLPEVOLI DI COMODO
NESSUN MANDANTE
NESSUN MOVENTE













DISCLAIMER
Previsioni Meteo

Vlad Tepesh

Crea il tuo badge
PaginaInizio.com |
|
|