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8 gennaio 2012
Beppe Alfano
La morte di Beppe Alfano, cronista solitario allaricerca della verità Tratto da:BlogSicilia Ricorreoggi l’anniversario della morte del giornalista Beppe Alfano, ucciso da uncommando mafioso la sera del 8 gennaio di 18 anni fa a Barcellona Pozzo diGotto, sua città natale.

"C'è un tempo in cui il sangue, colando, separa c'è un tempo in cui il sangue, colando, unisce" Eranoda poco passate le 10 di sera quando il cronista fu freddato con tre colpi dipistola a bruciapelo mentre era a bordo della sua auto. Alfano, corrispondentede La Sicilia,pagò con la vita il lavoro di giornalista fatto con puntiglio e spirito di denuncia,che sfociò in alcune grandi inchieste, in una realtà come la cittadinatirrenica di Barcellona Pozzo di Gotto con una spiccata presenza dellacriminalità mafiosa. Quando fuucciso Beppe Alfano non era neanche iscritto all’Ordine dei giornalisti: iltesserino gli fu riconosciuto solo dopo la morte. Nella vita era professore dieducazione tecnica in una scuola media di un paese vicino a Barcellona. Avevacominciato con le radio private alla fine degli anni ’70, a Messina, poi, neglianni ’80, le televisioni locali. Da alcuni anni era il corrispondente daBarcellona per il quotidiano ‘La Sicilia’. Politicamente, era unmilitante di destra, iscritto al Msi di Giorgio Almirante, ma per le sue presedi posizione ‘controcorrente’ era spesso in disaccordo con i vertici delpartito . La figura di Alfanoviene ricordata dal senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente dellaCommissione antimafia: “Nella provincia di Messina, cosiddetta ‘babba’ perche’allora erroneamente considerata immune dal fenomeno mafioso, Beppe Alfano –dice – svelo’ una realta’ ben diversa da quella che si voleva far credere”. “Nei suoi articoli enelle sue inchieste giornalistiche – prosegue Lunia – racconto’ la presenza diconsorterie criminali e collusioni mafiose con il mondo delle istituzionilocali e degli affari che condizionavano la vita politica, economica e sociale.Una scelta coraggiosa che Alfano fece per amore del giornalismo e della suaterra, quando scrivere di mafia voleva dire guadagnare una miseria e allostesso tempo rischiare la vita”. “Beppe Alfano –aggiunge Lumia – sapeva che per combattere la mafia bisognava renderla visibileai cittadini, chiamarla per nome, spiegarne gli effetti nefasti sulla vita deicittadini e delle imprese. La sua testimonianza e’ un faro per chi vuoleintraprendere e per chi svolge l’attivita’ giornalistica, ma anche un esempiodi coraggio e di liberta’ per tutti”.
| inviato da C.O.C. il 8/1/2012 alle 13:2 | |
6 gennaio 2012
"La mafia è una montagna di MERDA"
Peppino Impastato, un siciliano libero
Ha dimostrato che è possibileribellarsi, cambiare strada, non abbassare la testa e muovere altre coscienze PeppinoImpastato avrebbe compiuto 64 anni, oggi. E’ morto ad appena trenta. Non erasolo un attivista, un giornalista (tessera abbondantemente postuma) e uncittadino. Che già basterebbe. Era un siciliano libero. In Sicilia. Non è maitroppo tardi per conoscere la sua storia. Ammazzato dalla mafia, fatto saltarein aria sulla linea ferroviaria tra Cinisi e Palermo, la notte del 9 maggio1978. Hanno provato anche ad infangarne la memoria, depistando le indagini.Folle, esaltato, terrorista dicevano subito dopo la sua morte, fatta passareper un mancato attentato che stava preparando. Terrorista poi, un uomo così,non poteva proprio essere, lui che il terrore lo combatteva. Guardandolo infaccia. E’questo della storia di Peppino Impastato che non va maidimenticato. Lui provava disgusto per la mafia e per un sistema vigliacco chebasa il suo potere sulla violenza, la sopraffazione e il compromesso. E queldisgusto, l’ha urlato per quindici anni dal portone accanto, dal balcone difronte e dalla piazza principale di un paese, Cinisi, di settemila animeassopite dalla mafia. Raggiungendole tutte, dentro le loro case. Recapitando,puntuale, il disprezzo per un sistema malato di cui anche lui era figlio. Ma dicui non sarebbe mai stato padre. Ha dimostrato che è possibile ribellarsi,cambiare strada, non abbassare la testa e muovere altre coscienze. Che è possibilesapere da che parte stare. E starci. Peppino Impastato combatteva la violenzacon l’informazione. Ha insegnato che per cambiare le cose devi iniziareinformando la gente. E’per questo che ha fondato un giornale (L’idea socialista),ha aperto un circolo culturale (Musica e cultura) e ha messo in piedi una radio(Radio Aut). Perché la sua battaglia contro il malaffare e le ingiustizie, nonè mai scesa a compromessi neanche dopo la morte del padre, legato al bossmafioso Gaetano Badalamenti. Ci sono voluti 24 anni perché «Tano Seduto» - comelo soprannominava - venisse condannato come il mandante dell’omicidio diPeppino. Un uomo così, vigliacco, non lo era di certo. Un uomo così erairrequieto, se mai. Che non lo etichettavi con nessun partito, anche se un partitoalla fine aveva scelto, per candidarsi come consigliere comunale. Un uomo così,era geniale a tal punto che il momento più alto della sua battaglia è stata unarisata. Mettere in ridicolo persone che basavano la loro forza sullarispettabilità, era una cosa che mai nessuno si era sognato di fare. Un uomocosì è stato tante prime volte nella sua vita. La campagna per l’acqua, peresempio. Manoi siamo un popolo che dimentica la storia. O che forse non ama impararla. «Prima di essere unoppositore e in seguito una vittima della mafia, è stato una specie disuperstite, uno dei pochissimi che, pur facendone parte per nascita e perdestino, è riuscito a uscire moralmente indenne dalle sue maglie, a passare latrincea e a schierarsi dall’altra parte». Questo dice di lui suo fratelloGiovanni. Sul corso di Cinisi, dal 2005, è aperta Casa Memoria. Un «luogo didivulgazione della verità e della cultura, un avamposto della resistenza controil potere e contro la mafia». Da quel portone, da quel balcone, da quellapiazza, Peppino Impastato non se n’è mai andato. Questo, non dobbiamodimenticare, di un uomo così.
| inviato da C.O.C. il 6/1/2012 alle 14:18 | |
3 gennaio 2012
tributi...
“Il mondo è costruito in modo tale che pregiudizi e passioni esigono sempre il loro tributo di sangue, ed è bene sapere che ciò non muterà mai”.
| inviato da C.O.C. il 3/1/2012 alle 18:44 | |
2 gennaio 2012
Der waldgang
Il trattato del ribelle
Nei primi anni del secondo dopoguerra Ernst Jünger scrive una preziosa guida alla libertà che uscirà nel 1951 con il titolo enigmatico Der Waldgang (passaggio al bosco), oggi edito in Italia con il titolo Trattato del Ribelle (Adelphi). Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente, colui che passa al bosco), è il proscritto che si dà alla macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo scrittore tedesco si rifà a questa tradizione nordica per tracciare la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo. Jünger individua nelle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del mondo”, e nel “progredire della tecnica”, l’origine dell’assedio all’uomo moderno. Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta l’essere, o perlomeno lo nasconde sotto identità artificiali? La risposta che Junger dà è : Incamminandosi lungo la Via del Bosco… Se la nave, il Titanic, è il simbolo della civiltà tecnologica avanzata in cui trionfano razionalismo, ostentazione volgare, ed automatismo, il Wald /(Selva) è lo spazio sacro in cui l’uomo incontra se stesso, riscoprendo le forze primordiali della vita. Che il mondo della sicurezza borghese invece nega, intimorito dalla natura elementare. Come se si potessero cancellare gli istinti, le pulsioni profonde e la stessa morte (tutto ciò che troviamo nel Bosco), con una scelta razionale. La Selva non è quindi semplicemente un paesaggio naturale, ma soprattutto il simbolo di quella “terra selvaggia” (Wildnis), che ogni uomo ha in sé. In questo senso il bosco può crescere ovunque, sulla nave come nella metropoli moderna e per questo Jünger parla del bosco come di qualcosa di intimo, di segreto, che molti possono ritrovare, lì dove sono, dentro di sé. La parola tedesca heimlich significa appunto segreto, e quindi luogo protetto. Il passaggio al bosco è però anche unheimlich/inquietante : una “escursione perigliosa” , oltre il “meridiano zero del nulla” che comporta un “avvicinamento” alla morte. Come insegnano le dottrine tradizionali, solo nell’estremo pericolo cresce ciò che salva. Nella foresta infatti il Ribelle rinasce ad una vita nuova e più autentica: solo andando verso la morte il singolo, che è “l’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo che si nasconde in ciascuno di noi”, può vincere la paura dell’annientamento, e quindi ogni altro timore che discende da quella paura. Diventando così un uomo libero, conscio della sua natura principesca e dell’immensità della sua forza che lo mette in relazione con l’Assoluto. Il passaggio al bosco non sembra dunque, come lascia intendere lo stesso Jünger, un regresso al mondo delle madri. Ce lo ricorda Nietzsche: il “ritorno alla natura” non è propriamente un retrocedere ma un andare in alto verso “l’eccelsa, libera, e anche tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e può giocare coi grandi compiti”. In definitiva possiamo dire che con il Trattato del Ribelle Jünger ci consegna un’immagine della foresta (che ritroviamo spesso anche nella mitologia e nelle fiabe europee, a testimonianza di quanto sia radicato nel nostro animo il simbolo del bosco), come luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé, ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo. E , come afferma Claudio Risé ne L’ombra del potere (Red edizioni), il Waldgänger è una rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la sua “selvatichezza”, e per riscoprire quelle forze ed energie maschili, anche violente ma necessarie alla trasformazione della realtà, che la società grandematerna ha sacrificato sull’altare delle buone maniere.
| inviato da C.O.C. il 2/1/2012 alle 11:35 | |
30 dicembre 2011
31/12/2011 boicotta anche tu...

| inviato da C.O.C. il 30/12/2011 alle 10:19 | |
27 dicembre 2011
Pennivendoli di regime ...
Due cose su Bocca L'antitaliano più italiano di tuttiSperavodi morire prima di Giorgio Bocca per non essere costretto a leggere i solitielogi riservati ai defunti di successo. E invece mi tocca anche questa tortura di Vittorio Feltri - 27 dicembre 2011, 16:49 Speravo di morire prima diGiorgio Bocca per non essere costretto a leggere i soliti elogi riservati aidefunti di successo. E invece mi tocca anche questa tortura. D’altronde ècostume: dei vivi è lecito dire peste e corna; a chi toglie il disturbo, forseper gratitudine di averlo tolto, bisogna non solo concedere ogni attenuante peri suoi errori, ma anche trasformare i difetti e i vizi in virtù.

Bocca non meritadi essere trattato come Tizio qualsiasi, perché nel bene e nel male ha rappresentato un’epoca e un popolo. 
Per anni ha tenuto una rubricasul settimanale L’Espresso intitolata «L’antitaliano».Credo che il titolo fossestato scelto da lui in buona fede. Giorgio in effetti era convinto di essere unantitaliano. In realtà era un italiano vero, il più italiano di tutti. Percapirlo, basta scorrere i dati salienti della sua biografia, nota, matenacemente ignorata dagli addetti ai lavori giornalistici. Nato agli alboridel Fascismo, Bocca, come la maggioranza netta dei compatrioti di quel periodo,fu fascista. Con una aggravante. Non si limitò a una adesione conformistica alregime. Avendo già un temperamento passionale, egli ne divenne un virgultopieno di sacro fuoco. Al punto da scrivere articoli vibranti contro gli ebrei ein difesa della razza, ovviamente ariana. Intendiamoci, pensando a quei tempi,non è il caso di scandalizzarsi troppo che una giovane camicia nera mettessenero su bianco teorie allora condivise o quantomeno tollerate, nonostantefossero aberranti. Però non si può neppuresorvolare su simili particolari. Non importa. Andiamo avanti. Bocca, a un datomomento, cambia idea. Quale momento? Quando la guerra butta male, il duce è incrisi e si intuisce che sarà una catastrofe, lui, Giorgio, diventa partigiano,con un tempismo sospetto, rivelando la propria italianità genuina: cioè lacapacità di prevedere il peggio e di salvarsi correndo in soccorso delprobabile vincitore. Anche qui non c’è da stupirsi: la stessa operazionecompiuta da lui accomunò milioni di connazionali. Difatti, a Liberazioneavvenuta, il fascismo, che aveva avuto larghissimo consenso nel Paese, si trovòd’un colpo non solo senza capo, ma anche senza coda essendo spariti d’incantotutti i suoi sostenitori, passati in blocco sull’altra sponda. La bottega diMussolini non ebbe neppure bisogno di chiudere per restauri. Vennesemplicemente sostituita l’insegna: via il cartello Pnf, fu appeso il cartelloAntifascismo nel quale, in un baleno, si identificarono le masse che eranostate fasciste. La necessità aguzza l’ingegno. E Bocca era di sicuroingegnoso. Tant’è che la professione di antifascista, sia pure della penultimaora, gli consentì per il resto della vita di campare di rendita. Insisto:nessuna meraviglia e nessuna deplorazione. Molti altri intellettuali egiornalisti famosi seguirono un percorso in parte analogo a quello di Bocca:Eugenio Scalfari e Giovanni Spadolini, per citare due protagonisti giustamentecelebrati per le loro qualità. Ma perché non dire la verità, perché coprirlacon uno strato imbarazzante di ipocrisia? La realtà per altro è che Giorgio, conle contraddizioni che umanizzano anche gente di valore, è stato un grande nelnostro mestiere. Tra i più grandi in assoluto. Pronto ad esporsi. Pronto adincassare e prontissimo ad attaccare. Dove c’erano discussioni,polemiche e risse lui si precipitava a menar fendenti con foga ad avversari edamici, senza distinzioni, direi con una certa onestà che sarebbe un delittonegargli. Sulla sua straordinaria abilità sarebbe ridicolo eccepire. La suaprosa, un torrente in piena. Chi iniziava a leggere un articolo firmato da luiarrivava di sicuro fino in fondo. Di Bocca erano apprezzate soprattutto leinchieste, alcune poi ampliate e pubblicate in libri non sempre venduti inquantità pari alle attese dell’autore. Ma lui ha dato il meglio, a miotrascurabile giudizio, nei duelli con la penna: commenti sferzanti, a volteviolenti, mai banali, spesso spiazzanti come i suoi mutamenti d’umore e diposizione ideologica. Irrequieto e spigoloso, Boccaha avuto simpatie e antipatie per Bettino Craxi e Umberto Bossi. Fu tra i primia interessarsi al movimento leghista, cogliendone la forza innovativa ecomprendendone le potenzialità elettorali, quando il Carroccio era consideratoall’unanimità un fenomeno da bettola alpina. Giorgio aveva doti di analistapolitico eccellenti, però offuscate dalla noia che presto i partiti cuidedicava le proprie attenzioni gli suscitavano. Cosicché era fuorviato dallapropensione caratteriale a scorgere soltanto gli aspetti negativi dellapolitica. Invecchiando, poi, si incupì salvo accendersi per demolire qualcuno oqualcosa. Odiavail presente e rimpiangeva il passato, come tutti quelli che hanno una memoriaselettiva e ricordano volentieri i bei tempi andati, forse perché legati allanostalgia della giovinezza perduta. Bocca era di una antipatiatravolgente. Burbero, malmostoso, incline all’invettiva. Ultimamente non glipiaceva nulla e criticava tutto senza requie: i giornali, i colleghi, lasinistra e la destra, la televisione, i governi, il Parlamento e le istituzionid’ogni genere. Il mio timore è che avesse ragione. Bocca mi detestava. Però, segli pubblicavo la recensione di un suo libro, mi telefonava per ringraziare.Non dico che fosse cordiale, ma bene educato sì. Di recente in una intervistase ne venne fuori con questa delizia: Vittorio Feltri mi fa paura. Non so perché. Devo confessareche l’ho ammirato. Mi mancherà anche per la sua incoerenza nella quale trovavoconforto della mia. Poiché non ho molti amici, la morte di un «nemico» dellasua levatura mi addolora. Mi fa sentire più solo.
| inviato da C.O.C. il 27/12/2011 alle 17:47 | |
27 dicembre 2011
Consigli Politici
Il fine della politica non può che essere il bene comune, ma per affrontare le difficoltà della vita pubblica è indispensabile che gli ideali siano supportati da un'attenta preparazione. Solo così è possibile ottenere e conservare il consenso popolare. (cfr. Plutarco, Consigli Politici, 100 d.c. circa)
| inviato da C.O.C. il 27/12/2011 alle 10:41 | |
22 dicembre 2011
"Contro gli armeni fu un genocidio"
Scontro diplomatico Francia-Turchia... Parigi: "Armeni,fu un genocidio" Istanbul in piazza
Aspetteranno che muoia anche l'ultimo Palestinese prima di conclamare il genocidio palestinese?
PARIGI È ufficialmente crisi diplomatica tra Francia e Turchia dopo il via libera dell’Assemblea nazionale transalpina alla legge che punisce la negazione dei genocidi, compreso quello degli armeni durante la Grande Guerra. I deputati francesi hanno votato a larghissima maggioranza la proposta di legge presentata dalla parlamentare di centrodestra Valerie Boyet, che stabilisce pene fino a un anno di carcere e 45 mila euro di ammenda per il negazionismo sui genocidi legalmente sanciti come tali dallo Stato francese: il massacro degli ebrei da parte del regime nazista e lo sterminio perpetrato dagli ottomani a danno della popolazione armena tra il 1915 e il 1917, che Parigi ha riconosciuto nel 2001.
Secondo le norme precedenti, solo la negazione della Shoah era reato. Il provvedimento passerà ora, dopo la pausa per le feste di fine anno, all’esame del Senato, dove rischia di rimanere settimane o addirittura mesi. La speranza dei suoi promotori è che l’approvazione definitiva arrivi in ogni caso prima di fine febbraio, quando il Parlamento francese interromperà la propria attività legislativa in vista delle elezioni presidenziali. La reazione turca, però, è stata immediata. Il governo di Ankara, che nei giorni scorsi aveva a più riprese minacciato ritorsioni, ha richiamato d’urgenza in patria il proprio ambasciatore, e il primo ministro Tayyip Erdogan ha annunciato la sospensione di tutte le visite bilaterali e il congelamento della cooperazione politica e militare con Parigi in segno di protesta. «Sfortunatamente questa legge è stata approvata, nonostante tutti i nostri avvertimenti», ha commentato Erdogan davanti alla stampa, «questo aprirà piaghe irreparabili e molto gravi nelle relazioni bilaterali».
Dure parole di condanna sono giunte anche dal vice-premier turco, Bulent Arinc, che da Twitter ha inviato il suo anatema contro il parlamento francese, colpevole di aver «approvato questa legge equivalente a un tradimento della storia e della realtà storica». «Lanceranno una caccia alle streghe contro chi dice che non c’è stato un genocidio?», aggiunge, accusando il governo di Parigi di avere «come obiettivo di ipotecare la libertà di pensiero degli studiosi». Cerca di gettare acqua sul fuoco il ministro degli Esteri francese Alain Juppè, che dalla sua Bordeaux invita gli «amici turchi» a non avere «una reazione eccessiva» al provvedimento. «Sono dispiaciuto per questa prima reazione, e faccio appello al buon senso alla misura», ha aggiunto, precisando poi che per una decisione su eventuali ritorsioni da parte di Parigi bisognerà attendere: «Valuteremo - ha spiegato - e mi auguro che ci fermeremo qui, se possibile». Parole di apprezzamento per il voto del parlamento transalpino sono giunte invece dall’Armenia, che per bocca del ministro degli Esteri Eduard Nalbandian ha espresso la propria «gratitudine alle più alte autorità della Francia, all’Assemblea nazionale e al popolo francese». Una dichiarazione che farà di certo piacere al presidente Nicolas Sarkozy, in crisi di consensi a pochi mesi dalle elezioni, per cui l’appoggio dell’influente comunità armena in Francia è un’arma elettorale irrinunciabile.
| inviato da C.O.C. il 22/12/2011 alle 20:44 | |
16 dicembre 2011
Necessità
Viviamo in un'epoca in
cui il superfluo è la
nostra unica necessità
| inviato da C.O.C. il 16/12/2011 alle 9:9 | |
16 dicembre 2011
RECESSIONE
Fonte: "IL RIFORMISTA" È recessione
di Gianmaria PicaSull’orlo del baratro. In nove mesi il Pil italiano calerà di due punti percentuali. La disoccupazione raggiungerà il 9 per cento e si perderanno 957mila posti di lavoro. Il debito pubblico sale a 1.909 miliardi. Passera: «Condizione ai limiti della sostenibilità». Sull’eurozona cade «l’inverno della recessione» che «in Italia è iniziata prima e risulterà più marcata». È l’allarme di Confindustria: per il nostro Paese è previsto un crollo del Pil di 2 punti percentuali tra la scorsa estate e la prossima primavera. Le stime del prodotto interno lordo (Pil) per il 2012 sono state tagliate dal +0,2 al -1,6 per cento, mentre per il 2011 dal +0,7 al +0,5 per cento. Per l’Italia è la quinta recessione dal 1980. La flessione del Pil, dopo «un progresso di appena lo 0,5 per cento» quest’anno, è stata registrata dagli economisti di Confindustria, «già nel terzo trimestre» del 2011, «si è accentuata nel quarto e raggiungerà la maggiore intensità nel primo 2012». Secondo Viale Astronomia, le manovre varate dal governo hanno effetti restrittivi, ma «senza sarebbe andata molto peggio». L’Italia è a metà percorso di dodici mesi di contrazione. «La debole crescita italiana è diventata contrazione a partire dal terzo trimestre 2011. Fino a tutta la prima metà del 2012 il Pil è previsto diminuire ad un ritmo medio dello 0,5% (-1% a inizio 2012), con un calo cumulato del 2,1 per cento. Il segno positivo nelle variazioni congiunturali, secondo le stime dell’associazione degli industriali, «tornerà nella seconda metà del prossimo anno». Sarà così «nell’ipotesi più probabile che sia affrontata in modo risolutivo la crisi dei debiti sovrani dell’eurozona graze al gioco cooperativo tra Stati e istituzioni, rientrino rapidamente le tensioni sui tassi di interesse a lungo termine (con il rendimento dei Btp sotto il 5 per cento entro la primavera), siano ripristinate condizioni operative normali nel credito e torni la fiducia tra le imprese». Il capoeconomista di Confindustria, Luca Paolazzi, comunque avverte: «Siamo a un bivio al quale o si vedrà l’uscita dalla crisi o non si salverà ormai più nessuno». E sarà un biennio drammatico anche sul fronte del lavoro. La disoccupazione potrà raggiungere il 9 per cento a fine del prossimo anno e mantenersi su questo livello per tutto il 2013: insomma, la perdita complessiva prevista sarà di 957mila posti di lavoro pari a oltre 800mila occupati in meno a fine 2013 rispetto all’inizio del 2008. Falcidiati i posti di lavoro dei giovani. A pesare nell’accelerazione della crescita della disoccupazione sopratutto «i fenomeni di scoraggiamento» che ridurranno marginalmente la forza lavoro. E con la recessione e la conseguente caduta dei livelli produttivi, calcolano gli economisti di Viale dell’Astronomia, sarà sempre più difficile per le aziende difendere il capitale umano. La sovraoccupazione che deriverà da uno stallo dell’attività produttiva renderà «sempre meno conveniente e razionale» il comportamento di molte imprese di avvalersi degli ammortizzatori sociali pur di non disperdere il patrimonio occupazionale. Nel 2012, invece, «è molto probabile che si attenui il reintegro delle persone in Cig e che aumentino i licenziamenti». Dunque, aumenterà il rischio, continuano gli economisti di Confindustria, «che il grado di reintegro dei cassintegrati scenda sotto il 73,6 per cento registrato nel 2010». Se così fosse, continueranno ad aumentare anche i lavoratori in mobilità che già nel giugno scorso erano aumentati del 22,6 per cento (141mila) rispetto a due anni prima. Tempi drammatici. «La situazione è anche peggio di quello che ci aspettavamo», dice il superministro (Sviluppo, Infrastrutture e Trasporti) Corrado Passera, che aggiunge: «Siamo in recessione. Guardiamo i numeri: ci siamo dentro». E sul fronte del lavoro Passera chiosa: «C’è una condizione ai limiti della sostenibilità». Come uscire dal guado? Con un immediato rilancio dell’economia. Perché, avverte il superministro, «senza crescita anche gli altri punti del programma Monti diventano ineseguibili. Senza crescita anche l’equità e il rigore diventano obiettivi irraggiungibili e irrealizzabili». Tornare alla crescita è possibile. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ieri ha affermato che «ci saranno nuovi provvedimenti, nuove misure per favorire la crescita». Ma la ripresa si può agganciare solo sostenendo l’occupazione (magari aumentando i posti) e incrementando i salari. Urge una riforma che modifichi nettamente il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Una buona base di partenza è il modello (flexsecurity all’italiana) studiato dal senatore-giuslavorista del Pd Pietro Ichino. Intanto, il rischio - che fa gongolare gli speculatori internazionali - è che l’economia italiana rimanga schiacciata dal debito pubblico (salito a 1.909,192 miliardi di euro). Dagli ultimi dati diffusi dalla Banca d’Italia emerge che a fine ottobre 2011 è aumentato, nel giro di un solo mese, di oltre 25 miliardi di euro (+1,3 per cento). Rispetto a ottobre 2010 l’aumento è stato del 2,3 per cento, mentre rispetto alla fine del 2010, il debito è italiano aumentato di oltre 66 miliardi di euro (+3,6 per cento). Il nostro debito sovrano pesa 31.816 euro per ognuno dei 60 milioni di italiani.
| inviato da C.O.C. il 16/12/2011 alle 8:38 | |
14 dicembre 2011
Giuseppe Prezzolini
L'Italia va avanti perché ci sono i fessi.
I fessi lavorano, pagano,crepano.
Chi fa la figura dimandare avanti l'Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono.
| inviato da C.O.C. il 14/12/2011 alle 7:45 | |
14 dicembre 2011
Erich Fromm
| inviato da C.O.C. il 14/12/2011 alle 0:17 | |
20 novembre 2010
J.A.P. ad perpetuam rei memoriam

Jose' Antonio Primo de Rivera
Josè Antonio Primo de Rivera, marchese di Estella e Grande di Spagna, nacque a Madrid il 21 aprile 1906, primogenito del generale Miguel Primo de Rivera,marchese di Estella, che aveva esercitato la dittatura in Spagna dal 1923 al 1930, anno in cui morì in esilio a Parigi il 28 gennaio. Avvocato dal 1925, Primo si dedicò alla politica alla morte del padre, di cui voleva onorare la memoria e continuare l’azione. Fino ad allora Primo era stato un giovane intellettuale di tendenze conservatrici o reazionarie, molto a suo agio tra i suoi libri invece che in mezzo alle folle agitate. Non aveva rinunciato allo stile dei giovani del suo ambiente, i Senoritos che trascorrevano il loro tempo in impegni mondani e in cui egli si riconosceva, investendoli di compiti eroici. In un pubblico discorso affermò che erano i senoritos, che portavano uno spirito di lotta per un fine che non interessa loro in quanto senoritos ( soldato politico); lottavano perché a molti della loro classe sociale fossero imposti sacrifici duri e giusti, e perché uno Stato totalitario provveda tanto ai potenti quanto agli umili. Furono fondati altri gruppi fascisti e nazionalsocialisti e nel clima di fermento politico che comparvero giornali, libri, periodici, manifesti, che insistevano perché ai mali della Spagna si desse una soluzione fascista. Un gruppo di giovani scalmanati si raccolse attorno a Josè Antonio, che divenne leader dei giovani fascisti. Alto, bello, trentenne, animato da smania di piacere, anche i suoi nemici marxisti riconoscevano il suo fascino. I suoi discorsi ed i suoi scritti danno l’impressione di uno studente brillante che ha letto, ma non sempre digerito, un’enorme mole di manuali di teoria politica. Inizialmente monarchico e cattolico.’’El Fascio’’ospitò un suo articolo nel suo unico numero del 1933: ‘’La Patria è una totalità storica…superiore a ciascuno di noi e a ciascuno dei nostri gruppi. A questa unità devono inchinarsi classi e individui. E la costruzione dello Stato si dovrà fondare su questi due principi’’.Nel 1934 scrisse:’’Il fascismo è un‘inquietudine europea. E’ una maniera nuova di concepire tutto - la storia , lo Stato, l’accesso del proletariato alla vita pubblica; una maniera nuova di concepire i fenomeni della nostra epoca e di interpretarli. Il fascismo ha già trionfato in vari paesi, e in alcuni, come in Germania, con i mezzi democratici più irreprensibili’’. Josè Antonio si batteva contro coloro che criticavano suo padre, cercando di riabilitarlo. Era un giovane che si sforzava sinceramente di trovare una via nazionale per porre fine alle incoerenze del liberalismo. La sua poesia preferita era ‘’If ‘’di Kipling usava leggerne dei passi ai suoi seguaci prima delle sfilate domenicali o prima degli scontri per le strade. Nel 1933 fondò la Falange prendendo il nome della formazione dell’esercito macedone che nel IVsecolo a. C. aveva distrutto la democrazia in Grecia. I caratteri originali della personalità politica di Josè Antonio erano il senso di appartenenza a un’elite sociale, la convinzione del dovere di sacrificarsi per la grandezza della patria e il benessere del popolo. I senoritos erano diversi da lui e pochi lo seguirono. Josè Antonio provava forte avversione per l’ambiente monarchico – militare nel quale essi erano formati: un ambiente cui Josè Antonio imputava il tradimento di suo padre Miguel, licenziato da re Alfonso XIII, spinto all’esilio volontario, morto nell’amarezza dell’abbandono. La figura paterna, il desiderio di riscattar la e rivalutarne l’opera influirono assai sulla scelta di Josè Antonio di entrare in politica e sulla sua adesione al modello fascista. Il vecchio generale era ammiratore di Mussolini, al cui regime si era ispirato ricalcandone maldestramente istituzioni – milizia e partito – e sistema corporativo. Josè Antonio condivise del fascismo la spinta ipernazionalista e il superamento della lotta di classe, comprese la necessità di ripercorrerne la strada attraverso la creazione di un partito che nascesse contro il potere politico esistente, anziché esserne il prodotto: come era stato il caso dell’esangue e burocratica Unìon Patriotica, creata da suo padre. Fallì l’obiettivo alle elezioni politiche del 1931, si applicò allo studio dei movimenti fascisti ( collaborò al foglio di Manuel Delgado, ’’El Fascio’’), che giudicò inadatti al suo paese. Si interessò ai gruppuscoli sorti in Spagna a partire dal 1930. L’avvento al potere di Hitler in Germania, incoraggiò in Spagna una definizione fascista di personalità e gruppi che già si muovevano nell’estrema destra, verso cui si orientò Josè Antonio, fondando con alcuni di essi, il 29 ottobre 1933, il partito – ‘’movimento’’, come preferivano chiamarlo, perché partito evocava la democrazia -della Falange Espanola, formazione dalla vocazione nazionalrivoluzionaria, che ripudiava la tradizione monarchica e il liberalismo, rivendicando l’instaurazione di uno stato autoritario capace di realizzare la giustizia sociale e di mettere fine agli abusi del capitalismo mediante gli interventi pubblici in economia. Dotato di un superiore livello culturale e di un notevole fascino personale fascino personale, Josè Antonio ( chiamato così, senza cognome, dai suoi fervidi sostenitori) andò presto ad occupare, il 4 ottobre, la carica di Jefe Nacional del partito, ma non ebbe vita facile né al di fuori né all’interno di esso. Eletto deputato nel blocco delle destre che vinse le elezioni politiche del novembre 1933, mantenne nelle Cortes una posizione isolata, denunciando la miopia dei gruppi più conservatori e reazionari che, animati da spirito di rivincita, si dedicarono a demolire l’opera riformatrice realizzata nel biennio precedente da repubblicani e socialisti. Di fronte al sabotaggio della riforma agraria, Josè denunciò il rischio di rivoluzione cui una tale politica di chiusura ai bisogni popolari esponeva il paese. Atteggiamenti ‘’nazionalsocialisti’’gli alienarono i favori delle classi medio-alte, chefecero confluire i loro voti e finanziamenti sul partito cattolico della CEDA ( Confederacion Espanola de Derechas Autònomas) di Josè Maria Gil Robles, o sulla monarchica Renovacìon Espanola di Josè Calvo Sotelo. Le autorità dell’Italia fascista pur guardando con simpatia al movimento di Primo de Rivera, dato che Josè Antonio era stato ricevuto da Mussolini a pochi giorni dalla fondazione della Falange, nutrirono scarsa fiducia nelle sue possibilità di successo e lo sostennero economicamente in una forma limitata e discontinua. Le difficoltà di crescita della Falange provocarono dissensi nel movimento, facendo sì che la stessa leadership di Josè Antonio fosse messa in discussione. La schiacciante superiorità numerica degli altri partiti di destra spingeva la Falange a caratterizzarsi in senso squadristico,’’ a dedicarsi – Josè annunciò nel discorso di fondazione del partito – alla dialettica dei pugni e delle pistole’’ secondo il cammino percorso dal fascismo italiano, cui essa dichiaratamente si ispirava. Josè Antonio era esperto dello scontro fisico e dell’uso della pistola, era meno versato di altri suoi camerati nel praticare la violenza e nel pensarne le strategie: nei diversi episodi di guerriglia urbana – scontri di piazza e attentati terroristici – che nel 1934 l’estrema destra aveva con l’estrema sinistra, la Falange subì più colpi di quanti ne inflisse. Dopo la fallita insurrezione socialista dell’ottobre 1934 e la sterzata a destra del governo della repubblica, Josè Antonio accentuò il carattere sociale del programma della Falange, indicando tra i 27 punti del suo programma – che rese pubblico nel novembre 1934, obiettivi come l’eliminazione del sistema capitalistico ( considerato antitetico a quello corporativo), la nazionalizzazione delle banche, la soppressione dei latifondi, redistribuzione delle terre. Insofferente dell’immobilismo dei conservatorie convinto che essi rappresentassero un ostacolo alle sue posizioni-ambizioni, Josè Antonio prese a progettare diverse iniziative insurrezionali, il cui braccioarmato avrebbe dovuto essere l’esercito: per cui contattò il generale Francisco Franco, che prudentemente ne rimase estraneo. Essendo prevalenti nelle forze armate le istanze conservatrici e reazionarie, le suggestioni socialisteggianti di Josè Antonio incontrarono scarso seguito e le sue mene insurrezionali non giunsero a concretarsi. La sua politica ebbe scarsissima presa nella società spagnola. Nella sua lettera a Franco prima della rivolta delle Asturie, il 24 settembre 1934, era disposto ad appoggiare un colpo di Stato militare per restaurare il ‘’perduto destino storico del paese’’. Franco non rispose e l’episodio fu rivelato nell’ottobre 1938 da ‘’Y’’, la rivista della sezione femminile della Falange. Josè ebbe un eclettismo di idee politiche , visibile nel suo progetto – schema di governo del 1935, in cui erano inclusi elementi non falangisti: il ministro degli esteri Barròn, della giustizia , Serrano Suner, della difesa Franco, delle finanze,Vintales, sottosegretario: Larraz, alla pubblica istruzione,Aunos ,all’economia Carceller; interni, Mola, direttore generale polizia, Vàzquez; lavori pubblici , Lorenzo Pardo; alle corporazioni, Mateo; sottosegretario Garceràn; alle comunicazioniRuiz de Alda; sottosegretario , Moreno ( Josè), Marocco e colonie, generale Goded, alla sanità, Nogueras, anche il colonnello Rada, che aveva addestrato le reclute carliste in Navarra, era strettamente in contatto con la Falange. Combattè la milizia falangista, ed il 7 ottobre 1934 a Madrid lo sciopero generale, circolò per la città conintenzioni bellicose a bordo della medesima auto su cui viaggiavano Josè Antonio, Ledesma Ramos, Ruiz de Alda,( intimo amico di Josè Antonio, perché anche lui era di Estella [Navarra] ) ed aveva suggerito a Josè il nome ‘’Falange’’. Nel 1934-’35 Josè Antonio ebbe rapporti con il colonnello Barba, della Union Militar. Da poche unità di migliaia dalla sua fondazione la Falange giunse a 25.000 aderenti. L’imperativo categorico della Falange era accrescere il disordine in Spagna per giustificare l’avvento di un regime che ristabilisse l’ordine, Josè perse il suo seggio alle Cortes, nel febbraio 1936 scorazzava su automobili armate di mitragliatrici, i senoritos per il caos, incendiando Chiese e attribuendo la colpa agli anarchici, attentando al giurista socialista Jimènez de Asùa, autore della Costituzione della Repubblica. I socialisti parlavano della Falange come ‘’FAI (anarchici) – lange’’. Franco incontrò Josè Antonio a casa di suo cognato Serrano Suner , detto il cugnadissimo, proponendo al colonnello Yague, brillante falangista dalla testa leonina che ora comandava la Legione Straniera, fungesse da anello di collegamento tra la Falange ed i generali. Il governo del primo ministro ammiraglio Manuel Azana manteneva l’ordine il 27 febbraio 1936 chiuse la sede della Falange a Madri. Il 15 marzo 1936 un falangista collocò una bomba a casa di Largo Caballero e Josè fu arrestato per detenzione abusiva di armi, prima però fu avvisato da Azana di lasciare il paese, ma non lo fece per la madre malata,( cosa falsa perché ella era morta anni prima). Si riferiva alla madre Spagna. Eduardo Aunos, suo seguace, gli propose di fuggire all’estero in aereo, ma lui non volle perché Falange non era un partito di cospiratori i cui capi se ne stavano all’estero. ‘’Spagna! Una, grande, libera)’’. Quando fu ucciso un ufficiale che era tenente della Guardia Civilda Asaltos per aver estratto un revolver puntandolo su Azana, durante il suo corteo funebre fino al cimitero est il carro funebre fu accompagnato da falangisti madrileni che gridavano in coro scontrandosi con i socialisti giubilanti che cantavano l’Internazionale, salutando col pugno chiuso ed esplodendo colpi di arma da fuoco contro il corteo. Al Cimitero ci fu una battaglia fra falangisti e gli asaltos socialisti; morirono il cugino germano di Josè, Andrei Saenz marchese de Heredia, ucciso da un tenente degli asaltos, Josè Castello. Molti membri del Movimento giovanile della CEDA, già guidati da Gil Robles, confluirono nell’estremismo della Falange, benché fosse stata messa al bando dopo i disordini per i funerali del tenente della Guardia Civil. Passarono il capo della Gioventù della CEDA , il generale Ramòn Serrano Suner, anello di collegamento tra la Falange ed i generali. Serrano era stato compagnoni studi universitari di Josè Antonio a Madrid, agli inizi degli anni ’20, molto amici anche ideologicamente. La Falange aveva i capi in carcere, metteva in guardia il partito dall’unirsi ai cospiratori militari perchè ‘’Noi non saremo né l’avanguardia né le truppe d’urto né i preziosi alleati di un qualche confuso movimento reazionario’’. Nel luglio 1936 i falangisti divennero 75.000,lavoratori di Siviglia, giovani della borghesia, studenti universitari, si scontravano nelle piazze con i nemici, in battaglie e assassinii per le strade. Josè scrisse al generale Sanjurjo, ex amico di suo padre, che doveva divenire capo di governo provvisorio di restaurazione monarchica, una lettera di apertura ai soldati, esortandoli dal carcere di porre fine agli attacchi cui era stata fatta segno la ‘’sacra persona della Spagna‘’. ‘’All’ultimo momento, ha detto Spengler, è sempre stato un plotone di soldati quello che ha salvato la civiltà’’. Passati i tempi in cui Josè diceva che tutti i soldati erano inutili, pusillanimi, e che il più codardo di tutti era Franco. La Falange non era legata ai cospiratori e Josè condivise i sentimenti che animavano un discorso del socialista Prieto. Il 1° giugno Josè scrisse dal carcere di Alicante una lettera al generale Mola, promettendo appoggio alla cospirazione militare, promettendo 4.000 falangisti in aiuto alla sedizione. Al grido di ‘’Cafe!’’ ovvero ‘’ìCamaradas!, Arriba Falange espanola !’’ verificarono amaramente alle elezioni del febbraio 1936 quando vinse il Frente Popular: la Falange che si era presentata al di fuori di ogni alleanza per non appiattirsi su una collocazione di destra o di sinistra – subì una durissima sconfitta, raccogliendo un numero di voti inferiore a quello dei suoi militanti. Si trattò di un insuccesso messo in conto, poiché la legge spagnola favoriva le coalizioni, ma il risultato era troppo deludente perchè la legge Josè Antonio non ne traesse l’indicazione che il suo nazionalismo sociale trovava in Spagna pochi consensi. Al ritorno al potere della sinistra, egli rispose rabbiosamente, non limitandosi solo ad orientare la Falange verso una guerra aperta con i gruppi armati socialisti e comunisti, ma incoraggiando attentati alla vita di rappresentanti politici del Frente Popular e delle istituzioni statali. Josè Antonio contribuì a creare il clima di illegalismo, disordine ed insicurezza che avrebbe favorito il golpe militare e la successiva guerra civile. Arrestato ed incriminato per diversi reati, si convinse che la salvezza sua propria e del paese erano nelle mani delle forze armate: dal carcere, diffuse una ‘’Lettera ai militari di Spagna’’ in cui proclamava essere ‘’suonata l’ora in cui le vostre armi debbono entrare in gioco per mettere in salvo i valori fondamentali’’ Cercò di proporsi ai generali cospiratori come punto di riferimento politico; infatti, Josè Antonio accettò di metter a loro disposizione – di fatto, senza condizioni – le milizie falangiste. Il fallimento del golpe militare, il fatto che la Spagna restasse divisa in due parti e che egli fosse detenuto ad Alicante, rimasta sotto il controllo dei repubblicani, segnarono la sua sorte. Processato da un tribunale popolare per ’’ribellione militare’’, Josè Antonio fu condannato a morte e giustiziato nel novembre 1936. Divenne, così, un’icona politica nella Spagna nazionalista; il generale Franco che non aveva per lui alcuna simpatia, essendo il tipico militare quadrato, ottuso, conservatore, clerico-‘’fascista’’ e reazionario, e verso Josè Antonio non si era impegnato per ottenerne la salvezza, per opportunismo politico ne fece il protomartire della sua causa: si impadronì della figura di Josè Antonio, del suo frasario, della sua Falange per meglio adattarsi a quel modello fascista che i successi dei suoi propri protettori, Mussolini e Hitler, facevano apparire vincente. Così, strumentalmente al Caudillo ed a uso della sua alleanza nazionale monarchica, a Josè Antonio toccò in morte una grandezza distorta che sia pur non avendo raggiunto in vita si era mostrata pura e coerente ai veri camerati.
Antonio Rossiello
| inviato da C.O.C. il 20/11/2010 alle 8:52 | |
18 agosto 2010
Ciao Luca...2006/2010

"Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale. "
| inviato da C.O.C. il 18/8/2010 alle 0:1 | |
1 agosto 2010
a proposito di stragi
GLI SCHELETRI DELLA MEMORIA. TORINO ROSSO SANGUE: I MASSACRI PARTIGIANI

Esce a giorni il nuovo libro di Pansa che continua la ricerca storica sui misfatti dei partigiani «rossi». Chi vuole che l’armadio degli orrori resti chiuso? Scheletri della memoria L’accusa colpisce i «gendarmi» che celano le colpe morali di tanti diventando anche «negazionisti» di fronte all’evidenza di fatti e numeri. Per esempio l’Anpi
Ci sono il Parolaio, il Pelatone, il Cosacco, i Senzarimorso e il «professor Basta», l'«Uomo di Cuneo» detto pure «Il Grande Reduce», l'Anonimo Ignorante e la Pasionaria, il Signor Direttore e l'Esorcista... Tutti allineati in un teatrino di marionette tristi che purtroppo ci rappresenta; titolo dello spettacolo: I gendarmi della memoria, come il nuovo libro che Giampaolo Pansa dedica a «Chi impri giona la verità sulla guerra civile» e che esce martedì prossimo per Sperling & Kupfer (pp. 504, euro 19; sotto anticipiamo alcuni brani del capitolo sugl'eccidi partigiani in Piemonte). Stavolta il giornalista non s'accontenta - come era successo per le precedenti "puntate" di questa ormai annuale inchiesta sui guasti della Resistenza, da Il sangue dei vinti a Sopravvissuto 1945, a La grande bugia - di mettere la sua firma di peso sopra una meritoria opera divulgativa delle tante storie di vittime del post-fascismo, testimonianze finora rimaste negli archivi delle memorie familiari o nelle puntigliose ma snobbate opere di un'editoria minore. Stavolta Pansa risale, con amarezza civile, a nominare esplicitamente il male culturale ed ideologico che ancora oggi impedisce a tanti di guardare con dolorosa ma serena obiettività quelle vicende di 60 anni or sono, e dunque di fondare su tale necessario riconoscimento la pacificazione nazionale. Sono proprio i «gendarmi della memo ria», schierati di traverso sulle strade della verità storica, a impedire un'alternativa matura tra il bivio manicheo della rimozione del passato o della sua mitizzazione. Per Pansa ne fanno parte le sinistre «regressiste», quelle che «sono rimaste bambine e amano le favole dove i ruoli non cambiano mai»; l'Associazione nazionale partigiani (Anpi) con la sua «acidità estremista»; i giornalisti e gli storici che a furia di voler essere anti-revisionisti diventano «negazionisti», ovvero negano come il dopoguerra abbia avuto un fiume di vittime innocenti, per opera dei partigiani comunisti e per cause che spesso non avevano niente da spartire col fascismo... «Squadristi di sinistra», li definisce pure lo scrittore piemontese, che li ha incontrati suo malgrado girando le città a presentare le precedenti opere: cominciando da Reggio Emilia, dove si sono presentati con un vergognoso lenzuolo scarlatto «Triangolo rosso? Nessun rimorso», e passando per le tante altre località in cui lo scrittore ha dovuto essere scortato dalla polizia per poter parlare, fino alla decisione di interrompere la tournée non per paura quanto per rispetto di quel servizio di protezione involontariamente sottratto a ben altre emergenze d'ordine pubblico. «C'è una perversione totalitaria dietro questo modo di agire», conclude giustamente Pansa. E rievoca infine l'esempio di «Giacca», il comandante garibaldino responsabile dell'eccidio friulano di Porzus (partigiani "rossi" che uccisero colleghi "bianchi"), per il quale chi non era comunista doveva per forza essere un fascista. «Nell'Italia del 2007 c'è ancora qualcuno che la pensa come lui? - si chiede il saggista - Mi piacerebbe rispondere di no. Invece sono incline a dire di sì». Come affondano lontano, le radici dei nostri mali.
TORINO ROSSO SANGUE
Casalinghe, imp iegate, maestre, operaie, ostetriche: ecco l'impressionante lista delle vittime femminili Qualcuno si chiede se le cifre siano veritiere, ma è quasi certo che peccano in difetto. Sono almeno 776 le donne uccise in Piemonte. Non erano tutte ausiliarie fasciste, molte, di ceto sociale modesto, vennero attirate con l’inganno, seviziate, eliminate e sepolte in gran segreto
Di Giampaolo Pansa Settecentosettantasei donne uccise dai partigiani in Piemonte, lungo tutta la guerra civile e nelle mattanze dopo la Liberazione. Il conto emerge da un minuzioso lavoro d'indagine condotto da un gruppo di ricercatori torinesi che, da anni, si occupano di inchieste sul versante fascista della nostra guerra interna. Il gruppo è quello che fa capo a Michele Tosca. Suddivisa per le sei province piemontesi, più la regione autonoma della Valle d'Aosta, la cifra di 776 si ripartisce del modo seguente. Torino e provincia: 292 donne uccise. Cuneo e provincia: 164. Vercelli e provincia: 138. Nov ara e provincia: 108. Alessandria e provincia: 27. Asti e provincia: 24. Valle d'Aosta: 23. Sono attendibili questi dati? La mia opinione è che lo siano. Com'è quasi inevitabile in ricerche così difficili, possono esserci cifre errate sia per eccesso che per difetto. La mia impressione è che, semmai, esistano errori per difetto. È quasi certo che le donne uccise dai partigiani in Piemonte siano state di più e non di meno delle vittime censite in quell'inchiesta. L'esperienza mi ha insegnato che, a proposito della guerra civile italiana, tutti sappiamo ancora poco rispetto a quanto è davvero avvenuto tra il 1943 e il 1945. E molto poco di quanto accaduto nei tre mesi successivi, durante la resa dei conti sui fascisti sconfitti. Prenderò in esame Torino e la sua provincia, ossia l'area che vede il più alto numero di donne uccise dai partigiani nella regione. Come ho detto, risultano 292. Di queste, 135 vennero soppresse nel dopoguerra, ossia a partire dal 25 aprile 1945: 99 giustiziate nella città di Torino e 36 nei comuni della provincia. Perché vennero ammazzate? Per le ausiliarie non possono esserci dubbi. Vestivano la divisa dell'esercito della Rsi e, in parecchi casi, della X Mas, della Gnr e della Brigata Nera. Anche se non portavano armi, i partigiani le consideravano militari nemici a tutti gli effetti. E come tali venivano trattate. Una volta catturate, durante la guerra civile o nel dopoguerra, la loro sorte era spesso una sola: la morte. Per le altre donne uccise il quadro si fa più complesso. Gli elenchi del gruppo Tosca presentano una grande varietà di storie. Quasi sempre si trattava di persone di modesta condizione sociale: casalinghe, impiegate, maestre elementari, ostetriche comunali, operaie, domestiche. Di tutte le età: dalle settantenni alle giovanissime, persino di 16 o 17 anni. Di solito, la loro unica colpa era di essere fasciste, o di sembrare che lo fossero. Oppure erano madri, sorelle, mogli, figlie, fidanzate di piccoli esponenti del Pfr o di militari della Rsi. In altri casi erano ritenute ostili al movimento partigiano. Un'altra circostanza che poteva costare la vita era di avere relazioni amorose con militari fascisti o tedeschi. Ma l'accusa di gran lunga più frequente era di essere spie per conto dei fascisti o dei tedeschi e ai danni della Resistenza. Colpisce la presenza quasi ossessiva di questa imputazione. Lo spionaggio era un'attività sempre molto difficile da provare. Tuttavia, nelle guerre interne, chi si sente minacciato dagli informatori del fronte avversario non va mai per il sottile. Basta un semplice sospetto, anche generico e fondato soltanto su voci o lettere anonime, per decidere un'esecuzione. L'ossessione delle spiate era tale che in qualche caso vennero giustiziati anche informatori della Resistenza, infiltrati nelle file fasciste. A ucciderli furono partigiani che lo ignoravano. Non poche delle donne fasciste catturate, prima d'essere soppresse, subirono violenze sessuali. O furono vittime di torture. Anche l'essere donne anziane non bastava a evitare la morte. In provincia di Torino, Maria Gabella aveva 66 anni e venne fucilata nel 1944 a Vische, in località Castellazzo. Aveva la stessa età anche Laura Rava in Roscio, nata a Ivrea e vedova di un notaio. Era stata insegnante e ormai si trovava in pensione. I partigiani la rapirono e il 24 settembre 1944 la eliminarono a Noasca, in val Locana, dopo averla seviziata. Il corpo fu poi gettato nudo in un canale. Aveva 73 anni e mezzo Camilla Durando Chiappirone, nata a Mondovì l'11 maggio 1871. Mentre si trovava sfollata a Scalenghe, il 13 dicembre 1944 venne prelevata dai partigiani e uccisa. Era iscritta al Pfr e soltanto per questo l'accusarono di fare la spia. A Pont Canavese il 24 luglio 1944 furono assassinate madre e figlia: Candida Crosasso, 57 anni, e Olga Crosasso, 27 anni, abitanti a Ingria, in val Soana. Arrestate dai partigiani, le due donne non avevano voluto r ivelare dove stava nascosto il nipote e cugino Arduino Crosasso, un ufficiale fascista, forse della Gnr. I partigiani le fucilarono alle cinque e mezzo del mattino, all'ingresso del cimitero di Pont. E sotto gli occhi dei parroci di Ingria e di Ronco che le avevano assistite prima dell'esecuzione. Una strage fu quella della famiglia Sito, di Pinerolo. Uno dei fratelli Sito, Francesco, classe 1923, era iscritto al Pfr della città e milite della Brigata Nera. Lui verrà soppresso il 29 aprile 1945, a San Germano Chisone. Ma ben prima, il 18 dicembre 1944, furono uccise le sue tre sorelle: Elisabetta, Giovana e Teresa. Le tre ragazze vennero fucilate nel cimitero di Rivasecca di Buriasco, una frazione vicina a Pinerolo, dopo essere state stuprate. Con loro fu eliminata Rosa Chiale, della Rosita. In tutto, morirono quattro tra fratelli e sorelle, più la Rosita Chiale. Il 17 aprile 1945, a Verrua Savoia i partigiani rapirono una donna di 64 anni, Maria Scagliotti vedova Porta e la uc cisero subito. La stessa sera, fu soppressa sua figlia, Matilde Porta in Pernice, sequestrata a Moncestino. Erano anche loro sospettate di aver fatto la spia? No, però Matilde aveva sposato un tenente della Brigata Nera. Si poteva essere uccise soltanto perché un figlio stava con la Repubblica Sociale. Maria Deffar in Delfino, 55 anni, nata a Fiume, era la madre di un marinaio della X Mas. Anche avere un figliastro brigatista poteva bastare per una condanna a morte. Fu il caso di Giuseppina De Mar, uccisa a Pomaretto, in val Chisone, il 28 aprile 1945 con il marito Leonzio Scattolin, di 57 anni. Giuseppina era la seconda moglie di Leonzio che aveva un figlio di primo letto arruolato nella Brigata Nera. A ucciderli furono i partigiani di una Brigata di Giustizia e Libertà. Una fine oscura fu quella di Matilde Abrile in Alciati. Aveva 46 anni e, poi era la moglie di un milite della Gnr, veniva ritenuta una «fervente fascista». Il marito era stato nella Milizia Confinaria. Fu ucc isa il 19 giugno 1945, a Torino, quando la guerra civile era terminata da quasi due mesi. Secondo una fonte, la donna fu gettata dalla finestra di casa. Ancora a Luserna San Giovanni, in val Pellice, il 3 settembre 1944, fu assassinata in casa come spia una ragazza di 17 anni, Domenica Careglio. Più di tre mesi dopo, il giorno di Natale del 1944, i partigiani uccisero pure il padre e la madre di Domenica: Tommaso Careglio, 41 anni, e Anna Olivero, 44 anni. Anche loro vennero soppressi in casa. E anche loro perché ritenuti spie dei fascisti. Persino vendere il pane a qualche reparto fascista poteva condurre alla tomba. Successe così a madre e figlio, uccisi il 15 agosto 1944 a Caselette, un comune vicino a Torino. Lei si chiamava Giuseppina Bessone in Pasinetti e il figlio Bruno Pasinetti, entrambi fornai. Un altro mestiere pericoloso era quello della maestra elementare. Nella guerra civile, ne furono uccise molte, in tutte le regioni. Erano sospettate di essere fasciste scalda te, anche quando non lo erano. Il censimento guidato da Tosca e il Martirologio dei caduti e dispersi della Rsi a Torino ne registrano più di una. Il 26 giugno 1944 venne sequestrata Maria Giordana Sibille, di ruolo nella scuola di Chiomonte, vicino a Susa. I partigiani la fecero sparire e di lei non si seppe più nulla. Il 16 settembre toccò a Mirella Armida Iacovini, maestra a Drubiaglio, una delle frazioni di Avigliana. Anche lei scomparve, forse soppressa subito dopo la cattura.
25 aprile 2010
25 aprile
Dedicata da me a tutti quei coglioni che ancora oggi continuano a non capire il senso di quella data - Dongo, Giulino di Mezzegra e per finire Piazzale Loreto, non segnarono solo la fine del Fascismo, ma anche la fine della liberta', non il suo inizio -
BENEDETTO CROCE SUL PROCESSO DI NORIMBERGA

DISCORSO PARLAMENTARE SUL DISEGNO DI LEGGE
(Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 24 Luglio 1947)
Benedetto Croce
Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale. Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta , anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente. Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano, coi vincitori, gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere. Parimenti si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico di volta in volta loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici. Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato, perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere. Ma altrettanto dubbio suscita questo documento nell’altro suo aspetto di dettato internazionale, che dovrebbe ristabilire la collaborazione tra i popoli nell’opera della civiltà e impedire, per quanto è possibile, il rinnovarsi delle guerre. Il tema che qui si tocca è così vasto e complesso che io non posso se non lumeggiarlo sommariamente e in rapporto al solo caso dell’Italia, e nelle particolarità di questo caso. L’Italia dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione di questo dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile, se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio, e voi o sapienti uomini del tripartito o quadripartito internazionale, l’offendete nel fondo più geloso dell’anima sua, perché, scosso che ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace, dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di far udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare a sé spontanei difensori in voi stessi o tra voi? E ciò avete fatto per avere le sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo ad un fondo comune, che era a disposizione. Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranità sulle popolazioni che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che altri Stati ex nemici, che avevano tra voi interessati patroni, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non seppe dare. Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitti all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di avere acquistato con ciò un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo. Il proposito doveroso di questa collaborazione permane e rimarrà saldo in noi e lo eseguiremo, perché risponde al nostro convincimento e l’abbiamo pur ora comprovato col fatto: ma bisogna non rendere troppo più aspro all’uomo il già aspro suo dovere, né dimenticare che al dovere giova la compagnia che gli recano l’entusiasmo, gli spontanei affetti, l’esser libero dai pungenti ricordi di torti ricevuti, la fiducia scambievole, che presta impeto ed ali. Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i popoli, accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro Patria, né come europei: due sentimenti che confluiscono in uno, perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha lottato per la libertà e l’indipendenza sua, e, ottenutala, si era per molti decenni adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace in Europa. E cosa affatto estranea alla costante sua tradizione è stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del 1914, non da lei voluta ma da competizioni di altre potenze; la quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui. Libri stranieri hanno testé favoleggiato la sua storia nei secoli come una incessante aspirazione all’imperialismo, laddove l’Italia una sola volta fu imperiale, e non propriamente essa, ma l’antica Roma, che peraltro valse a creare la comunità che si chiamò poi l’Europa e, tramontata quell’egemonia, per la sua posizione geografica divenne campo di continue invasioni e usurpazioni dei vicini popoli e stati. Quei libri, dunque, non sono storia, ma deplorevole pubblicistica di guerra, vere e proprie falsificazioni. Nel 1900 un ben più sereno scrittore inglese, Bolton King, che con grande dottrina narrò la storia della nostra unità, nel ritrarre l’opera politica dei governi italiani nel tempo seguito all’unità, riconosceva nella conclusione del suo libro che, al confronto degli altri popoli d’Europa, l’Italia <>. Ma se noi non approveremo questo documento, che cosa accadrà? In quali strette ci cacceremo? Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali, nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto Trattato, so che siete tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l’opportunità contingente di una formalistica ratifica. Ora non dirò ciò che voi ben conoscete; che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella inopportunità opportuna o a quella opportunità superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri, da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente e, scendendo anch’io nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere, risponderei, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo. Potrebbero bensì, quei dettami, venire peggiorati per spirito di vendetta, ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri. Il governo italiano certamente non si opporrà all’esecuzione del dettato; se sarà necessario, coi suoi decreti o con qualche suo singolo provvedimento legislativo, la seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li mette a morte. Ma approvazione, no! Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di toglierli il rispetto di sé stesso, che è indispensabile ad un popolo come a un individuo, e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruttela. Del resto, se prima eravamo soli nel giudizio dato di sopra del trattamento usato all’Italia, ora spiritualmente non siamo più soli: quel giudizio si avvia a diventare un’opinio communis e ci viene incontro da molti altri popoli e perfino da quelli vincitori, e da minoranze dei loro parlamenti che, se ritegni molteplici non facessero per ora impedimento, diventerebbero maggioranze. E fin da ora ci si esorta a ratificare sollecitamente il Trattato per entrare negli areopaghi internazionali, da cui siamo esclusi e nei quali saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti, e ci si fa lampeggiare l’incoraggiante visione che le clausole di esso più gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sottoposto a revisione. Noi non dobbiamo cullarci nelle facili speranze e nelle pericolose illusioni e nelle promesse più volte trovate fittizie, ma contare anzitutto e soprattutto su noi stessi; e tuttavia possiamo confidare che molti comprenderanno la necessità del nostro rifiuto dell’approvazione, e l’interpreteranno per quello che esso è: non una ostilità contro il riassetto pacifico dell’Europa, ma, per contrario un ammonimento e un contributo a cercare questo assetto nei modi in cui soltanto può ottenersi; non una manifestazione di rancore e di odio, ma una volontà di liberare noi stessi dal tormento del rancore e dalle tentazioni dell’odio. Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere, non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l’errore può essere sempre riparato e compensato; ma ha carattere solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere rimessamente un iniquo castigo; non vi dirò questo, perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in sé stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola. Questo pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito: “no!” Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra. (Applausi, congratulazioni).
| inviato da C.O.C. il 25/4/2010 alle 18:43 | |
6 aprile 2010
9 Aprile 1969
Oggi come allora, stessi problemi , medesime situazioni, identici meccanismi , ma nel frattempo sono cambiati gli italiani, non sono piu' "uomini"... sono delle merde ...
9 Aprile 1969. L'area di Battipaglia, tra le più povere d'Italia fino agli anni '50, vive il suo piccolo miracolo economico. Nuove fabbriche si sono aperte, l’attività edilizia si è sviluppata. Dal Nord e dall’estero sono arrivate le grosse industrie alimentari, con i loro macchinari e le loro moderne tecnologie. Con una conseguenza, inevitabile: la produzione aumenta, l'occupazione diminuisce. Il miracolo, dunque, c'è stato. Ma è fragilissimo. Lo dimostra il reddito pro capite in provincia di Salerno, ancora tra i più bassi d'Italia. “Viene al pettine una riforma agraria radicalmente sbagliata - scrive Eugenio Scalfari su 'L'Espresso' - L’economia progredisce, la società civile vede aumentare i propri bisogni, ma le istituzioni politiche restano immobili, decrepite, inefficienti”.
È in questo scenario che, a stretto giro di posta, a Battipaglia prima chiude lo zuccherificio, poi si minaccia la chiusura dell'ATI, due grandi aziende, dalle quali dipende buona parte della prosperità economica e della sopravvivenza stessa di una cittadina di 36mila abitanti. Alcuni delegati cittadini sono a Roma, ma – si legge ancora ne 'L'Espresso' - “nessuno era così ingenuo da credere che, senza una clamorosa manifestazione di protesta [...] potessero tornarne con risultati diversi dalle solite ipocrite promesse. Ecco dunque l’eventualità dell’interruzione della linea ferroviaria, vista come l’unica iniziativa possibile”. Il 9 aprile, dunque, è indetta una grande manifestazione popolare di protesta. “Che dovevano fare gli ex pastori e gli ex montanari? - si chiede Scalfari - Ritornarsene sul Cilento? O dare l’assalto al municipio e al commissariato? La scelta era facile, ed è stata fatta la mattina del 9 aprile”.
All'alba, una colonna di 300 uomini, tra agenti di polizia e carabinieri, parte da Salerno. Alla loro testa si pone il commissario De Masi, giovane nutrito di regolamenti più che di esperienza. Molti manifestanti si radunano poco dopo le 7.00 nei pressi dell'Istituto Tecnico. Ecco come Vincenzo Campagna, esponente della 'Giovane Italia', descrive quella mattina nelle pagine de 'La rivolta di Battipaglia': “Le strade apparivano deserte. Una strana calma vi regnava: i negozi erano tutti chiusi. Qualche bottegaio di generi alimentari, che timidamente aveva alzato per metà la saracinesca, immediatamente l'abbassava [...] Anche le finestre e i balconi rimanevano chiusi, come se fosse stata ancora notte”. La situazione è tranquilla, sotto controllo. I diversi gruppi si uniscono, il corteo inizia a snodarsi per le vie del centro: via Mazzini, poi via Italia, in direzione del Municipio.
Dal mare di folla emergono cartelli che recitano ' Difendiamo il nostro pane', 'Basta con le promesse', 'Non vogliamo morire', 'Roma, uguale merda'. Il commissario De Masi, inizialmente, si tiene in disparte. Ma sa che l'autorizzazione per la manifestazione è limitata a Piazza della Repubblica; quando scorge il corteo muoversi in direzione di via Roma, fa suonare gli squilli di tromba regolamentari e guida i suoi uomini alla carica. È il primo scontro, violento ma inutile. I primi feriti abbandonano il campo a decine, ma il corteo prosegue compatto verso la stazione, dove il vicequestore Vinale ha schierato già da tempo la sua forza. Al suo cospetto si presenta un vero mare di folla in preda all'esasperazione. Non può contrastarlo, può solo disporre gli uomini a difesa degli impianti tecnici. I dimostranti possono, così, raggiungere i binari e occuparli, trascinarvi sopra automezzi, bidoni, travi, panche. Alle 9.00 del mattino “il blocco del più importante nodo ferroviario del meridione d’Italia è compiuto”. Ma fino a questo momento, a parte la carica ordinata dal commissario De Masi, non c’è stato nessuno scontro diretto tra popolazione e polizia, nessuna aggressione o violenza.
Si cerca persino il dialogo per stemperare gli animi. Ma da Roma arriva l'ordine di rimuovere i blocchi; e da Napoli giungono rinforzi, pochi per la verità. Da questo momento, 220 uomini sono impegnati per un’ora nella prima delle 2 grandi battaglie di giornata. E qui iniziano le discordanze, nette, tra le diverse versioni dei fatti. I manifestanti denunciano “cariche selvagge eseguite dai celerini”. Dal canto loro le Forze dell'Ordine “accerchiate da una popolazione disperata”, iniziano a esser prese dal panico. Idranti e lacrimogeni non bastano a frenare l'impeto della folla, che risponde con una fitta sassaiola.
Intorno alle 17.00 lo scontro decisivo, drammatico. Si gioca in via Gramsci, presso il Commissariato: circa 100 tra poliziotti e carabinieri vi sono asserragliati dentro. Si invocano rinforzi, ma nel frattempo gli uomini, trovandosi isolati fra la folla, iniziano a sparare all'impazzata. A farne le spese sono Teresa Ricciardi, giovane insegnante di 30 anni, colpita mortalmente mentre seguiva gli scontri dalla finestra della sua abitazione, al terzo piano, su Piazza del Popolo, e un 19enne studente universitario, Carmine Citro, raggiunto da un proiettile in via Mazzini. Tanti anche i feriti, in entrambi gli schieramenti. C'è chi parla di 90, chi di oltre 200.
Leggiamo ancora dal libro di Vincenzo Campagna: “Da quel momento in poi non si capì più nulla. Poliziotti che scappavano in camionetta o a piedi per i vicoli circostanti ricevevano insulti dalla gente riversatasi sui balconi – e molti gettavano contro di loro vasi, sedie o altri oggetti che avevano a portata di mano. Camionette, cellulari e autoidranti abbandonati nella fuga vennero capovolti e incendiati. Alle 20 circa la città rimaneva completamente nelle mani dei manifestanti [...] Anche il Municipio dovette subire assurde devastazioni, conclusesi con l'incendio di alcuni edifici. Cessate queste scorrerie, a Battipaglia calò il silenzio, interrotto solo in nottata dal sorpaggiungere di nuove forze di polizia”.
Ecco come titolavano due giornali nazionali il giorno dopo. Solo due esempi, ma bastano per comprendere lo scontro ideologico scatenatosi all'indomani dei tragici fatti di Battipaglia. Versioni discordanti, accuse reciproche: dalla piazza, gli scontri si erano trasferiti nelle redazioni giornalistiche prima e tra i banchi del Parlamento poi. E così, se quotidiani d'ispirazione comunista come 'L'Unità' si scagliarono contro le Forze dell'Ordine, accusate di aver sparato in modo irresponsabile e indiscriminato contro la folla, 'Il Mattino' puntò l'attenzione sulla ferocia della folla stessa, che le avrebbe circondate e disarmate: “Il Roma” parlò di manifestanti “armati di zappe, vanghe, falci e altri attrezzi agricoli”, mentre 'Il Tempo' ipotizzò persino che gli spari, fatali per i due giovani, potessero esser partiti dalla folla. 'L'Unità', nell'edizione dell'11 aprile, rincarò la dose nei confronti delle Forze Armate e si scagliò contro gli altri organi di stampa:
Pochi giorni dopo, “Il Meridionale”, un periodico locale, ribattè: “La legge deve essere rispettata: questo non va dimenticato per nessun motivo; e allora è necessario usare qualsiasi mezzo, anche repressivo, perché non si abbiano a ripetere i luttuosi fatti di Battipaglia”.
Schermaglie ideologiche, dunque, inevitabili tanto più in un periodo “caldo” come la primavera del '69, che facilmente si prestava ad estremismi e strumentalizzazioni. Ma la disamina più lucida, forse, la offrì un altro foglio locale, 'Giornale Sud': “I tragici fatti di Battipaglia non sono che un episodio indicativo di una politica meridionalista sbagliata [...] pesante atto di accusa alle insufficienze, alle carenze ed alle improvvisazioni, nella fase esecutiva, della politica degli interventi per il progresso civile ed economico del Sud”. La crisi di Battipaglia era la crisi della Campania e di tutto il Mezzogiorno d’Italia.
9 aprile 2009
| inviato da C.O.C. il 6/4/2010 alle 19:6 | |
21 febbraio 2010
Svegliati, servo !!!
Nessuno è più schiavo di chi si credo libero e non lo è. (Goethe)

Come è possibile che gli uomini accettino di sottomettersi al tiranno? Semplice: il popolo è complice del proprio asservimento.
« Tiranno non è semplicemente l’Uno della monarchia assoluta, ma qualsiasi corpo politico che elimini il carattere pubblico del potere per utilizzarlo in modo da imporre agli altri la propria volontà ed i propri interessi; indipendentemente dal modo in cui questo potere è ottenuto, fosse anche attraverso il suffragio popolare. »
Étienne de La Boétie
Di quali mezzi si serve il tiranno?
1. L'abitudine
« certamente tutti gli uomini, finché conservano qualcosa di umano, se si lasciano assoggettare, o vi sono costretti o sono ingannati […] È incredibile come il popolo, appena è assoggettato, cade rapidamente in un oblio così profondo della libertà, che non gli è possibile risvegliarsi per riottenerla, ma serve così sinceramente e così volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perduto la libertà, ma guadagnato la sua servitù. È vero che, all’inizio, si serve costretti e vinti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rimpianti e fanno volentieri quello che i loro predecessori avevano fatto per forza. È così che gli uomini che nascono sotto il giogo, e poi allevati ed educati nella servitù, senza guardare più avanti, si accontentano di vivere come sono nati, e non pensano affatto ad avere altro bene né altro diritto, se non quello che hanno ricevuto, e prendono per naturale lo stato della loro nascita. Non si può dire che la natura non abbia un ruolo importante nel condizionare la nostra indole in un senso o nell’altro; ma bisogna altresì confessare che ha su di noi meno potere della consuetudine: infatti l’indole naturale, per quanto sia buona, si perde se non è curata; e l’educazione ci plasma sempre alla sua maniera, comunque sia, malgrado l’indole. I semi del bene che la natura mette in noi sono così piccoli e fragili da non poter sopportare il minimo impatto di un’educazione contraria; si conservano con più difficoltà di quanto si rovinino, si disfino e si riducano a niente. La natura dell’uomo è proprio di essere libero e di volerlo essere, ma la sua indole è tale che naturalmente conserva l’inclinazione che gli dà l’educazione. » [ ndr. quarant'anni di televisione. cfr. Il discepolo 1816]
2. Panem et circenses
Il secondo mezzo, essendo il primo alla lunga insufficiente, consiste nell’abbrutimento del popolo. La servitù di per sé porta a un infiacchimento dell’individuo, ed i tiranni, accorgendosene, operano per incrementare tale effetto. Innanzi tutto ostacolando la diffusione della cultura, giacché i libri e l’istruzione contribuiscono più di ogni altra cosa a diffondere la consapevolezza di sé e l’odio per la servitù. Ma soprattutto questo risultato è ottenuto attraverso una strategia da tempo nota come panem et circences:
« I teatri, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie esotiche, le medaglie, i quadri ed altre simili distrazioni poco serie, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia. Questi erano i metodi, le pratiche, gli adescamenti che utilizzavano gli antichi tiranni per addormentare i loro sudditi sotto il giogo. Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano, che passava loro davanti agli occhi si abituavano a servire più scioccamente dei bambini che vedendo le luccicanti immagini dei libri illustrati, imparano a leggere. » [ndr. Reality Show, Talk Show, Quiz, Calcio]
Quanto al panem:
« I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo litro di vino ed un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!”. Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare una parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi. » [ndr. vi tolgo l'ICI, abbasseremo le tasse]
3. L'atomismo sociale
Il potere tirannico fa di tutto per impedire qualunque forma di aggregazione e comunicazione sociale tra coloro che hanno conservato la passione per la libertà. Le uniche associazioni consentite sono quelle che non contestano la tirannia, o che la sostengono. [ndr. imbavagliamo la rete cfr. Attacco alla Rete] Gli ultimi due strumenti indicati da La Boétie sono i più importanti. In primo luogo, egli considera tutti i meccanismi volti a creare il massimo consenso possibile intorno alla persona del tiranno. Tra questi meccanismi, La Boétie considera la pratica di presentarsi al pubblico «il più tardi possibile, per insinuare nei popoli il dubbio che fossero in qualche cosa più che uomini». [ndr. super amatori, eterni giovani, invincibili supereroi, uomini del fare...] In secondo luogo la «favola» dell’origine divina del re, dalla quale deriva la credenza nelle sue capacità taumaturgiche. [ndr. cfr Il suo nome è donna rosa] Nella misura in cui questa credenza viene meno, diviene importante l’altro meccanismo considerato da La Boétie: quello di presentarsi, da parte del tiranno come rappresentante del popolo e fautore dell’interesse generale. [ndr. il famoso consenso al 78%, unico fra i regnanti]
« Gli imperatori romani non dimenticarono neanche di assumere di solito il titolo di tribuno del popolo, sia perché quella era ritenuta sacra, sia perché era stata istituita per la difesa e la protezione del popolo, e sotto la tutela dello Stato. Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro, come se dovesse sentirne il nome e non invece gli effetti. Oggi non fanno molto meglio quelli che compiono ogni genere di malefatta, anche importante, facendola precedere da qualche grazioso discorso sul bene pubblico e sull’utilità comune ». [ndr. qui c'è davvero bisogno di una nota redazionale?]
Era il 1553 . Nulla è cambiato.
« Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi! »
| inviato da C.O.C. il 21/2/2010 alle 21:10 | |
10 febbraio 2010
A Norma Cossetto nel giorno del "RICORDO"
A Norma Cossetto nel giorno del ricordo, 10 febbraio 2010

Per i nostri lettori ricordiamo che Norma Cossetto era una ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (la chiamavano espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di Santa Domenica, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove per Norma iniziò un vero e proprio martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, e che aveva sentito dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, si era avvicinata alle imposte socchiuse....Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà... Il 13 ottobre 1943 a Santa Domenica ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella foiba". La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati Nel 2005 il presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito una medaglia d'oro al Merito civile alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni che fu gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito. Nella motivazione all'onorificenza si legge: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio». Le circostanze della morte della Cossetto ne hanno fatto da subito un figura-simbolo del martirio italiano delle terre adriatiche. Una richiesta per il conferimento della medaglia d'oro venne presentata alla Presidenza della Repubblica già al tempo in cui al Quirinale sedeva Oscar Luigi Scalfaro. L'iniziativa è stata ripresa recentemente da Servello, che aveva ricevuto una struggente lettera dalla sorella della Cossetto, Licia: «Sono anziana ma vorrei, prima di morire,- che sapere che il sacrificio di mia sorella venisse riconosciuto e ricordato». Nella missiva, la signora Licia ricordava di aver subito altri lutti per mano degli slavi: «Oltre a mia sorella Norma anche il mio papa è stato ammazzato e infoibato con altri familiari in quegli stessi giorni. Siamo la famiglia più colpita». Nel rivolgersi alla Presidenza della Repubblica, il parlamentare di An, Franco Servello, sottolineava il fatto che «il tanto atteso conferimento dell'onorificenza da parte dello Stato sarebbe apprezzato non soltanto dalla famiglia Cossetto ma anche dalle genti istriane». Ora, finalmente, una battaglia così lunga e tenace trova il giusto coronamento. «E' con soddisfazione –le dichiarazioni di Servello- che apprendo la notizia del conferimento dell'onorificenza alla memoria di Norma Cossetto. Si tratta di un atto di grande civiltà che rende onore alle sofferenze al dolore di tutti quegli italiani che piangono i loro cari barbaramente uccisi dai partigiani di Tito nel 1943 e nel 1945.,Questa medaglia d'oro arriva dopo la restituzione alla memoria nazionale della tragedia delle foibe e del dramma dell'esodo attraverso l'istituzione della Giornata del Ricordo». La vicenda di Norma creò un fremito d’indignazione in tutta l'Istria. Tra tutte le storie dei martiri delle foibe, è quella che viene maggiormente ricordata. La sua foto campeggia in tutti i libri che ricostruiscono la tragedia italiana di sessant'anni fa. Le sono state dedicate anche poesie. In una troviamo scritto: «Non più odio né sensi feriti/un campo solcato è ormai il mio cuore/e il silenzio opprime la mente». Ricordare e onorare il suo sacrificio non vuol dire odio e vendetta. E' un atto d'amore alla memoria italiana. L'Università di Padova potrebbe fare il primo passo, nella direzione della Giustizia, restituendo questa martire silenziosa, simbolo del martirio di tutti gli esuli istriani, giuliani e dalmati, alla verità storica. La doverosa correzione sulla lapide non cambierebbe quelli che sono stati i fatti, non restituirà agli esuli quanto hanno perduto, ma consentirà a tutti gli italiani, indignati dinanzi alla tragedia dei nostri esuli e dall'agghicciante oblio che fino ad oggi aveva negato la storia, di guardare con speranza al futuro.
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| inviato da C.O.C. il 10/2/2010 alle 19:25 | |
31 gennaio 2010
I fantasmi del passato, aleggiano nell'aria e turbano il sonno delle oligarchie plutocratiche
A chi fanno paura i fantasmi del passato? Normalmente i fantasmi del passato fanno paura a chi con quel passato si deve confrontare quotidianamente. Non basta dire che io sono più bravo, bisogna dimostrarlo, e come fa il topolino a dimostrare di essere piu' bravo della montagna, nell'unica maniera possibile e cioè: demonizzando la montagna.
Ecco, in questo destri e sinistri sono pari, l'unica cosa che sanno fare è dimostrare di essere meglio dell'altro non per meriti acquisiti - cazzo c'è da farsi il culo, siamo scemi?!? - No! Lo dimostrano mettendo a nudo le miserie dell'avversario, ecche spettacolo! Un (in)degno siparietto per un popolo di bifolchi lobotomizzati che alle prime votazioni che arrivano votano per IL MENO PEGGIO !!! Avete capito bene, non il MIGLIORE, il MENO PEGGIO! Piuttosto che rifiutarsi di votare, votano il meno peggio, eccheccazzo!!
Questi quattro stracciari della politica italiana - che non sono nemmeno degni di essere usati come carta da culo per pulire il deretano di Mussolini, talmente e' bassa la loro levatura morale e politica -, aditano a male assoluto, un regime che per quanto duro potesse essere ha tracciato un solco nella storia, ha lasciato un segno talmente elevato in opere sociali che ancora oggi viene preso a modello - Chavez, Morales, Peron, Castro tanto per citare i piu' noti ma ancora Saddam Hussein o Bashar al-Asad -, opere sociali opportunamente, mistificate, demonizzate, demolite, distrutte o svendute a qualche affarista.

Tratto da IL GIORNALE di oggi
Mussolini spopola sull'iPhone, chi teme il fascismo-gadget?
All’armi siam fascisti. Voi non potete immaginare quanti italiani bazzicano il Duce e il fascismo al giorno d’oggi. È da un bel po’ che Mussolini non si affaccia più dal balcone di Piazza Venezia ma parla ogni giorno dallo schermo dei computer, dai display dei telefonini, dagli iPod e iPhone, dai cd e perfino dai calendari appesi al muro, come non era mai accaduto, nemmeno ai tempi del neofascismo. Più contorno minore di libri, medaglioni, portachiavi, programmi tv e fascicoli a dispense. La Fascio-connection spopola più d’ogni altro feticismo di gadget, popstar e divi d'oggi. Ma con una novità prorompente: il Duce esce dalla storia, dalla politica e dalle ideologie per entrare nella ricreazione, nella second life del web e nell'iconografia ad uso personale. Fascismo emozionale e surreale. Il Duce batte perfino Che Guevara, icona mondiale da paura, gran figo della rivoluzione, top model di tutte le ribellioni, perfino erotiche, tossiche e alimentari. Nessuno sogna di restaurare il fascismo o di rinverdire sogni, liturgie e pratiche fasciste, non nascono certo milizie in camicia nera e movimenti nostalgici; ma il web scoppia di e-fascismi domestici e virtuali, di canti fascisti e discorsi Duceschi da sottofondo lavorativo o da sfondo epico e ironico alla vita quotidiana. Mezzo secolo fa si facevano sedute spiritiche per chiamare in vita l'anima di Mussolini e si trafugava la tomba del Duce; oggi lo spiritismo non è medianico ma è mediatico, basta una chiavetta e puoi collegarti con l'altro mondo in un'operazione nostalgia che non compromette nessuno e non costa nulla. Al più 79 centesimi, meno di un caffè al bar. Quello è il costo, ad esempio, del programma iMussolini ideato da un giovane intraprendente napoletano, Luigi Marino, che permette di scaricare discorsi e performance del Duce. Un programma che, riferisce la Repubblica (non di Salò e di Mussolini, ma di Scalfari e di De Benedetti), ha scavalcato persino il videogame di Avatar, il Grande fratello e il simulatore di occhiali a raggi X. Target? Non certo gli ultimi reduci del fascismo e i vecchi militanti del neofascismo, ma ragazzi, magari di quelli che usano l'iPhone dell'Apple e ignorano la storia. A dir la verità in questa ondata mussoliniana non mancano pure insospettabili signori di mezza età che hanno display fascisti sui loro pc e sui loro telefonini, che hanno suonerie del tipo giovinezza o faccetta nera o che ostentano testoni del Duce sulla scrivania, cimeli fascisti e calendari mussoliniani, del 2010 e non del 1932, alle loro spalle. Mi dispiace dirlo, ma i discorsi più scaricati dal web non sono quelli di Moro, De Gasperi e Togliatti, ma di Benito Mussolini. Sarà una leggerezza, a volte condita da qualche piccola follìa, ma decisamente più imbecille sarebbe dedurre da questo vintage Ducesco una specie di fascismo sotterraneo, un ducismo sommerso ma pronto ad esplodere in politica e magari alimentato per analogia dalla figura di Berlusconi, paragonato di recente non solo al Duce e a Napoleone, ma anche a Hitler che mi pare proprio il suo contrario. Nessuno degli e-fascisti o i-mussoliniani tra quelli che ho conosciuto ha precedenti neofascisti e a volte nemmeno d'impegno politico in senso lato. Lo fanno per civetteria, per spiritosaggine, per curiosità, per estremo machismo, per l'inguaribile tentazione di violare il tabù, l'angolo buio e nascosto, il Demonio o il Male Assoluto, come ha detto un suo ex beneficato; insomma il Maledetto nazionale per antonomasia. Hanno dovuto perfino escludere il Duce dal sondaggio Rai-Eurisko sul più grande italiano perché si aveva il fondato sospetto che avrebbe scalato i vertici della classifica e rubato il posto a Dante e alla Pausini, in cima alle preferenze. Ora che il fascismo è stato sterilizzato e ridotto ad un programma da scaricare sul web e non sulla pelle degli italiani, possiamo pure domandarci il perché di quel fascino, oltre il gusto del proibito. È l'orfanità dei simboli e dei miti, la voglia di uscire, almeno nell'ora della ricreazione, dalla cronaca e dall'ordinaria amministrazione per entrare nell'epica storica, seppure attraverso il portone della tragedia. E non si rimedia al fenomeno negandolo o semplicemente vituperandolo. Bisogna invece capire da quali mancanze del presente sorge, da quali miserie e piccinerie dell'oggi trae alimento, in quali paragoni indecenti trova spunto e su quali bisogni frustrati, negati o criminalizzati, si fonda. Qualche sera fa ero a cena da persone che conosco da anni e che ricordavo apolitiche e refrattarie ai tempi delle ideologie. La colonna sonora della cena è stato un cd che alternava canzoni fasciste a canti comunisti, bandiere rosse e canti dell'internazionale a inni del Duce e canti nazionalisti, canzoni falangiste a canti di liberazione sudamericana. Erano belle, maledizione, ti entravano dentro, ti riempivano il cuore di una strana animazione. Romanticismo politico, visione estetica e musicale del mondo e della vita. Certo, bisognava astrarre dall'uso storico e catastrofico di quelle speranze, bisognava distinguerli dalle sanguinose illusioni che hanno generato; ma svegliavano gli animi ad una passione civile, ideale ed epica che è oggi sconosciuta. Perfino un filo di fiera commozione attraversava gli ascoltatori di quei canti, sia gli ignari che i consapevoli. Il lato grottesco è che cantavano illusioni opposte ma generavano fremiti congiunti. Ai saldi della storia, due storie opposte si vendevano al prezzo di una. Allora mi sono chiesto: ma è possibile salvare quei tesori dal naufragio delle navi in cui erano imbarcati, è possibile amare quei canti, quei miti, separandoli dagli orrori che hanno suscitato o solo accompagnato? Non lo so, è un'impresa quasi impossibile, ma nel dubbio mi sono detto: teniamoli fuori dalla storia, lasciamoli a casa, e godiamoceli da single, a storia spenta. Fascismo a una piazza per sognatori solitari, o se preferite socialismo da toilette, per eccitarsi in vasca o sul water delle illusioni.
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